il lavoro che cambia

Il plusvalore, una minera d’oro a disposizione di tutti

di Lorenzo Cavalieri *


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(REUTERS)

4' di lettura

La maggior parte delle persone che incontro per discutere dei loro problemi di lavoro mi riportano situazioni che possono essere facilmente ricondotte a tre concetti: «Guadagno troppo poco»; «Non mi sento libero»; «Non mi sento valorizzato». Di fronte a queste affermazioni adotto un atteggiamento provocatorio e faccio notare che non c’è nulla di insolito o patologico. Semplicemente il capo o il datore di lavoro stanno «estraendo plusvalore» dalla propria risorsa.

L’espressione “plusvalore” non è più di tendenza come negli anni settanta, ma anche per chi non è un seguace o uno studioso di Karl Marx il concetto di plusvalore ci aiuta ancora oggi a cogliere alcune dinamiche del mondo del lavoro e di conseguenza a orientare le nostre scelte professionali. Secondo Marx il plusvalore è la differenza tra il valore del prodotto del lavoro e la remunerazione sufficiente al mantenimento della forza-lavoro, differenza di cui in un regime capitalistico si approprierebbero gli imprenditori-capitalisti. Cosa significa? Significa che quando un artigiano acquisisce una commessa da 500 euro e un giorno di lavoro e la affida a un collaboratore che guadagna 80 euro al giorno sta lucrando un plusvalore di 420 euro. Con questo plusvalore coprirà gli altri costi di produzione e remunererà il suo capitale di rischio. Semplice e banale.

Il discorso si può allargare anche a situazioni non strettamente imprenditoriali: un amministratore delegato che fa bella figura (guadagnando credito) davanti al Cda per la profondità delle sue analisi economiche, sta lucrando plusvalore su un lavoro svolto in realtà dal direttore amministrativo. Il direttore amministrativo sta a sua volta facendo bella figura (guadagnando credito) agli occhi dell’amministratore delegato sebbene il lavoro alla fine sia stato effettivamente realizzato dal controller (subordinato al direttore amministrativo). «Estrarre plusvalore» significa sostanzialmente guadagnare (soldi, credito, autorevolezza, ecc.) da qualcosa realizzata o gestita da qualcun altro.

Questo significa sfruttamento? Non necessariamente. A ben pensarci questa dinamica sta alla base del trasferimento del sapere e del valore economico da secoli, nelle imprese come nelle accademie. Una sorta di scambio. Io “maestro” ti offro un reddito e un “sapere” e tu, “garzone”, mi permetti di estrarre “plusvalore” sul tuo lavoro. Lo scambio è equo se un bel giorno, quando il trasferimento di competenze è maturo, il “garzone” avrà la possibilità di rinnovare il ciclo, diventando maestro e mettendo sotto di sé nuovi “garzoni” da cui estrarre plusvalore. Quando però il “garzone” non riesce a compiere il salto allora il circolo virtuoso si arresta e si cade nel malessere da cui siamo partiti: «Guadagno troppo poco»; «Non mi sento libero»; «Non mi sento valorizzato».

Autentici tormentoni, soprattutto nel mondo degli studi professionali e delle società di consulenza. Per uscire da questo tunnel è fondamentale esaminare quali sono le condizioni che consentono al maestro/capo/datore di lavoro di estrarre plusvalore:
1) Essere in contatto e godere del riconoscimento e della fiducia di chi compra il nostro prodotto/servizio, essendo il garante personale del valore ceduto. Quando un grande professionista firma una perizia o un imprenditore firma con il suo brand personale la confezione di un prodotto, entrambi stanno estraendo plusvalore. Anche se sanno poco di quella perizia o di quella confezione, ne sono i garanti. Chi compra compra perché sulla confezione o sulla perizia c’è la firma di un garante, non gli interessa sapere chi materialmente ha eseguito il lavoro. La prima chiave quindi per estrarre plusvalore è il credito e la riconoscibilità di cui si gode agli occhi di chi compra.
2) Poter sostituire con relativa facilità i propri collaboratori. Ciò significa aver semplificato e standardizzato i criteri di selezione e soprattutto i processi operativi a cui i propri collaboratori si devono attenere.
3) Detenere un know how prezioso e ricercato o asset strategici provenienti da investimenti costosi e/o rischiosi.

Sulla base di questi tre elementi il «garzone frustrato» di oggi («Guadagno troppo poco»; «Non mi sento libero»; «Non mi sento valorizzato») ha una serie di indicazioni sia per orientare la sua strategia di crescita all’interno della struttura in cui opera, sia per capire quando è arrivato il momento di cercare altri lidi.

Ecco tre raccomandazioni per il “garzone frustrato”:
1) Chiediti chi è il compratore finale del tuo prodotto e fai in modo di moltiplicare le tue occasioni di visibilità. La parola chiave è visibilità e riconoscibilità. Insisti per avere contatti col tuo cliente finale (quel soggetto interno o esterno alla tua organizzazione che «compra il tuo lavoro»), preoccupati di come generare nuovi «compratori del tuo lavoro». Mettiti in vista nelle riunioni, prendi la parola più spesso di quanto faresti, impara a raccontare in modo semplice ma efficace il valore di ciò che fai, il tuo «tocco speciale». Senza mancare di rispetto o rompere gli equilibri gerarchici approfitta di ogni occasione per parlare con il capo del tuo capo, per farti conoscere. Scrivi meno mail e alza la cornetta più spesso, fai sentire la tua voce e la tua personalità. Immagina di essere uno chef che a fine turno, invece di fuggire sul retro per fumare una sigaretta, entra in sala e spiega ai clienti come ha preparato i piatti.

2) Cerca di uscire dai processi di lavoro standardizzati, di farti assegnare compiti non routinari. Fino a quando ti attieni alle mansioni routinarie resterai “garzone”, facile da sostituire e per definizione sottopagato e sottovalorizzato. Sperimenta, studia, prova a cimentarti in qualcosa di diverso, cerca le novità, i nuovi filoni, le nuove nicchie. Tutto ciò significa assumersi qualche rischio, esattamente quei rischi che un giorno in passato il tuo maestro/capo/datore di lavoro ha deciso di assumersi.

3) Individua gli aspetti routinari, standardizzabili e automatizzabili del tuo lavoro. Può darsi che in questo momento tu non stia sfruttando abbastanza il supporto di qualcuno o di qualcosa che ti faccia guadagnare del tempo per consentirti di andare alla fonte del plusvalore: stare con i clienti, studiare, pensare, creare valore. Verifica se già nella tua situazione attuale sei nelle condizioni di fare leva (e quindi «estrarre plusvalore») sul lavoro di qualcun altro, di un collaboratore giovane e volenteroso per esempio, o su un più efficace utilizzo della tecnologia.

* Managing Partner della società di consulenza e formazione Sparring

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