prezzi in recupero

Il petrolio rimbalza grazie a Trump e Cina

Impennata di oltre il 10% delle quotazioni dopo che il presidente Usa ha previsto un accordo a breve tra produttori e la Cina intende aumentare le riserve

di Stefano Carrer

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(AFP)

Impennata di oltre il 10% delle quotazioni dopo che il presidente Usa ha previsto un accordo a breve tra produttori e la Cina intende aumentare le riserve


2' di lettura

Le depresse quotazioni del petrolio registrano una fiammata al rialzo di oltre il 10% sulla scia delle dichiarazioni di Donald Trump, secondo cui Arabia Saudita e Russia sarebbero vicine a raggiungere un accordo in grado di mettere fine alla guerra dei prezzi in corso che sta avendo un forte impatto negativo sull’industria petrolifera statunitense. Inoltre è emerso che la Cina ha deciso di cogliere l’occasione del calo delle quotazioni per irrobustire le sue riserve petrolifere, il che dovrebbe ravvivare la domanda.

I future sul Brent sono balzati fin del 12% oltre i 27 dollari e un rimbalzo quasi analogo oltre quota 22 ha interessato contratti a termine sul greggio americano West Texas Intermediate.

Trump e i petrolieri
Il presidente americano ha reso noto di aver parlato di recente con i leader di entrambi i Paesi produttori e di attendersi una intesa “entro pochi giorni”.

Trump intende incontrarsi venerdì alla Casa Bianca con alti esponenti dell’industria petrolifera statunitense, con i quali discuterà una serie di possibilità di supporto al settore, pesantemente colpito dal crollo dei prezzi verificatosi non solo per i mancati tagli alla produzione Opec seguiti all’indisponibilità russa a fare altrettanto, ma per il calo della domanda connesso alla pandemia globale che ha frenato le attività industriali e i consumi nei trasporti.

Lo stesso presidente russo Vladimir Putin ieri ha sottolineato che sia i produttori sia i consumatori dovrebbero cercare di trovare una soluzione di fronte a una situazione tanto difficile sui mercati petroliferi internazionali.

Intesa ancora ardua
D’altra parte, proprio il cedimento della domanda rende difficile contemperare gli interessi dei vari produttori: le stime parlano di un eccesso di offerta sul mercato intorno a 15 milioni di barili al giorno nel secondo trimestre dell’anno. In aprile, secondo la società di ricerche Rystad Energy, la domanda globale di greggio dovrebbe calare del 23% rispetto allo tesso periodo dello scorso anno a 77,6 milioni di barili al giorno.

Sui prezzi pesa in particolare l’approccio dell’Arabia Saudita, che ha incrementato la produzione per cercare di mettere fuori mercato una parte della concorrenza e non ha accolto le sollecitazioni americane a frenare l’output. I russi, invece, hanno mostrato disponibilità quantomeno a non aumentare la loro produzione alla luce del cedimento della domanda globale (ma era stata la loro indisponibilità a effettuare tagli a scatenare la reazione saudita all’inizio di marzo).

Mercoledì la statunitense Whiting Petroleum (attiva nelle produzione “shale”) è diventata la prima società quotata del Paese a chiedere la protezione dai creditori (Chapter 11) in quanto messa fuori gioco dal calo di circa due terzi dei prezzi internazionali (ai minimi da quasi due decenni) verificatosi quest’anno.

Per approfondire:
Petrolio saudita record, lo shale oil vacilla. Riad ha già vinto
L’Europa tenta il rimbalzo, a Milano Atlantia ancora in rally

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