INDUSTRIA ALIMENTARE

Il pomodoro pelato di Napoli diventa Igp

di Emanuele Scarci


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3' di lettura

Il riconoscimento Igp del pomodoro pelato di Napoli volàno della crescita. Il Comitato promotore per il marchio di tutela del Pomodoro pelato ha ottenuto da quasi tutte le regioni coinvolte (Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise ma non ancora la Puglia) l’assenso per ottenere l’Indicazione geografica protetta. Dopo che lo scorso 14 luglio il Comitato aveva presentato al ministero delle Politiche agricole e alle Regioni interessate la domanda per il riconoscimento dell’Igp, con l’obiettivo di spingere la crescita dei consumi e la ripresa del mercato. La particolare lavorazione del “pomodoro pelato lungo” è un elemento di qualità apprezzato dai mercati internazionali.

Negli ultimi decenni il consumo di pomodoro pelato ha perso quote di mercato (quasi il 10% l’anno) a vantaggio di altri prodotti, come la polpa e la passata, sia in Italia che all’estero, dove è forte il problema dell’Italian sounding, cioè di prodotti non originali che però richiamano l’italianità.

«Il requisito della territorialità - spiega Giovanni De Angelis, dg di Anicav,l’Associazione dei produttori di conserve vegetali – è necessario per ottenere l’Igp, ed è legato alla fase della trasformazione, che avviene esclusivamente in Campania, con particolare riguardo alle province di Napoli e Salerno. E da qualche decennio in alcune province limitrofe come Chieti, Potenza, Campobasso e Foggia».

Nella campagna 2017, le aziende italiane hanno trasformato 5,26 milioni di tonnellate di pomodoro (in linea con il 2016), con un aumento del 6,6% nel Centro sud e una riduzione del 4% al Nord. L’Italia, terzo trasformatore mondiale di oro rosso con il 14% dopo Usa e Cina, nel 2017 ha incrementato le quantità trasformate, con un fatturato totale di oltre 3 miliardi. Per quanto riguarda i consumi interni, nel periodo settembre 2016/settembre 2017 è proseguita la contrazione del mercato con una riduzione dell’1,9% a valore, cui è corrisposta una lieve ripresa in volume. Sul fronte dell’export, dopo le buone performance degli anni scorsi, i dati dei primi otto mesi dell’anno segnano -6% a volume e -7,1% a valore, in seguito a una calo dei volumi verso l’Europa (-7,9%), in particolare verso la Germania (-18,2%), e a uno scivolone delle esportazioni di concentrato verso l’Africa (-19,8%). Bene invece per tutti i derivati del pomodoro negli Usa, +12,1% a valore e +9,9% a volume.

Ma un’altra novità rilevante arriva dal fronte della tracciabilità: per porre un argine alle speculazioni e alle polemiche, l’Anicav ha richiesto l’estensione dell’obbligo di indicazione in etichetta dell’origine della materia prima a tutti i derivati per garantire al consumatore la massima trasparenza sul Paese o l’area dove è coltivato il pomodoro e quello in cui è trasformato, come già avviene per la passata prodotta in Italia.

«In realtà l’etichetta d’origine aggiunge poco al prodotto italiano - sottolinea De Angelis - perchè i nostri pomodori sono lavorati entro 24 ore dalla raccolta e già oggi la quasi totalità dei produttori ne indica la provenienza. Tuttavia la Ue non disciplina la materia dell’etichettatura d’origine. Per questo nell’Associazione europea dei trasformatori di pomodoro sosteniamo la proposta di indicare obbligatoriamente in etichetta l’origine della materia prima utilizzando le diciture “Ue” o “non Ue”, con la facoltà di indicare anche lo Stato».

Sul pomodoro di qualità made in Italy grava però l’ombra dell’import di concentrato cinese, un tema usato spesso come una clava e che finisce per arrecare danno a tutto il comparto del derivato del pomodoro.

Nel 2016 l’import italiano di concentrato è stato di 207mila tonnellate, di cui 152mila tonnellate importate da Paesi extra europei, soprattutto Cina e poi Usa: l’85% è stato importato in Traffico di perfezionamento attivo (quindi sono in transito dall’Italia) e il 15% in regime di importazione definitiva, che viene utilizzato principalmente per i semilavorati «che sarebbero economicamente non sostenibili - spiega De Angelis - se ottenute a partire da materia prima italiana. Pertanto, la posizione secondo cui le importazioni penalizzerebbero le produzioni interne non è assolutamente condivisibile». Dove finiscono le 22mila tonnellate di concentrato cino-americano? «Come detto - risponde De Angelis - vanno in prodotti specifici che poi esportiamo in tutta Europa. Ma si tratta di appena il 6% dei concentrato prodotto nel nostro Paese».

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