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Il polo del gioiello Tarì cresce grazie a logistica e digitale

L'ad Corrado Facco annuncia unpiano di rilancio e riposizionamento a livello internazionale dopo il rientro post coronavirus

di Vera Viola

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2' di lettura

Un importante piano di rilancio del Tarì. Il rientro post coronavirus sarà una fase importante per riproporre il polo del gioiello campano all’attenzione nazionale e nternazionale. Parola di Corrado Facco, manager ben noto nel settore dopo aver diretto la Fiera di Vicenza e Ieg, sbarcato un anno fa circa a Marcianise affiancando il presidente Vincenzo Giannotti e il cda come senior strategy advisor, oggi è ad del Tarì.

Nell’immediato si lavora anche con tecnici e con sindacati all’accordo per la riapertura in sicurezza delle 400 imprese di oreficeria e gioielleria insediate all’interno del centro orafo e al riavvio dello stesso Tarì. «Speriamo di poter ripartire il 4 maggio. Stiamo predisponendo un protocollo articolato dedicato alla sicurezza e alla prevenzione. Per evitare assembramenti in ingresso e in uscita abbiamo sostituito la tecnologia che utilizza impronte digitali con una nuova basata su un codice Rfid», dice Facco.

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Ma c’è molto altro che bolle in pentola: una serie di progetti che confluiranno presto in un nuovo piano industriale che il manager veneto pensa possa essere approvato entro l’estate e dettare la linea della gestione nel breve, medio e lungo termine. Si parte dal riposizionamento del brand. «Il Tarì è un unicum nel panorama europeo – chiarisce Facco – con i suoi 400 soci che coprono l’intera filiera del gioiello, dal semplice componente in oro all’alta gioielleria, con la sua struttura di grande impatto, i suoi servizi di alta qualità. Oggi tutto ciò è poco noto, soprattutto nel nord, solo chi lo visita ne apprezza l’eccellenza. Valorizzeremo la nostra presenza prima in tutta Italia, poi nei Paesi del bacino del Mediterraneo, con cui già esistono relazioni commerciali e culturali».

Riscoprire l’identità originaria, insomma, e guardare al futuro. Sul fronte internazionale, la nuova governance – destinata a rinnovarsi l’anno prossimo con il ricambio del cda – spingerà sulle relazioni storiche: quelle con Grecia, Spagna, Cipro, Egitto, Marocco. «Abbiamo progetti con l’Arabia Saudita – prosegue Facco – che, nell’ambito del Programma Vision 2030, ci chiede assistenza alla progettazione di un polo orafo sul modello del Tarì. Per noi rappresenta un’occasione importante per relazioni commerciali che potranno crescere sempre più. Analogo discorso è in corso con il Marocco».

Sul medio e lungo termine il Tarì guarda anche a un importante piano di sviluppo della digitalizzazione. Nell’illustrarlo l’ad si mostra cauto, forse in ragione di qualche inossidabile resistenza interna. «Ci stiamo riflettendo – dice –. L’emergenza legata alla pandemia ha accelerato il percorso: in generale il mondo del lusso sposterà sulla rete il 25% delle transazioni entro il 2025. Il nostro centro può fornire un’esperienza diretta importante, ma ha tutte le carte per diventare anche una piattaforma digitale».

Facco precisa: «Siamo vicini a infrastrutture di trasporto e depositi, abbiamo spazi per la logistica e si potrebbero accogliere all’interno uffici doganali e spedizionieri. Infatti gruppi internazionali che operano su piattaforme digitali hanno mostrato interesse per il Tarì. Con un grande partner potremmo decollare rapidamente». E conclude: «La penso come Brunello Cucinelli, il digitale non potrà sostituire l’esperienza personale, ma può essere un valido supporto alla crescita».

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