ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùil mercato si fida di riad

Il petrolio dimentica l’attacco saudita: rialzo di prezzo già rientrato

Per il mercato è come se in Arabia Saudita non fosse successo nulla: il Brent scambia a meno di 62 dollari al barile, meno di quanto valesse prima dell’attacco contro gli impianti Aramco. Riad è riuscita ad essere così rassicurante che gli hedge funds – proprio nei giorni dell’emergenza – hanno addirittura ridotto l’esposizione rialzista. Eppure...

di Sissi Bellomo

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Per il mercato è come se in Arabia Saudita non fosse successo nulla: il Brent scambia a meno di 62 dollari al barile, meno di quanto valesse prima dell’attacco contro gli impianti Aramco. Riad è riuscita ad essere così rassicurante che gli hedge funds – proprio nei giorni dell’emergenza – hanno addirittura ridotto l’esposizione rialzista. Eppure...


3' di lettura

Per il mercato del petrolio è come se in Arabia Saudita nulla fosse accaduto: il greggio scambia a quotazioni addirittura più basse rispetto a quelle di prima degli attacchi contro gli impianti Aramco, sotto 62 dollari al barile nel caso del Brent.

Dieci giorni di tempo sono bastati a Riad per spegnere ogni timore, attraverso un’abile campagna di comunicazione che è culminata ieri nel rumor secondo cui la «capacità di produzione» del regno avrebbe già raggiunto 11,3 milioni di barili al giorno, su un totale di 12 mbg che i sauditi insistono – a dispetto dell’evidenza di gravi danni – di poter recuperare a fine novembre.

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Fonti del Sole 24 Ore e di alcune importanti testate straniere sostengono che ci vorranno parecchi mesi per sostituire gli impianti messi fuori uso dai missili. E un’ulteriore indiscrezione (raccolta ieri dalla Reuters e confermata al Sole) vuole Riad a caccia di denaro, forse per pagare il costo ingente delle riparazioni: Saudi Aramco starebbe sondando le banche per un’operazione di project finance da un miliardo di dollari.

La compagnia – che ieri ha ricevuto a Dhahran un centinaio di banchieri e analisti di mezzo mondo per una serie di incontri preparatori alla quotazione in borsa – ha invece fatto filtrare un ennesimo trionfale aggiornamento: il giacimento di Khurais è già tornato a produrre 1,3 mbg (su 1,5 mbg), Abqaiq processa 4,9 mbg di greggio, in attesa di salire a 5,5 mbg.

Sul prezzo del petrolio pesano diversi fattori ribassisti: un ritorno di pessimismo sulle trattative Usa-Cina, timori per la domanda (che sta frenando parecchio soprattutto in India, il Paese che più ne trainava la crescita) e un ulteriore aumento delle scorte di greggio Usa (+2,4 mb la settimana scorsa per l’Eia, quasi tutte a Cushing, dove dopo tre mesi si è interrotto il deflusso favorito da nuovi oleodotti).

Colpisce comunque che sul mercato sia scomparso persino il cosiddetto premio geopolitico, un sovrappiù di prezzo che dovrebbe rispecchiare l’allarme per le tensioni in Medio Oriente e per il rischio, oggi più che mai concreto, di ulteriori attentanti contro infrastrutture petrolifere. I siti colpiti in Arabia Saudita erano considerati tra i più sicuri e protetti del mondo.

Dopo l’impennata del 20% subito dopo gli attacchi – quando era emerso un ammanco di 5,7 mbg, quasi il 6% dell’offerta mondiale di greggio – gli hedge funds non solo non hanno cavalcato il rally del petrolio, ma addirittura hanno ridotto l’esposizione rialzista sul Brent: le posizioni nette “lunghe” sono calate del 3,1% nella settimana al 17 settembre, frutto di un calo del 2,5% delle posizioni all’acquisto e di un aumento dello o,2% di quelle alla vendita.

I casi sono due. O gli operatori sono convinti di un’imminente recessione globale, con effetti devastanti sulla domanda petrolifera, oppure le rassicurazioni di Riad sono state prese come oro colato. Chiudendo gli occhi di fronte a ogni dubbio avanzato non solo da fonti giornalistiche (tra cui contractors, fornitori, anonimi funzionari della stessa Aramco) ma anche da autorevoli analisti indipendenti: «Non ci aspettiamo che la spare capacity saudita sia ripristinata del tutto prima dell’anno prossimo – scrive Amrita Sen di Energy Aspects – Pensiamo che Aramco, in difficoltà nel riavviare Abqaiq, dovrà consegnare greggi pesanti al posto di quelli leggeri».

Saudi Aramco in effetti non ha cancellato nessun carico, ma parecchie raffinerie si sono viste proporre Arab Heavy e Medium invece dei consueti Light ed Extralight e per molte consegne ha comunicato ritardi di 7-10 giorni, riferisce la Reuters.

Aramco Trading Company (Atc) continua intanto a importare grandi quantità di benzina e diesel. E circolano voci insistenti secondo cui per onorare le consegne starebbe anche cercando greggio da Paesi vicini: Emirati arabi, Kuwait, Oman, forse anche Iraq (benché Baghdad abbia smentito).

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