Interventi

Il post-emergenza richiede una politica fiscale più equa

L’applicazione del principio di progressività alle rendite finanziarie tutelerebbe gli interessi delle fasce meno abbienti della popolazione

di Fabio Ghiselli

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(REUTERS)

L’applicazione del principio di progressività alle rendite finanziarie tutelerebbe gli interessi delle fasce meno abbienti della popolazione


3' di lettura

Sarà la politica fiscale, unitamente al supporto finanziario per imprese e famiglie, che assumerà il ruolo di driver di una politica economica espansiva in grado di far uscire il Paese dalla pesante recessione che si prospetta dinnanzi a noi, determinata da questa «tragedia umana di proporzioni bibliche» che ha assunto la pandemia da coronavirus.

Questa investitura l’aveva attribuita l’ex Presidente della Bce, Mario Draghi, già nel discorso pronunciato in occasione del conferimento della laurea honoris causa all’Università Cattolica di Milano, con il quale aveva lanciato un appello ai governi dei Paesi Ue e alle istituzioni comunitarie affinché attuassero «una politica fiscale più attiva nell’area euro (che) permetterebbe quindi di modificare più celermente quelle politiche dei cui effetti negativi su alcune categorie di cittadini e di intermediari siamo ben consapevoli».

E pur senza citarla espressamente nel commento sul Financial Times del 25 marzo – giustamente incentrato sulla necessità di intervenire con «sufficiente forza e velocità» al fine di riassorbire la perdita di reddito del settore privato espandendo il debito pubblico – mi sembra di poter osservare che in una fase post emergenziale tale investitura continuerà a permanere in tutta la sua integrità.

Ma a fronte di un incremento del debito nella misura che sarà necessaria – perché lo Stato non è una famiglia e non è soggetto agli stessi limiti gestionali di bilancio – la politica fiscale avrà un ruolo fondamentale non solo nel ridurre il carico impositivo su quei soggetti che più hanno difficoltà a sopportarlo, anche al fine di sostenere l’offerta e la domanda di beni e servizi, ma anche nel procurare le entrate necessarie a coprire in misura adeguata il fabbisogno.

In un articolo pubblicato sulle pagine di questo giornale il 25 marzo scorso, Tassare le rendite finanziarie per rendere sostenibile il debito, Fabrizio Onida, propone di disegnare la tassazione delle rendite finanziarie rispettando il vincolo costituzionale della progressività, come ipotesi preferibile a quella di introdurre prelievi una tantum sullo stock di risparmio.

Se da un lato non ho nascosto il mio personale favore verso una imposizione leggera sui grandi patrimoni (Il Sole 24 Ore, 11 febbraio 2020), dall’altro non posso che confermare la mia condivisione verso la proposta di Onida.

L’applicazione del principio di progressività anche alle rendite patrimoniali contribuirebbe a realizzare quel principio sostenuto dagli studiosi ispiratori della riforma tributaria degli anni ’70 ma mai attuato dal legislatore per vari motivi che sono a tutti noti, dell’applicazione dell’imposta personale al reddito complessivo e non solo ad alcune sue componenti. Inoltre, renderebbe il sistema più equo sia nella sua dimensione verticale che orizzontale.

Questo, proprio in virtù del fatto, riportato da Onida, che i due quintili più ricchi delle famiglie italiane detengono oltre l’80% della ricchezza netta (e dei relativi rendimenti) e i due quintili più poveri solo l’8%. Oltre alla circostanza, opportunamente ricordata, che in altri Paesi europei il carico fiscale non è così sbilanciato a favore delle rendite patrimoniali come in Italia.

Come si può facilmente verificare, l’aliquota sostitutiva massima del 26% oggi applicata alla tipologia di rendite in esame (perché altre sono sensibilmente inferiori), da un lato penalizza i soggetti che si trovano nei primi tre scaglioni di reddito (fino a 55mila euro), le cui aliquote medie variano dal 5,2 al 21,4%, dall’altro avvantaggia in misura progressivamente crescente quelli che dichiarano redditi superiori.

Se è vero che per svolgere una comparazione completa occorre considerare anche l’effetto che si produrrebbe applicando le aliquote marginali Irpef (anche più elevate) sulle stesse rendite, dall’altro, per mitigare o annullare la maggiore imposizione che potrebbe incidere sulle fasce più deboli, potrebbe essere presa in considerazione l’ipotesi di non assoggettare a tassazione complessiva (salvo l’obbligo dichiarativo), un importo minimo di tali rendite mediamente ritraibile dalle stesse fasce di soggetti, e rivedibile periodicamente in funzione dell’evoluzione dei tassi d’interesse di mercato.

In conclusione, nell’attuale grave situazione in cui ci troviamo, un punto essenziale dovrebbe essere ben chiaro a tutti: la riforma del sistema tributario, nel suo insieme, non può avere come obiettivo una riduzione generalizzata della pressione fiscale. Non è più tempo di elargire sconti, di non pagare o di non pagare il giusto e sopportabile, visto che abbiamo la necessità di finanziare una emergenza e lo sviluppo e le risorse non sono illimitate, ma quello di rendere il sistema più efficiente ed equo. Per questo devono essere abbandonate fuorvianti e, come ho dimostrato in altri scritti, inconsistenti dispute ideologiche, spesso alimentate da timori e persino dall’aver dimenticato alcuni fondamentali princìpi della dottrina liberale, non liberista.

È il tempo della lucidità e del coraggio, non dei tentennamenti e dei compromessi al ribasso.

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