Interventi

Il piano pandemico bis non è all’altezza

di Roberto De Vogli e Piergiorgio Gawronski

3' di lettura

Pochi giorni fa, in ottemperanza a una sentenza del Tar del Lazio, è stato reso pubblico dal ministero della Salute il nuovo Piano pandemico italiano. Esso rappresenta un piccolo passo in avanti rispetto alla precedente versione del 2006. Enfatizza l'importanza di munirsi di mascherine e dispositivi di protezione individuale (Dpi); nuovi posti letto in terapia intensiva; la preparazione di scorte nazionali di farmaci antivirali; la formazione. Si tratta di miglioramenti rilevanti, specie dal punto di vista della protezione delle risorse più preziose nella lotta contro il virus: il personale sanitario.

Tuttavia, il Piano ancora non fa tesoro delle lezioni dei Paesi più virtuosi. Viene citato un modello – Ciclo della preparedness – elaborato dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, che include l’analisi delle best practice. Ma in realtà nel nuovo Piano non c’è nessuna analisi, né riferimenti bibliografici, sull’esperienza di Paesi come Corea del Sud, Vietnam, Singapore, Hong Kong, Taiwan, Finlandia, Norvegia, Australia, Nuova Zelanda, che hanno avuto poche decine o centinaia di vittime. La parola contact tracing appare più volte, ma non esiste alcun accenno a specifici metodi di contact tracing, e a misure per attuarli sul territorio, con la partecipazione della popolazione. Mancano dettagli su un piano tamponi in grado di potenziare l’identificazione precoce dei contagi. Né si approfondiscono le tecnologie e le metodologie di raccolta e analisi dei dati per valutare l’efficacia degli interventi in aree specifiche, come la scuola, i luoghi di lavoro, le comunità. Non esiste alcuna analisi del potenziale impatto delle politiche sulle disuguaglianze di salute. Molti obiettivi sono generici, a volte confusi con alcune specifiche azioni per raggiungerli. Un piano di salute pubblica, tuttavia, necessita di obiettivi Smart (Specifici, misurabili, raggiungibili, realistici e definiti nel tempo).

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Rispetto alle bozze circolate in precedenza, manca una frase che aveva suscitato scalpore: «Se le risorse sono scarse, privilegiare pazienti che possono trarne maggior beneficio». Effettivamente, sembrava una rinuncia a fermare il virus nel territorio, evitando il sovraffollamento delle terapie intensive: come alzare bandiera bianca prima di andare in guerra. Nella sostanza, tuttavia, nulla è cambiato. Ma criticare il personale sanitario, costretto ad applicare una specie di darwinismo sociale ai malati, significa non capire la cascata di cause che produce tale aberrazione. Da una parte, vi è la riluttanza delle strutture tecnico-scientifiche a combattere il Covid-19 sul territorio – il Comitato tecnico scientifico, dominato da clinici, è quasi del tutto sprovvisto di competenze in epidemiologia, salute pubblica e politiche sanitarie. Dall’altra, potenti lobby economiche continuano a esercitare pressioni sul governo per ritardare oltre ogni ragionevole prudenza gli interventi di contenimento del Covid-19.

È significativo che il Cts ancora non recepisca le soluzioni proposte ad esempio da Andrea Crisanti, o dall’Associazione italiana di epidemiologia. Il Paese e la sua dirigenza politica non hanno ancora chiaro che contro il Covid-19 le strategie di testing, tracing, e sorveglianza epidemiologica sono le uniche, ma decisive armi per contenere il virus senza lunghi e ripetuti lockdown. Richiedono, certo, investimenti immediati in laboratori per produrre tamponi, reagenti, drive-thru & walk-thru, ripotenziamento del sistema di contact tracing; e un nuovo sistema informativo sanitario per la raccolta dati sulle azioni di sorveglianza epidemiologica, di testing, tracing, isolamento, quarantene, supportato da sistemi Gps per monitorare i focolai. È inoltre necessario un centro nazionale di epidemiologia e salute pubblica per coordinare tutte queste attività. Le strategie di testing e tracing, se supportate quando necessario da chiusure locali – brevi, tempestive, e decisive – costano meno di 1,8 miliardi l’anno (+0,5 miliardi iniziali), costo che si riduce quanto più bassa è la circolazione virale. Nonostante i ritardi accumulatisi, vale ancora la pena fare questi investimenti perché: la vaccinazione da sola non basta, e deve essere sostenuta da interventi non-farmacologici sul territorio; l’attuale stillicidio di lockdown non è risolutivo, accresce l’incertezza, ed è molto dannoso per l’economia; il rischio di nuove pandemie sta aumentando (come spiega David Quammen).

In conclusione, è un peccato che – dopo aver a lungo secretato i verbali del Cts – sia stato necessario l’intervento del Tar perché l’Italia venisse a conoscenza del suo Piano pandemico. Venendo meno all’obbligo anche internazionale della trasparenza, la politica si sottrae alle sue responsabilità, ma aumenta il disorientamento dell’opinione pubblica, e riduce la qualità delle sue risposte. Pensare di fermare il virus con questo Piano pandemico significa non aver ancora capito come si combatte il Covid-19. Il virus va combattuto innanzitutto sul territorio, non negli ospedali. Invece, il nuovo Piano reagisce, e insegue il virus. Non è preventivo, e non valorizza le strategie di salute pubblica che hanno salvato centinaia di migliaia di vite umane nei paesi più virtuosi al mondo. Dal nuovo governo, anche per usare in modo appropriato il Recovery Fund, è lecito attendersi un salto di qualità.

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