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Il polo bancario che manca all’economia del Sud Italia

di Alessandro Graziani

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2' di lettura

È possibile, se non probabile, che anche stavolta l'idea non si trasformi in progetto concreto. Eppure l'ipotesi di costruire un grande polo bancario nell'Italia del Sud è, da almeno venti anni, nell'interesse dell'economia nazionale e in particolare delle piccole e medie imprese. Un polo bancario privato, s'intende, non un carrozzone pubblico che eroghi credito sulla base degli input della politica nazionale o dei vari “cacicchi” locali. Il tentativo di creare un grande gruppo bancario privato con quartier generale al Sud Italia, dopo le crisi di Banco di Napoli e Banco di Sicilia, fu promosso a più riprese dalla Banca d'Italia - nell'era del Governatore Antonio Fazio - tentando l'aggregazione tra Mps e Bnl e anche tra Mps e Capitalia.

Nel frattempo al Nord si stavano formando i due grandi gruppi bancari che poi portarono alla formazione di UniCredit e Intesa Sanpaolo. Creare un grande polo bancario privato anche al Sud Italia, era nell’interesse del Paese e soprattutto del tessuto economico del meridione. I vertici di Mps dell’epoca, e soprattutto i maggiorenti politici che stavano dietro Siena, bocciarono ogni ipotesi di aggregazione in chiave Centro-Sud e preferirono imbarcarsi nell’onerosa (9 miliardi) acquisizione per cassa di AntonVeneta, che fu poi causa del disastro successivo del Monte.

Storia passata, ma nel frattempo del tema di una grande banca del Sud non si è più occupato nessuno.

Oggi l’occasione si ripropone, per le difficoltà della Popolare di Bari, ma l’idea di una grande banca del Centro-Sud può avere un senso industriale se non è vissuta solo come un piano di salvataggio collettivo di istituti in difficoltà. Dalla Puglia alla Campania, dall’Abruzzo a Calabria e Sicilia, la mappa bancaria censisce solo istituti di piccola e media dimensione. In gran parte banche popolari, non quotate in Borsa. E quindi esposte - chi più chi meno, chi prima e chi poi - alla nuova regolamentazione che limita l’utilizzo del fondo acquisto azioni proprie.

L’assenza di un mercato in cui i clienti-soci possano vendere le azioni sta creando seri problemi in varie popolari che, nel frattempo, si trovano a dover affrontare le stesse sfide del resto del sistema bancario: Npl, esposizione ai BTp, investimenti nel digital banking, concorrenza da parte dei big della tecnologia e del fintech. Pensare di affrontare il futuro senza accrescere la dimensione bancaria, oggi pare una scommessa temeraria. Vincere i localismi e ragionare sulla creazione di un grande polo bancario del Centro-Sud - sul modello Crédit Agricole o in scia a quanto sta accadendo nel mondo delle Bcc italiane - può essere un’opportunità da valutare seriamente nell’interesse degli azionisti ma anche dell’economia del Sud Italia.

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