moda e società

Razzismo, culture e diversità: perché la moda (ma non solo) deve imparare dai casi di Gucci e Prada

di Giulia Crivelli


default onloading pic

6' di lettura

Un maglione originale - come ogni capo, accessorio, look che Alessandro Michele manda in passerella e nei negozi - ma apparentemente innocuo. Un maglione che poteva piacere o non piacere, vendere o non vendere, essere fotografato e postato in ogni angolo del web oppure no. Questo il direttore creativo di Gucci l’aveva probabilmente messo in conto: sono i rischi del mestiere. Mai il direttore creativo di Gucci o il suo amministratore delegato e presidente, Marco Bizzarri, avrebbero invece immaginato che quel maglione sarebbe risultato offensivo al punto da dover essere ritirato da ogni monomarca e cancellato da qualsiasi forma di comunicazione.

Un’offesa rilevata e rilanciata sul web, soprattutto tramite Instagram, e che ha portato a scuse molto formali e sentite da parte di Michele e Bizzarri: il maglione è sembrato agli afroamericani troppo simile allo stereotipo blackface, la caricatura del viso di persone nere che si diffuse negli Stati Uniti ai tempi della schiavitù e che purtroppo non è mai del tutto sparita e anzi è ancora usata dai gruppi di suprematisti bianchi e dai membri del Ku Klux Klan (organizzazione fuorilegge ma non per questo estinta, in particolare negli Stati americani del Sud). L’incidente ha accelerato un processo in atto da tempo nel gruppo Gucci sul fronte della sostenibilità sociale e del welfare aziendale, inteso nel senso più nobile del termine: fare stare bene le persone sul posto di lavoro.

L’annuncio del Comitato
Il 13 febbraio, con un comunicato diffuso inizialmente solo negli Stati Uniti e solo in inglese, Gucci ha annunciato le prime quattro iniziative di un piano a lungo termine di azioni «volte a integrare ulteriormente la diversità culturale e la consapevolezza in tutta la sua organizzazione e attività in tutto il mondo». Chiarissime le parole di Marco Bizzarri: «Ci assumiamo la piena responsabilità per questo incidente (il maglione bataclava, ndr), che ha chiaramente messo a nudo le carenze nel nostro approccio strategico in atto per incorporare la diversità e l'inclusione sia nella nostra organizzazione che nelle nostre attività (...). Le quattro iniziative che annunciamo rappresentano solamente la prima fase di un più ampio e sistemico piano di lungo periodo, in grado di assicurarci che diversità e inclusione divengano sempre più valori centrali, intimamente connaturati al nostro modo di agire».

Sono state identificate due specifiche aree di attenzione: in primo luogo l’assunzione di talenti di diversa estrazione all’interno di funzioni chiave come l’ufficio creativo, ma non solo. In secondo luogo, parallelamente alla creazione di nuovi ruoli di leadership che influenzino positivamente tutta l’azienda, Gucci «prevede di investire in un preciso piano educativo-formativo globale per tutti i suoi 18mila dipendenti in tutto il mondo, il cui principale scopo sia quello di elevare il livello di sensibilità e consapevolezza multiculturale», si legge nel comunicato diffuso qualche giorno dopo la prima versione inglese anche in Italia.

Incidente di percorso o lato oscuro del politically correct?
La diversità è un valore. Per le società e per le aziende. Lo sentiamo dire e teorizzare spesso. Astenersi sull’argomento o, peggio, sostenere il contrario non è, per capirci, politically correct. Definizione che però assume sempre di più un’accezione negativa (in Italia poi non si contano gli interventi di intellettuali e analisti, in genere conservatori o dichiaratamente di destra, che usano ormai le parole politically correct in modo spregiativo). Peccato, perché in origine, quando la definizione iniziò a essere usata, l’intento di essere politically correct era ottimo e condivisibile: non dire, fare, scrivere cose scorrette verso qualcuno. Non offendere, insomma. A chi di noi piace essere offeso? A nessuno (si potrebbe dire purtroppo che a molti piace offendere, ma questa è un’altra storia). Ben venga il politically correct, allora. Tra l’altro l’avverbio politically, in inglese, ha un significato più ampio rispetto all’italiano. Noi associamo la traduzione letterale, politicamente, al sistema dei partiti, alle divisioni, appunto politiche. In inglese invece esiste un legame, un’associazione di idee con policy, cioè prassi. Applicare però con troppo zelo una regola - qualsiasi regola - la snatura. La flessibilità di cui dovrebbero essere capaci gli esseri umani, le aziende, le società democratiche è ciò che ci distingue dalle macchine.

Esagerare con il politically correct può portare ad autocensurarsi, limitarsi, rinunciare al piacere di una battuta o di un pizzico di ironia. Detto questo, sul tema blackface e in generale sull’atteggiamento verso la minoranza afroamericana negli Stati Uniti, la cautela e il politically correct non saranno mai troppi, come dimostra il caso Gucci e, poche settimane prima, quello di Prada. Entrambi i marchi sono stati “minacciati” da Spike Lee di boicottaggio, per capirci.

La specificità del tema “razziale” negli Stati Uniti
Come diceva Albert Einstein, gli esseri umani non possono essere divisi in razze, la razza umana è una sola per tutti, i tratti genotipici (il Dna) sono gli stessi per tutti, indipendentemente dai tratti fenotipici (l’aspetto e varianti come il colore della pelle, degli occhi ecc). Ma quando diciamo razzismo sappiamo tutti di cosa parliamo: discriminazione verso un gruppo, in generale etnico, che identifichiamo come razza. L’esempio più diffuso ed evidente è il razzismo verso le persone con la pelle “nera”. Aggettivo che negli Stati Uniti va usato con molta cautela, è meglio infatti dire “afroamericano”. Ma il tema resta: come sa chiunque ha vissuto o frequentato gli Stati Uniti, le coppie miste bianchi-neri sono rarissime. In netto contrasto con quanto succede, ad esempio, nel Regno Unito.

Ogni singolo dato statistico indica differenze abissali tra i livelli di istruzione e di benessere economico dei neri e quelli degli altri americani. Sono, in percentuale, molti di più i neri che vengono arrestati e incarcerati. Sono rarissimi i neri in posti chiave dell’economia, della finanza, delle università. Il Ku Klux Klan, come dicevamo all’inizio, esiste ancora. Un’inchiesta choc pubblicata pochi giorni fa dal quotidiano Usa Today ha rivelato che negli anni 70 e 80 in tutte le scuole superiori e università, in particolare degli Stati del Sud, erano diffuse le feste in maschera con costumi da blackface e, difficile a credersi ma vero, da membro del Ku Klux Klan. Basterebbe questo a spiegare perché le “gaffe” di Prada e Gucci hanno avuto tanta eco. Ma c’è dell’altro su cui noi europei dovremmo riflettere, in fatto di razzismo negli Stati Uniti.

"Green Book", un Oscar anti-razzismo. Il regista: è attualissimo

La storia raccontata da “Green Book
Il film che ha vinto l’Oscar 2019 come miglior pellicola si intitola Green Book e racconta proprio una storia di razzismo. In Italia, con estrema e colpevole superficialità, la statuetta è stata bollata da più parti come politically correct. In senso negativo, ovviamente. Chi ha visto il film sa che è tratto da una storia vera (la sceneggiatura è stata scritta dal figlio di uno dei protagonisti) e che è ambientato nel 1962. A pochi anni dalla grande rivoluzione culturale della fine degli anni 60 che portò a importanti conquiste per le donne, ad esempio, e che dagli Stati Uniti arrivò in tutta Europa, generando il “mito” del ’68. Ebbene, nel 1962 i neri che avessero voluto viaggiare nel centro e nel sud degli Stati Uniti dovevano armarsi di un libro chiamato appunto Green Book, un elenco degli alberghi che accettavano ospiti neri. In tutti gli altri alberghi, come nei ristoranti, non avrebbero potuto entrare. Ripetiamo: accadeva nel 1962 e continuò a succedere almeno fino alla fine degli anni 60, negli Stati che prima della guerra civile praticavano senza problemi la schiavitù.

Febbraio è, negli Usa, il Black History Month, un mese in cui si tenta una riconciliazione tra neri e ogni altro americano, un mese in cui si ricordano le conquiste del passato e si rende merito a ogni figura di spicco afroamericana. In questo mese e a distanza di poco più di 50 anni da un’epoca in cui i neri non potevano mangiare nei piatti dei bianchi, dormire nei loro letti o usare gli stessi bagni, due marchi hanno riesumato la caricatura del blackface. Non c’è alcun motivo di credere che ci sia stata anche la benché minima intenzionalità da parte di Prada e Gucci. E il fatto che entrambi abbiamo chiesto scusa con grande enfasi on e off line e che abbiano ritirato i prodotti e dato vita a comitati per la diversità, fa loro onore. Che quel che è successo non venga dimenticato però. Le offese sono esecrabili di per sé. Ma peggio ancora è toccare nervi scoperti, gettare sale su ferite aperte, ignorare le sensibilità diffuse in Paesi che si pensa, a torto, di conoscere. La questione razziale - per quanto ci faccia orrore la definizione - negli Stati Uniti esiste, come del resto hanno teorizzato i politologi che hanno analizzato la vittoria di Donald Trump, considerandola, almeno in parte, la reazione di una parte di America bianca allo choc di aver avuto il primo presidente nero della storia del Paese, Barack Obama. Auspichiamo che venga presto il momento in cui non avrà più senso parlare di razzismo verso i neri. Ma non sappiamo quanto presto accadrà. Nel frattempo, vale per i marchi e per ognuno di noi, trattiamo il tema con la cautela che useremmo entrando in una cristalleria. E non sentiamoci politically correct. Semplicemente, correct.

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti