Opinioni

Il più pragmatico degli utopisti: 60 anni senza Adriano Olivetti

di Paolo Bricco

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4' di lettura

«Adriano? Adriano è tecnicamente matto». Così lo psicanalista Cesare Musatti descriveva – con l’ironia immaginifica e paradossale del comune ceppo ebraico – Adriano Olivetti. Lo faceva per motivare – con affetto e riconoscenza, lui che come tanti altri intellettuali era stato tolto dall’anonimato sociale e da una esistenza di ristrettezze economiche dalla collaborazione con l’industriale di Ivrea – il fallimento di ogni ipotesi di un suo percorso psicanalitico.

Ma, soprattutto, con quella frase Musatti coglieva la natura anomala di Olivetti, morto esattamente sessanta anni fa – il 27 febbraio 1960 – su un treno partito da Milano e diretto in Svizzera. L’irriducibilità rispetto allo standard dell’imprenditore italiano ed europeo del Novecento costituisce ancora oggi l’elemento della sua maggiore novità. Una irriducibilità che va maneggiata con cura: considerata nei suoi fattori costitutivi e trattata con gli strumenti della razionalità storiografica, per evitare così che prevalga – come finora ha prevalso – una immagine fumettistica e retorica, glassata e sentimentale di una personalità che non era né fumettistica, né retorica, né glassata, né sentimentale.

Prima di tutto Adriano è stato un imprenditore. Un imprenditore lungimirante e duro, visionario e pragmatico. È questa la struttura su cui si regge l’intero edificio adrianeo. Senza questa struttura, tutti gli altri mattoni – la sprovincializzazione della cultura e l’utopia politica, la curiosità onnivora e l’aura messianica – non avrebbero avuto su che appoggiarsi. E, in questo caso, la struttura è preliminare, sia logicamente sia materialmente, ai mattoni: viene resa unica e assume uno stile – viene da dire con un pizzico di retorica – “inimitabile” da quei mattoni, ma senza di essa appunto i mattoni non esisterebbero.

Adriano Olivetti è, dunque, un esponente del fordismo classico. La razionalizzazione degli impianti di Ivrea effettuata fra il 1945 e il 1958, descritta in studi che hanno fondato la sociologia industriale italiana da Luciano Gallino (un altro dei professionisti di umili natali asceso socialmente e culturalmente grazie all’esperienza adrianea), avviene all’interno del canone della fabbrica novecentesca. A essa seguono la trasformazione dell’impresa per funzioni, la costituzione della Ricerca, la diversificazione nei primi anni Cinquanta nella grande elettronica rispetto alla specializzazione produttiva tradizionale ed egemonica della meccanica e lo sviluppo e la calibratura delle consociate estere in un organismo coordinato da Ivrea.

La sua attitudine al cambiamento da industriale si esprime sia all’interno sia all’esterno del perimetro dell’impresa. All’interno dell’impresa adopera competenze particolari: oltre agli ingegneri e ai tecnici, ricorre a filosofi e letterati, poeti e sociologi, economisti e psicanalisti in funzioni aziendali che diventano strategiche, come le relazioni interne e le relazioni industriali, l’ufficio stampa e il disegno industriale, la pubblicità e i servizi sociali. Fra gli altri, a Ivrea e a Milano, operano Franco Fortini e Franco Momigliano, Luciana Nissim e Ottiero Ottieri, Paolo Volponi e Giorgio Soavi, Marcello Nizzoli ed Ettore Sottsass. In questo, Adriano viene osservato dagli altri imprenditori italiani con simpatia al limite del sussiego e con circospezione confinante con il sospetto.

All’esterno dell’impresa riesce a focalizzare ogni sforzo industriale e tecnologico, estetico (nel design) e commerciale (con la pubblicità) su prodotti di grande successo. Un successo tale che, alla fine, sembra prefigurare una sorta di monopolio di mercato: la linea Divisumma ha un margine operativo lordo dell’80 per cento. Ogni cento lire incassati dalla Olivetti, 20 lire vanno a ripagare i costi industriali. Tutto il resto è guadagno. L’impresa di Ivrea ha, quindi, una significativa capacità di creare ricchezza. Con questa ricchezza è possibile finanziare la componente più avanzata interna all’impresa stessa – per esempio i servizi sociali e culturali a favore dei dipendenti – ed è possibile – nella indistinzione fra sfera personale e sfera pubblica dell’imprenditore – finanziare le altre attività esterne all’azienda.

Il punto di raccordo fra queste due dimensioni è rappresentato dall’architettura, con il razionalismo novecentesco che ha a Ivrea alcune delle sue espressioni principali: dagli edifici di Luigi Figini e Gino Pollini a quelli di Ignazio Gardella. Nello spazio – nei luoghi – si esprime la componente civica e prepolitica di Adriano. Per il quale la fabbrica è uno degli snodi organizzativi di un modello comunitario che costituisce – nella sua personale visione politica, culminata nell’insuccesso delle elezioni nazionali del 1958 – una alternativa alla democrazia classica, una sorta di terza via – nella cristallizzazione dei paradigmi – rispetto al socialismo reale e all’occidente di impronta liberale, nella sua duplice versione di mercato oppure di economia mista. Ma tutto questo – fra successi e fallimenti, aspirazioni e realtà – torna sempre alla cruna dell’ago della fabbrica. Non a caso, nel discorso ai lavoratori dello stabilimento di Pozzuoli del 23 aprile 1955, Adriano scriveva: «Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?». Sì, questo qualcosa c’è. O, meglio, c’è stato. E da quel punto l’onda si è propagata, arrivando fino a noi.

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