REGIONI E FISCO

Il Piemonte sfida le big tech: tasse al 30%

Il ricavato sarà destinato ai piccoli commercianti colpiti dall’obbligo di saracinesca abbassata causa Covid 19

di Alessandro Galimberti

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(Alberto Gandolfo / AGF)

Il ricavato sarà destinato ai piccoli commercianti colpiti dall’obbligo di saracinesca abbassata causa Covid 19


3' di lettura

Nelle more di una trattativa internazionale Ocse/G20/Ue sempre più complicata – e in cui non è per nulla scontato l’arcobaleno della nuova amministrazione Biden – il Piemonte getta il cuore oltre l’ostacolo e vara una (proposta di) web tax in tempi di Covid-19 e di lockdown. Proposta ambiziosa, da 5 a 10 volte più punitiva per le big tech rispetto alla digital service tax in vigore dal gennaio scorso, destinata a coinvolgere altre regioni per muovere il legislatore nazionale e che però sconta qualche oggettiva incognita.

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La proposta

Ma andiamo per gradi. Il governatore Alberto Cirio da Torino ha lanciato la sua proposta «perequativa». Siccome i big tech, non bastassero i privilegi dell’economia digitale, stanno beneficiando di un vantaggio da lockdown stimato in un + 31%, e con i negozi di quartiere definitivamente azzoppati, è il caso che il Piemonte si muova alla difesa del commercio tradizionale. Come? Portando l’aliquota fiscale per gli over the top dal 3% sul fatturato (standard condiviso da molte web tax nazionali, a cominciare dalla francese e italiana, appunto) al 15% in tempi di Covid-19, asticella destinata però a raddoppiare in flagranza di lockdown da zona rossa. Obiettivo, secondo Cirio, è arrivare a coinvolgere cinque Consigli regionali per portare la proposta come modifica di legge al Parlamento. Il ricavato avrà un vincolo di destinazione perequativo appunto, dice il governatore, perché «li daremo tutti ai piccoli commercianti: bar, negozi» colpiti da saracinesca abbassata per Dpcm.

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Italia ed Europa

Con un balzo costituzionale in avanti – il riformulato articolo 117 riconosce alle Regioni un mero «coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario», non ancora un ruolo novativo in materia riservata allo Stato – dall’ex Regno sabaudo si tenta almeno idealmente di rimediare all’impasse che da un decennio blocca la comunità internazionale in materia di digital service tax. Non a caso il Commissario Ue all’Economia, Paolo Gentiloni, ha ribadito nei giorni scorsi che «se non si riesce ad arrivare a un’intesa globale in sede Ocse-G20 la Commissione Ue avanzerà la proposta di una digital tax europea entro il primo semestre del prossimo anno». Primo semestre entro cui anche l’Ocse, dopo aver rinunciato ad adempiere entro dicembre 2020 come annunciava da anni, ha rinviato l’appuntamento con una soluzione globalmente condivisa per una web tax che, comunque la si metta , non può fare a meno dell’avallo americano (ed è tutt’altro che scontato che Biden sia più concessivo di Trump).

Il peso delle big tech

A proposito di digital service tax, la pandemia ha fatto passare in secondo piano il varo della tassa sui Gafa+Microsoft, attesa al primo gettito per marzo 2021: si tratterebbe di 708 milioni previsti nella legge di bilancio per il 2020, ma nelle more della pandemia si è persa traccia dei provvedimenti e degli adempimenti intermedi. Il fatturato complessivo in Italia nel 2018 delle prime 15 società di servizi digitali del mondo – tutte di matrice Usa o asiatiche – secondo Mediobanca è stato di 2,4 miliardi, una cifra significativa ma che oltre a risentire di piani di ottimizzazione fiscale aggressivi esprime in realtà una raccolta di tasse societarie molto bassa (64 milioni), solo parzialmente compensati dagli esiti di iniziative giudiziarie della Procura di Milano. Anche alla Dst tricolore è stata aggiunta la clausola di restituzione/compensazione dell’eventuale eccedenza sul differenziale tra la futura web tax globale e quanto già versato all’Erario.

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