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Il Praemium Imperiale a Giulio Paolini

L'artista italiano ha ricevuto il più importante riconoscimento internazionale per la pittura. Massimo Minini, uno dei suoi galleristi storici, ci ha raccontato la sua carriera

di Silvia Anna Barrilà

Giulio Paolini, Teatro di Mnemosine. GIULIO PAOLINI d'après WATTEAU, Spazio -1 Collezione Giancarlo e Danna Olgiati, Lugano, 2015

4' di lettura

L'artista italiano Giulio Paolini, 82 anni, ha vinto il prestigioso Praemium Imperiale per la pittura 2022, il più importante riconoscimento al mondo in campo artistico, paragonabile al Premio Nobel nell'ambito delle scienze e della letteratura, istituito dalla Japan Art Association nel 1988. Il premio gli sarà conferito a Tokyo il 19 ottobre in una cerimonia ufficiale alla presenza del Principe Hitachi, insieme agli altri vincitori: Ai Weiwei (Cina) per la scultura, Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa dello studio SANAA (Giappone) per l'architettura, Krystian Zimerman (Polonia/Svizzera) per la musica e Wim Wenders (Germania) per il teatro/cinema.

L’amicizia

È il coronamento di una lunga carriera iniziata nel 1960, con il primo quadro, “Disegno geometrico”, nel quale l'artista non ha “nulla da dichiarare”. I suoi lavori non vogliono comunicare alcunché, costituiti principalmente da tele bianche, fogli da disegno, cornici vuote, calchi in gesso, elementi di plexiglas e da un vasto repertorio di elementi iconografici, mettono in scena l'attesa di un'immagine, che elude ogni tentativo di fissazione per rimanere sospesa nella dimensione potenziale. “Paolini è uno dei padri fondatori dell'arte concettuale” afferma il gallerista bresciano Massimo Minini, che con l'artista lavora dagli anni 70. “L'ho incontrato la prima volta quando lavoravo per Flash Art” ricorda Minini, “sono andato a trovarlo in studio per un'edizione che doveva produrre per una cartella di grafiche di sette artisti italiani riservata agli abbonati. Quando ho aperto la galleria, nel 1973 – l'anno prossimo sono 50 anni – uno dei primi artisti a cui ho pensato è stato Paolini e così, con la prima mostra in galleria nel 1976, è nato un lungo sodalizio basato su una consonanza di idee e modi. Dopo Fontana, Manzoni e Castellani, è il più grande artista italiano”.

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Giulio Paolini nel suo studio, Torino, 2022, (Foto archivio: Paola Ghirotti)

Il gallerista

A novembre Massimo Minini dedicherà all'artista la settima mostra personale in galleria (inaugurazione sabato 26 novembre). “A questo punto della carriera, Paolini ha 82 anni e io 78, ci siamo detti: facciamone ancora una, potrebbe essere l'ultima. Come diceva Woody Allen, devi vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo, prima o poi ci azzecchi” scherza Minini. “Sarà una mostra dedicata all'immateriale”.

Giulio Paolini, Mimesi, 1975, gesso, Ed. 20

Nella sua lunga carriera Paolini ha lavorato con moltissime gallerie. “Ci sono artisti che scelgono di rarefare il loro lavoro e collaborare con poche gallerie – spiega Minini – e altri che, al contrario, lavorano con numerose gallerie”. Dopo le prime mostre, che si sono tenute a La Salita a Roma, L'Ariete a Milano e Notizie a Torino, Paolini ha collaborato con le principali gallerie tra Europa e Stati Uniti, come Gian Enzo Sperone, Yvon Lambert, Lisson Gallery, Paul Maenz. “Il successo internazionale di Paolini è arrivato subito, ed erano anche gli anni in cui le gallerie erano più collaborative e si scambiavano artisti e mostre – ricorda Minini – poi con la crescita del mercato ogni gallerista ha iniziato a difendere il proprio orto”.

Giulio Paolini, Le nove Muse sul monte Parnaso, 2022, matita rossa su carta e collage su stampa antica, 70x92 cm

Gli altri

Ancora oggi Paolini lavora con diverse gallerie: oltre a Minini, Tucci Russo, Massimo De Carlo, Alfonso Artiaco e Christian Stein in Italia, all'estero con Lisson, Marian Goodman e Annemarie Verna. Sui prezzi in galleria Minini non si sbilancia: “Sono più accessibili di tanti artisti africani o americani che da un anno all'altro passano da mille dollari a un milione. I suoi valori nel tempo sono cresciuti in modo stabile, senza speculazioni, senza operazioni studiate a tavolino. Comunque, rimangono contenuti per il suo valore artistico”.

In asta

Il record è 586.228 euro, segnato nel 2015 da Christie's a New York per il dipinto acrilico e grafite su tela “Indice delle opere inscritto in un motivo decorativo”, del 1972. La stima era di 74.560-111.840 euro. Anche l'opera che ha segnato il secondo prezzo più alto, “Notes for the Description of a Painting Dated 1972” dello stesso anno, nel 2016 sempre da Christie's a New York, ha moltiplicato le stime, da 70.296-105.444 euro a 531.613 euro.
Il 2015-16 sono stati gli anni del picco del mercato all'asta, mentre l'anno scorso il turnover totale è stato pari a 380.280 euro, di cui il 61,6% realizzato in Italia. In totale i passaggi dal 2000 a oggi sono stati 841.

Giulio Paolini, Salles d'attente, MAMCO Musée d'art moderne et contemporain, Geneva, 1999

Quando compaiono opere importanti sul mercato, talvolta vengono acquistate dalla Fondazione dell'artista, costituita da Paolini nel 2004 insieme alla moglie Anna Piva, scomparsa l'anno scorso, per salvaguardare e diffondere la conoscenza delle attività dell'artista. La Fondazione conserva gli archivi di Paolini e una collezione di 67 suoi lavori, donati dai coniugi fondatori nel 2004 e nel 2012, che testimoniano la ricerca dell'artista dal suo primo quadro, “Disegno geometrico” del 1960, fino agli anni 2000. Si occupa, inoltre, della catalogazione ragionata delle sue opere.“Paolini è un artista difficile da definire – conclude Minini – perché è uno che si nega, che predica il passo indietro dell'artista a favore del primato dell'opera, una posizione tipica degli anni ’60, in cui si ambiva ad azzerare i linguaggi per poi ricreare. Nel suo caso, è l'opera che ti guarda”.

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