PREMIO ITALO CALVINO - racconto n. 10

Il posto in cui stavi seduto

di Francesco Zani


7' di lettura

Appena sveglio ti mettevi nell'angolo di destra, davanti al bar, esattamente all'altezza della cabina in cui il babbo teneva gli ombrelloni e i lettini che non usava. La mamma a mezzogiorno in punto ti preparava il pranzo e tu mangiavi dietro con lei, in cucina. Tutto il resto era solo attesa. Da dove stavi, potevi vedere perfettamente la bandiera che issava il bagnino di salvataggio.

Se il vento non c'era o spirava verso la riva allora rimanevi in attesa, stretto nella felicità che ti era stata concessa. Dovevo piegare le gambe e stare attento a non sforzare troppo la schiena, ti prendevo in braccio e ti mettevo in acqua quando c'era bassa marea. La tua bocca si deformava e solo io sapevo che quell'espressione, ancora più tirata del solito, non era una smorfia di dolore ma un sorriso. I clienti del Bagno Nives si erano abituati a noi due dentro l'acqua. Era il momento della giornata in cui stavi con qualcuno, non solo vicino a qualcuno. Dovevo stare attento ad asciugarti perché il babbo si arrabbiava se tornavamo con la sedia a rotelle bagnata.

Se il vento, il garbino, spirava forte verso fuori, allora non potevi fare il bagno, proprio come tutti gli altri della spiaggia. Quella delusione era la tua unica occasione di essere normale.
Sapevi benissimo che sarebbe andato avanti tre giorni di fila prima di cambiare e così neanche iniziavi a fare i soliti versi per attirare l'attenzione. Il garbino finiva, come finiscono le canzoni e i film, tu invece avevi smesso come smettono tutte le cose che provocano dolore. Se non fa male non è vita, aveva detto dall'altare il babbo di Carlo che quella sera guidava e dopo tre giorni di coma se n'era andato. Ero l'unico di noi al funerale, la mamma e il babbo erano rimasti in ospedale. Non credevano ci avrebbero passato un anno intero, provando senza successo a farti ingoiare una riabilitazione per te inaccettabile. Il tuo corpo non aveva più una goccia di forza e di nervo attivo, ma eri rimasto un gran testone.

Da quando eri tornato a casa la mamma ti imboccava dalla colazione alla cena, con pezzetti piccoli per il timore che soffocassi, e mangiava insieme a te. Tagliava il petto di pollo e intanto raccontava ogni dettaglio della sua giornata. Un boccone a te e uno a lei, con la stessa forchetta, e poi un po' d'acqua a te e un po d'acqua a lei, con lo stesso bicchiere. La domenica ti faceva bere la Coca Cola, ma lei quella no perché non le piaceva e poi mangiavate entrambi la panna cotta ai frutti di bosco che ti faceva andare gli occhi all'insù per quanto era buona.

Il babbo ti lavava una volta ogni due giorni. Ti spogliava mentre eri sul letto e poi ti portava in bagno dove aveva messo sotto la doccia una sedia di plastica gialla. Usava una spugna morbidissima e la comprava nuova una volta a settimana ripetendoti sempre che costava ventiduemila lire e che quindi non ti dovevi lamentare perché in casa tua ti trattavano bene. Il babbo non ti raccontava nulla perché credeva che star lì a dirti quello che faceva e non faceva ti facesse soffrire.

Io ti stavo vicino. La sera guardavamo la televisione insieme, durante le partite di tennis sulla Rai ti vedevo che tenevi la testa immobile ma muovevi gli occhi velocemente per seguire la pallina. Non ti portavo fuori anche se la mamma e il babbo me lo chiedevano spesso. Non è che mi vergognassi, ma ero convinto che tu non meritassi la pena di chi ci avrebbe visto. Meritavi l'amicizia, l'amore, una fidanzata, qualcuno con cui andare al cinema e queste cose non potevi averle, era irreversibile, ma almeno volevo preservarti dai poverino e dai saluti imbarazzati di gente che ti avrebbe trattato come un bambino di quattro anni. Quando facevamo il bagno era diverso perché lì c'erano solo i clienti del Nives, come essere in famiglia. In acqua era l'unico momento in cui eravamo soli per davvero, e allora ti dicevo tutto quello che pensavo. Pregavo ogni giorno che morissi prima di me, della mamma e del babbo. Non dovevi sopravviverci perché non potevi rimanere solo, chi ti avrebbe aiutato? Dove saresti andato? Io non volevo pensarti dentro a quegli istituti con i muri ingialliti insieme a tante altre persone come te e a gente, benedetta eh, che ti accudiva per lavoro. Dovevi morire, Paolo, te lo ripetevo mentre facevamo il bagno, ti schizzavo con l'acqua per farti ridere e intanto ti dicevo che se fossimo rimasti soli senza la mamma e il babbo ti avrei ammazzato con le mie mani. Poi mi pentivo e ti abbracciavo, e mi dovevo sforzare per non piangere. Tu facevi sempre i tuoi soliti versi che non cambiavano mai. Eeh uuh uuuh eeeh, non li capivo, non li interpretavo. Ti chiedevo se non ti faceva schifo quella vita, se ci trovavi un senso, mi sfogavo io al posto tuo e mi abbandonavo a un egoismo che forse ti faceva soffrire, ma a cui non potevi controbattere in nessun modo. Ci dovevi essere te al posto di Carlo così saresti stato libero e lo saremmo stati anche noi. Perché non sei morto? Non c'era niente che potesse migliorare la mia vita se non la tua morte e pensarti finalmente libero da qualunque parte che non fosse il posto in cui stavi seduto. Non potevo essere felice, neanche nelle piccole cose, perché quello che eri diventato aveva fagocitato tutto. Paolo neanche se facessi 13 e vincessi cento milioni sarei felice, non cambierebbe niente, neanche se domani venisse qui Pete Sampras e mi chiedesse di andare con lui a fare un'oretta al campo 5, il più bello, del Circolo Tennis di Via Cesare Abba a Cesenatico. Non posso più essere felice con il tuo peso sulla schiena. E sei un aeroplano che in volo ha finito la benzina e ogni giorno devi atterrare con fatica da qualche parte arrangiata, ma io, la mamma e il babbo siamo le ruote che escono al momento giusto e ti fanno arrivare a terra sano e salvo. Quando non ci saremo più ti schianterai al suolo distruggendoti. Per questo non possiamo nemmeno morire in pace Paolo, ti rendi conto quanto sarà difficile andarsene pensando a te qui da solo. Paolo se io mi accorgo che sta per succedere giuro che ti ammazzo con questo mani, non so come ma lo faccio.

Penso che la tua morte sarebbe come quella di una cimice, che all'inizio provoca un odore sgradevole e insopportabile ma poi sei felice che non ci sia più. Smetti di respirare Paolo, smettila, provaci, fallo per me e anche per te. Non mi ricordo l'ultima volta che mi hai detto una parola, qualcuno mi avrebbe dovuto avvisare di salutarti per bene, di abbracciarti per una volta. Qual è stata l'ultima volta che hai sentito davvero il sapore di qualcosa che mangiavi Paolo? Il mondo sarebbe giusto se venissimo avvertiti: questa è l'ultima volta che guidi la macchina con cui hai preso la patente, questo è l'ultimo gol che segni in una partita di calcetto con i tuoi amici, questa è l'ultima volta in cui fai l'amore con questa donna, questa è l'ultima volta in cui parli con tuo padre. E invece non ci dice mai niente nessuno e io Paolo ti ho salutato distratto senza neanche ascoltare quello che dovevi dirmi e il giorno dopo non esistevi più, eri lì pieno di fili attaccati a quel letto di ospedale e avevi disimparato a parlare. Quando stavi male e non sapevamo se saresti sopravvissuto, andavo ogni sera al faro rosso quello in fondo al canale che dopo sfocia nel mare. Mi mettevo seduto lì con le gambe a penzoloni dove tu andavi a pescare che per me era la cosa più noiosa che si potesse fare e infatti non ti avevo mai accompagnato. In tutta Cesenatico non tirava un filo d'aria e lì in cima invece il vento era fortissimo. Perché Paolo? Tu lo sai, l'avrai chiesto a qualche vecchio con cui passavi quei pomeriggi di niente, ma adesso non me lo puoi dire e io a loro non glielo chiedo. Paolo tu non vivi, ma guardi vivere. Da fuori sembrava che giocassimo, e invece litigavo con te e con quello che eri diventato in un assolo che mi faceva male ma era liberatorio. L'amore adesso era la verità, e io dovevo dirtela perché tutti ti avevano privato anche di quella.

In inverno la mattina presto ti coprivo bene e ti spingevo a fatica giù per il sentierino che aveva resistito e le ruote sottili slittavano sulla galaverna. Dietro casa nostra avevamo della terra che il babbo non coltivava più da quando avevi avuto l'incidente, era terreno secco con un po' di erba che spuntava spontanea e sbiadita. Ti portavo fino in fondo e arrivavamo davanti alla pozza ghiacciata in cui una volta il babbo metteva di nascosto i liquami e tutto lo scarto della coltivazione.

Ci diceva di stare attenti, di non giocare lì perché era pericolosa. Allora mi sembrava enorme, grande come il mare, e adesso pareva insignificante. Ogni mattina partivo con l'idea di prenderti in braccio e poi buttarti lì dentro e farti affogare, non avevo paura di andare in galera perché quella vita era peggio di una cella. Poi pensavo anche che ti avrei potuto strozzare, soffocare con qualcosa, tanto non avresti avuto la forza per reagire, per urlare, per divincolarti. Ogni mattina ti portavo lì e fermavo la tua sedia davanti alla pozza, dietro in lontananza si vedeva casa nostra, poi la strada e qualche macchina che iniziava a passare veloce. Ti facevo una foto al giorno, quella doveva essere l'ultima immagine prima della tua morte. Guardavi da una parte con lo sguardo assente, la berretta moscia e indossata male e la gambe tutte storte, non riuscivo a prenderti, non c'eri, non ti sentivo perché la tua assenza era più forte di ogni cosa. Non sapevo dov'eri, ti nascondevi anche in quelle foto tutte uguali in cui la tua immagine fastidiosa rimaneva immutata dentro alle stagioni che scivolavano verso la primavera. D'amore si muore ogni mattina, poi c'è la mamma che ha preparato la colazione da imboccarti e il babbo che deve buttarti sotto la doccia prima di andare al bar a leggere il giornale.

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