A colloquio con il premio Nobel

Il premio Nobel Stiglitz: «Tassate Google, non i robot»

di Alberto Magnani

5' di lettura

«Molti studiosi di economia non pensano all’automazione, si concentrano su tesi astratte. Ma sforzarsi di capire robot e intelligenza artificiale significa capire come si evolverà il mondo». Joseph Stiglitz, oggi in cattedra alla Columbia di New York, è l’economista americano che ha rivoluzionato il linguaggio della disciplina con concetti destinati a modificare i vecchi schemi di pensiero: dall’azzardo morale alla asimmetria informativa, la teoria che gli è valsa il premio Nobel nel 2001 insieme ai colleghi Michael Spence George e A. Akerlof.

Il mercato, secondo Stiglitz, è «asimmetrico» quando alcuni soggetti godono di informazioni più accurate rispetto alle controparti e ne traggono vantaggio. Un rischio simile a quello che si profila nell’era dell’automatizzazione e dell’economia digitale, se l’avvento tecnologico favorisce la produttività dei grandi gruppi a scapito di posti di lavoro, tenore di redditi e mobilità sociale. Incontriamo Stiglitz ad Ancona, dove ha ricevuto la laurea honoris causa dell’Università Politecnica delle Marche per i «contributi resi sui temi di economia internazionale, globalizzazione dei mercati e fragilità finanziaria» (si veda l’articolo in pagina). Stiglitz ha parlato soprattutto di disuaglianze e del «fallimento di Trump», ma il tema del nostro colloquio è un altro: il futuro del lavoro nell’era di robot, intelligenza artificiale e software capaci di eseguire mansioni riservate agli umani. Un tempo, almeno.

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Professor Stiglitz, lei si è espresso in maniera critica sui rischi dell’automatizzazione per occupazione e reddito dei lavoratori “umani”. Quali sono i principali problemi che si possono creare a livello economico?

I problemi principali sono due: i lavoratori possono perdere la propria occupazione o essere costretti a competere con macchine e sistemi digitali. Per evitare gli effetti negativi, l’unica strada è investire in formazione e tentare di fornire quelle skills necessarie a reinventarsi dal punto di vista professionale. Bisogna dare per scontato che qualcuno resterà indietro perché non ha le competenze necessarie o le sue mansioni sono diventate obsolete rispetto a quelle domandate. Ma anche considerare che alcuni settori verranno toccati solo in parte dal fenomeno.

Robotica e intelligenza artificiale stanno anche creando figure professionali inedite.

Certo. Le macchine non si limitano a sostituire, ma possono anche rinforzare e abilitare il lavoro umano. Pensiamo, ad esempio, alla sanità o all’assistenza agli anziani: professioni simili verranno aumentate, non ridotte dall’avvento di tecnologie specialistiche. Ci sarà bisogno di qualcuno che si prende cura degli altri e del giudizio di un professionista, anche perché questi sono settori dove conta più il valore umano rispetto al valore del mercato. Ma dobbiamo essere sicuri che le retribuzioni in questi settori rimangano stabili e non vengano lasciate troppo indietro. Se lo facciamo, le disparità potrebbero essere contenute.

Ma non ci sono anche risvolti positivi? Ad esempio, l’intelligenza artificiale permette di automatizzare i lavori di routine e concentrarsi sulle attività ad alto valore aggiunto.

Sicuramente l’intelligenza artificiale può rendere più produttivi. Oggi abbiamo più strumenti, possiamo vedere cose in maniera accurata – o almeno, lo possono fare quelli che sanno come sfruttarla. La produzione crescerà e crescerà in meglio. Il secondo aspetto positivo è che serviranno nuove figure, come dicevamo: penso, ad esempio, a ingegneri sempre più sofisticati. Tuttavia, in termini di creazione di posti di lavoro, temo che gli aspetti negativi saranno più di quelli positivi. E a questo punto la domanda diventa come proteggere i lavoratori senza le skills che servono per rimanere sul mercato. Sicuramente bisognerà aumentare la spesa sociale, ma come?

Come?

Ad esempio provando a tassare l’intelligenza artificiale. O meglio, provando a tassare le aziende che “vendono” l’intelligenza artificiale e hanno più potere di mercato, come Google e Apple.

C’è chi ha proposto di tassare direttamente i robot, come Bill Gates...

Non sono convinto, non penso sia necessario. Penso che l’effetto sarebbe quello di scoraggiare l’innovazione. Semmai si potrebbero tassare di più le grandi corporation, si possono raccogliere più, risorse con i prelievi dai profitti extra dei grandi gruppi e, magari, anche dai Ceo più pagati.

Alcuni hanno visto un legame fra l’ascesa dei populismi e la “rabbia contro le macchine” e l’economia digitale. Basti pensare agli attacchi del presidente americano contro la Silicon Valley.

Mi sembra che la rabbia sia più contro la globalizzazione che contro le macchine. E lo vedi, lo percepisci. Parte del problema è che le persone non vogliono pensare di essere inadatte alle nuove tecnologie: semmai sono più disposte a credere che non si stanno adattando perché il governo non è stato capace di gestire la globalizzazione. Ecco perché le voci dei movimenti populisti se la prendono più con il mercato globale che con i robot. In realtà i problemi sono frutto sia delle une, che degli altri. Sia la globalizzazione che le tecnologie impattano la perdita di posti di lavoro. Sia la globalizzazione che le tecnologie incidono sulla riduzione dei salari. Poi ovviamente ci sono diversi altri fattori. Negli Stati Uniti, ad esempio, c’è il problema del razzismo e nessuno vuole parlarne: Trump ha trovato il modo di essere razzista pur continuando a negarlo.

Mondo accademico e media stanno osservando il cambiamento in atto?

La maggior parte degli economisti accademici si concentra su teorie più “astratte” e non si vede coinvolta in quella che considera policy quotidiane. Ma il punto è che non si tratta di policy quotidiana, ma di un fenomeno che definirà il nostro mondo tra 10 e 50 anni. Ora comunque iniziano a emergere i primi interessi, a domandarsi concretamente che cosa potrebbe significare l’intelligenza artificiale. Bisogna discutere sulle risposte più adatte per gestire i livelli di stress che stiamo già vivendo ora.

E qui entrano in gioco, in parte, anche i modelli economici di base.

La crisi economica del 2008 ha già mostrato come i vecchi modelli fossero fallimentari. Mi aspettavo che ci fosse un impulso al cambiamento, e invece no. Alcuni economisti hanno ammesso l’errore e detto: «Va bene, ci siamo sbagliati». Ma di è fatto è la teoria che ha fatto esplodere la crisi: dicevamo al governo di non preoccuparsi, ma sappiamo cosa è successo. Non sono vittime innocenti, ma parte del problema. Ora siamo impegnati nel cambiare i curricula nelle università, e anche i premi Nobel a esperti di economia comportamentale dimostrano che ci sono modelli alternativi. Non si tratta solo di criticare paradigmi esistenti, ma di crearne di nuovi. In larga parte del mondo sono già una realtà. Se non si cambia e non si raccolgono le sfide c’è un rischio anche più grande.

Quale?

Lo dicevo anche prima: si rischiano di creare nuove disuguaglianze. Sono già enormi, se le peggiori con le tecnologie potresti ritrovarti con un problema ancora più grande di quello che hai lasciato.

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