la sentenza

Il pizzaiolo lavora in nero? Con i selfie in pizzeria vince la causa

Il Tribunale di Ferrara ha riconosciuto la natura subordinata del rapporto di lavoro anche grazie agli autoscatti prodotti in giudizio

di Marisa Marraffino

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3' di lettura

I selfie del pizzaiolo con l’orologio alle spalle inchiodano il datore di lavoro che non lo ha regolarmente assunto. Lo ha stabilito il Tribunale di Ferrara, con la sentenza 4 del 7 febbraio 2020 (giudice Bighetti), che ha riconosciuto la natura subordinata del rapporto di lavoro anche grazie agli autoscatti prodotti in giudizio. Infatti, se è vero che i selfie non dimostrano l’orario preciso di lavoro, di sicuro accertano la presenza del pizzaiolo alla sua postazione, in un periodo in cui nessun contratto di lavoro era stato stipulato.

La vicenda
Il pizzaiolo aveva fatto causa alla titolare chiedendo il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato che si era protratto per ben quattro anni. La titolare del locale sosteneva di aver regolarmente assunto a tempo determinato il pizzaiolo per poi chiamarlo soltanto nei momenti di bisogno, retribuendolo con i voucher.
Ribadiva, poi, che l’orario serale di lavoro del pizzaiolo non fosse mai andato oltre le due ore, ovvero dalle 19.30 alle 21.30.

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Il contributo dei testimoni
Da qui la valutazione probatoria dei selfie con l’orologio alle spalle del lavoratore, oltre alle testimonianze dell’aiuto cuoco e di alcuni amici che avevano visto il pizzaiolo lavorare. Decisiva, poi, anche l’ispezione della direzione territoriale del lavoro che lo avevano sorpreso alla sua postazione senza contratto.Ne conseguiva anche la cartella esattoriale dell’Inps, contestualmente impugnata dalla titolare.

La cartella dell’Inps
Le cause del pizzaiolo e della titolare contro la cartella dell’Inps vengono riunite, ma non c’è scampo per quest’ultima. Il giudice non ha dubbi: tutte le prove, selfie compresi, giocano a favore del lavoratore. A nulla è valsa la difesa della titolare, la quale ha provato a sostenere che nessuna delle fotografie ritraeva il pizzaiolo al lavoro. Lo stesso in alcuni selfie era infatti in abiti civili, non con la divisa, e questo avrebbe dimostrato che spesso «veniva nel locale non per lavorare, ma a titolo di amicizia», come sostenuto in sede di interrogatorio libero dalla proprietaria della pizzeria.

Quando le foto provano i «dati di fatto»
Di diverso avviso il giudice, per il quale al contrario «le fotografie provano molti dati di fatto». In particolare smentiscono platealmente la regolare gestione del personale, asserita dal datore di lavoro. Nei selfie - si legge nella sentenza - «il lavoratore è in pizzeria, al suo posto di lavoro» e in molte occasioni è proprio l’orologio a muro a smentire la ricostruzione del datore di lavoro, segnando un orario che andava spesso oltre la mezzanotte. Le fotografie provano che il lavoratore era nella pizzeria, al suo posto di lavoro, e si susseguono per diversi giorni durante i mesi dell’anno. Al centro della pronuncia anche la valenza probatoria degli screenshot. La titolare, infatti, aveva contestato anche la non genuinità dei selfie prodotti. Disposta la perizia sui files fotografici contenuti nello smartphone del lavoratore, questa ancora una volta smentisce la titolare. Infatti, se gli screenshot da soli possono non bastare, in aiuto arriva il consulente tecnico d’ufficio informatico nominato dal giudice.
Dall’analisi tecnica dei files delle fotografie era emerso, infatti, che questi non fossero stati modificati dal lavoratore e che spesso contenevano anche la geolocalizzazione effettuata proprio dal dipendente.

La tecnologia che fa la differenza
In questo caso l’uso abile delle tecnologie ha giocato a favore del lavoratore, capace di autoprodurre elementi favorevoli per il giudizio. Tuttavia, la confessione del lavoratore in sede di interrogatorio di essere stato pagato in contanti, con 60 euro netti per ogni giornata di lavoro, ha fatto sì che il riconoscimento della natura subordinata del rapporto di lavoro abbia determinato soltanto la condanna al pagamento dei contributi previdenziali, per un importo totale di oltre 40mila euro.

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