l’intervista

Il poliziesco metafisico di Jonathan Lethem

L’autore mescola con sapienza e ironia diversi registri linguistici e stili

di Alberto Fraccacreta


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Jonathan Lethem (Afp)

5' di lettura

«Arrivai in ritardo di venti minuti all'appuntamento con il Detective selvaggio, dopo esser passata davanti a quel posto due volte». Phoebe Siegler incontra il trasandato Charles Heist («incline a fiacche osservazioni oracolari») nel suo buio ufficio disperso in una selva di roulotte, tra torrenti con «letti di ghiaia» e «lanugini bianche», all'estrema periferia di Los Angeles.

Non è Bolaño l'autore dell'incipit, ma un suo fan che, però, non ne vuole sapere di epigonismo: Jonathan Lethem, classe '64, tra i più produttivi scrittori della nuova generazione ebraico-americana, impegnato in un romanzo poliziesco dal sapore metafisico.

Il detective selvaggio (traduzione di Andrea Silvestri, La nave di Teseo, pagine 405, euro 19) è infatti la ricerca – borgesiana – di Arabella, figlia di un'amica di Phoebe, ma anzitutto nome irraggiungibile: i pochi indizi portano a Leonard Cohen e a strampalate comunità. Variamente tradotto in Italia (minimum fax, Tropea, il Saggiatore, Bompiani), vincitore del National Book Critics Circle Award per la narrativa e ora anche del Chandler Award alla carriera – la cerimonia è prevista il 7 dicembre a Como –, Lethem mescola con sapienza e ironia diversi registri linguistici e stili, rimanendo ancorato a quella elementarità della letteratura statunitense che Camus intravedeva nell'immediatezza tematica e nella concisione situazionale.

Il detective selvaggio, il suo ultimo libro pubblicato in Italia, affronta la presidenza di Trump. È così? Cosa c'è dietro la ricerca di Arabella?
«Be', difficilmente direi che “affronta” la presidenza di Trump. Menziona l'elezione di Trump e l'inaugurazione del suo governo. Per il personaggio principale questi sono fattori stimolanti e dànno il via alla storia del romanzo, facendo in modo che esca dalle sue ordinarie assunzioni e routines – ciò che a volte chiamiamo “zona di comfort”. Phoebe crede – anche se non sono sicuro di aver ragione – che il mondo avesse senso prima dell'elezione di Trump. In molti modi l'itinerario segreto del libro è la scoperta, da parte della protagonista, che Trump non è il vero problema. Il problema esisteva, ed esiste, a un livello più profondo, ed era lì prima che egli fosse eletto. E questo problema non ha semplicemente un nome, tipo Trump. (È quindi molto allettante dargli tutto il merito di aver rovinato il mondo.) In effetti, la storia del libro è la storia di un tentativo di viaggio fuori dallo spazio politico, fuori dai soliti binari di sinistra e destra, uomo e donna, coniglio e orso. Il tentativo di fuga fallisce, senza dubbio. Ma, lungo il percorso, lasciamo abbastanza indietro il mondo ordinario che si preoccupa di Trump. Phoebe, per altro, incontra molte persone nel libro che probabilmente non hanno nemmeno notato che ci sono state le elezioni».

Arabella è un nome che ha origine nel gaelico scozzese. Ha un significato particolare per lei?
«Mi piace questa domanda – nessuno l'ha mai chiesto prima. Associo questo nome a una ragazza che conoscevo, ma della quale, una volta cresciuto, non ho più avuto notizie. Frequentava un'altra scuola, una scuola costosa che i miei genitori non avrebbero mai potuto permettersi. Penso che un certo numero di ragazzi fosse piuttosto ossessionato da lei, e così ho mantenuto un'impressione, o dato forma a una proiezione, che mi è rimasta carica, con implicazioni che non sono riuscito a decifrare. Non credo di aver mai più incontrato qualcuno con quel nome».

Brooklyn senza madre. C'è una connessione tra il luogo (New York) e la madre?
«Senz'altro. Mia madre, cresciuta nel Queens, ha abbandonato il college e ha cavalcato la scena popolare dei primi anni '60 al Greenwich Village, assaporando tutto ciò che caratterizzava la città: una perfetta newyorchese. Vedo ancora quei luoghi attraverso i suoi occhi, nonostante la sua scomparsa nel '78 (il che significa che la mia percezione di New York è raddoppiata). Anche se ho assistito e registrato tanta trasformazione – ossia imborghesimento, cancellazione della città che ho adorato, consacrazione e feticizzazione della città che ho adorato (e di cui sono parzialmente responsabile) –, una parte della mia sensibilità è intrappolata dove la lasciai quando mia madre morì: nel 1978».

Quanto contano, dunque, i luoghi dell'adolescenza nel suo immaginario?
«Penso che l'infanzia di uno scrittore sia una sorta di tesoro eccezionale, e tende a sfociare in un libro unico nel suo genere e irripetibile nell'opera dello scrittore stesso. Schiavo d'amore di William Somerset Maugham potrebbe esserne l'esempio paradigmatico. Anche se si crede solitamente che non sia il suo miglior libro – almeno, io lo credo –, si distingue come un impareggiabile sfogo di sé. Quando scrissi La fortezza della solitudine, ero assai consapevole di mettere in gioco questo sforzo in un momento in cui sentivo di essere in grado di rendere giustizia alla mia materia personale; ci sono voluti sei romanzi prima che fossi pronto davvero. E sebbene si può tornare ai temi dell'adolescenza altrove – io l'ho fatto –, non è possibile rievocare esattamente la prima volta in cui riveli te stesso. Essa offre al romanzo un'intensità, una vulnerabilità nel laboratorio di sé, che distingue il libro dagli altri».

Ha citato Maugham, ma i suoi modelli sono anche Philip K. Dick e Don DeLillo...
«Certo. E tanti altri. I miei primi modelli furono Lewis Carroll e Ray Bradbury. Poi, poco dopo, quando avevo 14 o 15 anni, ho aggiunto alla lista Raymond Chandler, Philip K. Dick e Shirley Jackson; poi, un anno o due dopo, Kafka e Borges. In un certo senso quelli rappresentano ancora la costellazione-chiave d'influenza per me. Ma anche gli scrittori che ho letto all'età di vent'anni, sono stati cruciali: Italo Calvino, Don DeLillo, Julio Cortazar, J. G. Ballard, Iris Murdoch, Patricia Highsmith, Anna Kavan e pochi altri che hanno un simile peso. La possibilità di aggiungere influenze rimane aperta, sebbene sia più difficile quando si diventa vecchi. Circa un decennio fa sono rimasto sbalordito da Roberto Bolaño. Ha cambiato di nuovo la mia scrittura. Spero che ciò possa accadere ancora qualche volta prima di aver finito...».

Q ual è il suo rapporto con la lingua e lo stile? Sono ormai divenuti proverbiali i suoi giochi linguistici...
«I libri sono costituiti esclusivamente di linguaggio! I personaggi non sono altro che un mucchio di parole – a un certo punto si deve notare questo strano fatto. A quanto pare, ho cercato d'ignorarlo all'inizio; mi piacevano le storie, le situazioni, i personaggi, l'umorismo e le immagini, ma pensavo ai libri come se fossero dipinti, canzoni o film, creati soltanto nella tua testa. Poi, sempre di più, la lingua è tornata in primo piano. Questo è stato il risultato sia dei cambiamenti nella mia vita di lettore (vedi l'elenco sopra), sia del semplice processo di gestione ripetuta della lingua – era impossibile non interessarsi a essa come sostanza “plastica”, nella sua essenza. Ma non sono d'accordo sul fatto che questo sia un “gioco”; sebbene sia spesso abbastanza divertente scoprire il tipo di distorsione che il linguaggio induce nella coscienza, la posta in palio è troppo alta per chiamarla “gioco”. La lingua è una cosa mortalmente seria».

Crede che la scrittura abbia un ruolo “morale” nella nostra società?
«Tutto ciò che facciamo è politico e sociale – questa è la natura delle nostre esistenze in un affollato mondo intersoggettivo –, esistiamo in relazione a esso e ad altri. Altri con bisogni, situazioni e credenze proprie. La scrittura non è esente da questa complicata realtà: fa parte del mondo. Che si tratti di una partecipazione consapevole, è disperatamente “ingaggiata” con altre persone, a meno che non rimanga nascosta in un cassetto. Credo che il modo migliore per accettare tale partecipazione sia una consapevolezza indiretta. Non mi piace provare a dire agli altri cosa fare o credere, dal momento che non conosco me stesso. Ma mi piace cercare di minare la placida superficie della realtà, per far entrare nuovi pensieri».

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