crisi di governo scongiurata

Il potere logora i populisti finlandesi, si spacca il partito euroscettico

di Michele Pignatelli


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Il presidente uscente e cofondatore del Partito dei Finlandesi, Timo Soini, durante il congresso del partito (Afp)

3' di lettura

Il populismo europeo, questa volta quello in salsa nordica dei Finlandesi (o Veri finlandesi), subisce una nuova battuta d’arresto: il partito - da due anni al potere nella coalizione di centrodestra guidata da Juha Sipilä - si spacca in due, all’indomani della rottura con il primo ministro che stava per segnare una crisi di governo nel Paese scandinavo. Venti parlamentari, tra cui l’ex leader e ministro degli Esteri in carica, Timo Soini, fonderanno un nuovo gruppo, disponibile a sostenere ancora il governo, lasciando il Partito dei Finlandesi, ora guidato dal radicale anti-Islam Jussi Halla-aho, con 17 deputati.

Ascesa e declino del Partito dei Finlandesi

Un passo indietro è d’obbligo. Nel 2015 i Finlandesi ottennero il 17,7% dei voti, terzo partito alle spalle del Partito di centro e del Partito della Nazione. In due anni di condivisione del potere – un’esperienza vissuta nei Paesi nordici solo dal Partito del Progresso norvegese – hanno dovuto inevitabilmente accettare compromessi rispetto alla loro linea euroscettica (per esempio i nuovi aiuti alla Grecia) e anti-immigrazione; forse per questo hanno visto quasi dimezzarsi il consenso di due anni fa, attestandosi oggi appena al 9% secondo gli ultimi sondaggi. A conferma di una teoria che considera retorica populista e attività di governo incompatibili.

Da qui, forse, la svolta interna al partito. Quando, la settimana scorsa, è stato il momento di eleggere un nuovo leader al posto di Timo Soini, non è stato scelto quello relativamente moderato indicato dal fondatore, ma il radicale Jussi Halla-aho: un eurodeputato che, oltre a volere l’uscita di Helsinki dalla Ue, nel 2012 è stato condannato dalla Corte suprema finlandese per aver collegato, in alcuni post, l’Islam alla pedofilia e aver stigmatizzato i somali (numerosi i rifugiati in Finlandia) come predisposti a rubare e a vivere di welfare. Quanto alle proteste anti-austerity in Grecia, nel 2011 Halla-aho, in un altro post, si spinse a chiedere l’intervento dei carri armati e l’instaurazione di una giunta militare.

La rottura con il primo ministro
Troppo per l’imprenditore premier Sipilä, che ieri ha annunciato di voler sciogliere il governo, alla ricerca di nuovi (anche se non facili) partner di governo. Stamattina il primo ministro era diretto alla residenza estiva del presidente Sauli Niinisto per consegnargli la lettera di dimissioni, quando è stato raggiunto dalla notizia della spaccatura del Partito dei Finlandesi e ha fatto – come ha raccontato il suo portavoce – letteralmente dietrofront.
Con i venti scissionisti – tra i quali, oltre a Soini, sono compresi praticamente tutti i membri del partito nominati ministri – Sipilä può contare ancora su una maggioranza parlamentare, seppure più risicata rispetto a quella attuale (106 deputati su 200 contro 123). E portare avanti l’agenda riformista intrapresa, in materia di lavoro, sanità e governo locale. «Con questa decisione – ha dichiarato il deputato “lealista” Simon Elo – rischiamo di rovinare la nostra carriera politica…ma siamo determinati a farlo, per ragioni giuste. Oggi non siamo politici, ma lo facciano per amore della patria».

Un’economia in graduale ripresa
La Finlandia sta uscendo faticosamente da un decennio di stagnazione (e recessione) determinato da diversi fattori: il declino di Nokia e del settore IT, unito a quello dell’industria della carta, la crisi economica russa e le sanzioni incrociate tra Ue e Mosca, partner di primo piano per Helsinki, un mercato del lavoro troppo rigido. Dall’anno scorso il quadro appare in miglioramento: oggi la Banca centrale ha alzato le stime di crescita per il 2017, portandole al 2,1% dall’1,6%, e migliorato l’outlook anche per i prossimi due anni (+1,7% e +1,4%), citando la ripresa delle esportazioni. Ha sottolineato però la necessità di continuare nelle riforme, per sostenere la crescita e rafforzare i conti pubblici.

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