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Il poeta che seppe «ridersi di tutto»

di Armando Massarenti

. Barbara Valmorin nell’adattamento teatrale di «Operette morali» per la regia di Mario Martone. Foto di Simona Cagnasso

5' di lettura

«Tutto è follia in questo mondo fuorchè il folleggiare. Tutto è degno di riso fuorchè il ridersi di tutto. Tutto è vanità fuorchè le belle illusioni e le dilettevoli frivolezze». Difficile pensare a una citazione che riesca a rendere in maniera più esplicita le motivazioni di fondo dell’intera opera leopardiana. Emilio Russo, nel suo accurato studio Ridere del mondo. La lezione di Leopardi è riuscito a illuminarla di una luce nuova, concentrandosi su una piccola parola di cui, a una lettura veloce, potrebbe sfuggire la centralità e l’importanza. La parola è «degno». Che cosa significa, entro il vasto progetto leopardiano, che «tutto è degno di riso»? Lo si può capire seguendo l’intero percorso argomentativo di Russo volto a dimostrare, con nuove evidenze e con dovizia di particolari, una tesi già in parte elaborata da studiosi come Fubini, Binni, Blasucci, Galimberti, Ferraris e D’Intino, che vede nelle Operette morali non un insieme più o meno composito di dialoghetti satirici e prose brevi che trattano temi altissimi, ma il risultato di un progetto organico elaborato da Leopardi in maniera chiara e precisa, dove «il riso si presenta come un sigillo di dignità, di nobiltà» in «un libro di argomento profondo e tutto filosofico e metafisico» da giudicare nella sua interezza, mostrando passo per passo la coerenza del «lungo percorso che porta le Operette morali dai progetti della fine degli anni Dieci, a Recanati, fino alle ultime settimane di vita del poeta, quando sembrava possibile una stampa a Parigi, lontano dai vincoli della censura italiana».

Lo stesso Leopardi scriveva all’editore Stella il 6 dicembre 1826 - poco prima dell’uscita della prima edizione - che la sua opera voleva essere «giudicata dall’insieme, e dal complesso sistematico, come accade di ogni cosa filosofica, benchè scritta con leggerezza apparente». Una leggerezza che diverrà la cifra costante del più leopardiano degli scrittori del ’900, Italo Calvino, che nel 1984 confessava in una lettera ad Antonio Prete: «le Operette morali sono il libro da cui deriva tutto quello che scrivo». Non solo dunque le Cosmicomiche, dove più evidenti sono le analogie dettate da un umorismo il cui ingrediente principale è lo straniamento anti-antropocentrico che permette di ridere degli uomini, della loro piccolezza e del loro minuscolo pianeta, confrontati con l’immensità dell’universo o con una natura del tutto indifferente alle loro sorti. Un effetto teorizzato da Leopardi, ispirandosi ad autori classici tra cui soprattutto Luciano di Samosata, anche attraverso la messa in scena di dialoghi tra animali, un genere che troverà il suo apice nel Dialogo tra un folletto e uno gnomo, due personaggi che, proprio mentre irridono gli uomini che «credevano che tutto il mondo fosse fatto e mantenuto per loro soli» finiscono per litigare scontrandosi in una buffa controversia tra follettocentrismo e gnomocentrismo: «Se non fossi nato folletto, io mi dispererei»; «Lo stesso accadrebbe a me se non fossi nato gnomo»!

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È sorprendente leggere con quale lucidità Leopardi portasse avanti i suoi progetti in una pagina dello Zibaldone del 1821: «A volere che il ridicolo primieramente giovi, secondariamente piaccia vivamente, e durevolmente, cioè la sua continuazione non annoi, deve cadere sopra qualcosa di serio, e d’importante. Se il ridicolo cade sopra bagattelle, e sopra, dirò quasi, lo stesso ridicolo, oltre che nulla giova, poco diletta, e presto annoia. Quanto più la materia del ridicolo è seria, quanto più importa, tanto il ridicolo è più dilettevole, anche per il contrasto ec. Ne’ miei dialoghi io cercherò di portar la commedia a quello che finora è stato proprio della tragedia, cioè i vizi dei grandi, i principii fondamentali delle calamità e della miseria umana, gli assurdi della politica, le sconvenienze appartenenti alla morale universale, e alla filosofia, l’andamento e lo spirito generale del secolo, la somma delle cose, della società, della civiltà presente, le disgrazie e le rivoluzioni e le condizioni del mondo, i vizi e le infamie non degli uomini ma dell’uomo, lo stato delle nazioni ec. E credo che le armi del ridicolo, massime in questo ridicolissimo e freddissimo tempo, e anche per la loro natural forza, potranno giovare più di quelle della passione, dell’affetto, dell’immaginazione, dell’eloquenza; e anche più di quelle del ragionamento, benchè oggi assai forti. Così a scuotere la mia povera patria, e secolo, io mi troverò avere impiegato le armi dell’affetto e dell’entusiasmo e dell’eloquenza e dell’immaginazione nella lirica, e in quelle prose letterarie ch’io potrò scrivere; le armi della ragione, della logica, della filosofia, ne’ Trattati filosofici ch’io dispongo; e le armi del ridicolo ne’ dialoghi e novelle Lucianee ch’io vo preparando».

Le armi del ridicolo si legano strettamente con quelle della filosofia, laddove la comicità sarà più efficace e più piena nella misura in cui sarà rivolta a temi alti, di grande spessore esistenziale e metafisico. Tra i vari progetti filosofici di Leopardi, traduttore del Manuale di Epitteto e ammiratore di Marco Aurelio, vi è quello di una “filosofia pratica” che si nutre della tradizione stoica, innovandola ad uso dei moderni eliminandone i tratti più spiccatamente platonici che vorrebbero il saggio del tutto immune dai colpi della fortuna. Ed è in questa variante della compostezza stoica che Russo vede Leopardi impegnato nella costruzione di «una dignità possibile per il genere umano», che non si abbandona a un pianto scomposto sopra le proprie sciagure ma è capace - nelle parole di Leopardi - di una «disperazione magnanima» che non disdegna «le belle illusioni» e che sa «ridere dei propri mali». Il che dimostra quanto fosse ingiusto e sostanzialmente sbagliato il giudizio del Tommaseo che - pur riconoscendo nelle Operette «il libro meglio scritto del secolo nostro» - subito aggiungeva che «i principii, tutti negativi, non fondati a ragione, ma solo a qualche osservazione parziale, diffondono e nelle immagini e nello stile una freddezza che fa ribrezzo, una desolante amarezza».

In tale equivoco, assai ricorrente tra i detrattori di Leopardi, forse incorrono più facilmente i lettori privi di senso dell’umorismo. La risata può scattare all’improvviso proprio dove il messaggio è implacabile e spietato; o, al contrario, sottilmente benevolo, legato com’è a una idea positiva della natura che convive in Leopardi con quella più nota che la vede come matrigna. È la natura che Russo individua acutamente nelle motivazioni umane più profonde alle quali si richiama Plotino nel dialogo con l’allievo Porfirio per convincerlo che l’ineccepibile ragionamento a favore del suicidio di quest’ultimo può essere contraddetto non già dalla ragione ma dalla capacità di ritrovare l’utilità delle illusioni, il conforto della solidarietà e dell’amicizia, e la speranza riposta nel profondo anche dell’animo umano più sconsolato. Persino questa idea, a ben vedere, Leopardi, è riuscito a trasporla in chiave comica, in quel piccolo gioiello che è Il dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere. Con tocco leggero Leopardi fa giungere entrambi i dialoganti alla conclusione che mai vorrebbero che l’anno nuovo si ripetesse identico a uno di quelli passati e che chiunque, principe o povero, avrebbe condiviso questo loro ragionamento. Meglio una «vita a caso» di cui non si sappia nulla, «come non si sa dell’anno nuovo». «Questo è segno che il caso – dice il passeggere – ha trattato tutti male» e che «quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce ma quella che non si conosce, non la vita passata ma la futura. Con l’anno nuovo il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?». E al venditore, prima del commiato, spetta l’ultima battuta (una battuta che al lettore che sappia cogliere il senso ironico dell’incedere di quasi ogni prosa leopardiana, suona come un autentico motto di spirito): «Speriamo»!

Per chi sa amare tutte le sfumature del riso, non è forse questa, per il genere umano, la più «degna» delle risate, la più pietosa, la più affettuosa?

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