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Il polo dell’acciaio resiste ai rincari

L’aumento del prezzo dell’energia minaccia le aziende del Canavese specializzate nella forgiatura dell’acciao destinato al settore auto e trasporti. Ruffatto (Unisa): i prodotti costano fino al 30% in più, stiamo cercando soluzioni con i nostri clienti

di Filomena Greco

 Il settore di riferimento del cluster è quello dei trasporti e dei mezzi commerciali e industriali, che sta tenendo, mentre l’auto in senso stretto occupa circa il 10% dei volumi

4' di lettura

Lavorano in media 350mila tonnellate di acciaio all’anno. E aumenti del costo dell’energia come quelli dei mesi scorsi, con i picchi di luglio e agosto, non li avevano mai visti. Le aziende dello stampaggio del Canavese – almeno 5mila addetti e una cinquantina di imprese – stringono i denti da inizio anno. «Le nostre produzioni – racconta Dino Ruffatto, direttore di Unisa, l’Unione italiana degli stampatori di acciaio – sono energivore, ad alto utilizzo di energia. Tra 2021 e il 2022 le nostre aziende hanno subito una impennata dei prezzi che ha cambiato radicalmente i rapporti commerciali con i fornitori di energia e gli equilibri con i nostri stessi clienti».
Il cuore di questo distretto specializzato nella forgiatura e nella lavorazione dell’acciao, che nel tempo ha sempre più scommesso sulle lavorazioni meccaniche, è a Busano, nell’Alto Canaverse, per estendersi a Forno Canavese, Rivara, Valperga, Courgné, Aglié, fino alla zona di Ciriè e dintorni. Il settore di riferimento è quello dei trasporti e dei mezzi commerciali e industriali – che sta tenendo – mentre l’auto in senso stretto occupa circa il 10% dei volumi.

Filiera in tensione
La prova più difficile per la tenuta di questo indotto fondamentale per le imprese dell’automotive e dei trasporti è stata quella di “trovare la quadra” con i grandi player del settore, con il prezzo dei componenti destinati alle linee di assemblaggio di camion, macchine movimento terra e agricole, veicoli commerciali e auto aumentato dal 20 al 30%. «Il nostro settore ha storicamente lavorato su produttività e tecnologie per contenere i prezzi – spiega Ruffatto – mentre da inizio anno ci siamo trovati a fare i conti con rincari a due cifre e con la necessità di farci riconoscere questi aumenti dai nostri clienti».
Il 2022 dunque ha fatto saltare equilibri storici tanto da rendere necessari regole commerciali e accordi inediti, come contratti di fornitura trimestrali, per poter adeguare i prezzi dei componenti alle oscillazioni dei costi energetici, o riconoscimenti economici una tantum. «Oggi un prodotto che esce dal processo di forgiatura – aggiunge Ruffatto – costa tra il 20 e il 30% in più rispetto a qualche mese fa, non abbiamo mai visto una cosa del genere». Qualcosa comunque il mercato ci sta riconoscendo, dice, «altrimenti avremmo già chiuso bottega», ma la difficile contingenza pone un problema per tutta l’impresa europea, a cominciare dal comparto automotive. «Il tema – conclude Ruffatto– è la difficoltà per l’industria europea a restare competitiva nel momento in cui esporta soprattutto verso Usa o Asia». Per ora, dunque, si naviga a vista per cercare di affrontare la contingenza e cercare soluzioni commerciali in grado di indicizzare i prezzi attuali senza però trasformarli in oneri di sistema.
Un sistema che ancora tiene, dunque, mentre l’uso di cassa integrazione per contenere i costi e adeguare le lavorazioni al portafoglio ordini è limitato al massimo, come conferma Fabrizio Bellino, storico delegato della Fiom tra le aziende dello stampaggio. «La situazione però è preoccupante – sottolinea Bellino – perché le aziende stanno lavorando sul filo e il rischio è quello, a lungo andare, di intaccare i margini e incidere sugli investimenti». La situazione contingente molto difficile limita, aggiunge Bellino, la capacità di azione di ogni azienda. «Quanto può durare questo equilibrio prima di possibili ricadute negativamente anche sui lavoratori?», si chiede.
Per Fabrizio Rosboc, a capo della OMP, il rischio è proprio che l’industria europea legata alle lavorazioni dell’acciaio «vada fuori dalla competizione internazionale. L’europa ha una soluzione per il manufacturing o no? Siamo passati con la nostra azienda da una bolletta da 200mila a bimestre a 500mila euro a bimestre. Serve un intervento a tutela dell’industria. L’Italia non ha una politica energetica e industriale da oltre vent’anni». Il tema esiste tanto per le aziende esportatrici quanto per le imprese come la OMP che ad esempio ha una sede all’estero, in particolare in India. «Questo ci aiuta – spiega – perché in alcune aree non ci sono crisi come quella che stiamo vivendo in Europa, legata a gas ed energia, ma non basta, siamo alle porte di una recessione e questa contingenza finirà per condizionare profondamente i piani di investimenti delle imprese». Chi è riuscito a mantenere contratti indicizzati per le forniture elettriche è andato avanti, chi non l’ha fatto, dopo due anni difficili, aggiunge Rosboc, «rischia la bancarotta perché le aziende si trovano fuori mercato».

Il tema energetico
Dal punto di vista operativo sin dall’inizio dell’anno le aziende del settore hanno visto “saltare” i contratti di fornitura su scala pluriennale per passare alle montagne russe del libero mercato e del Prezzo unico dell’energia. Con bollette pesanti che il meccanismo del credito d’imposta cerca di limitare. «La preoccupazione nostra e dei nostri clienti, è proprio la garanzia di continuità di rifornimento di energia per mettere in sicurezza le produzioni» evidenzia Dino Ruffatto. In questo contesto il tema della sostenibilità energetica sembra quasi una chimera. «La forza di investire in pannelli solari non ce l’abbiamo e renderci autonomi dal punto di vista energetico è quasi impossibile, la priorità è la produzione e il mantenimento delle linee produttive».

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