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Perché i focolai di crisi in Medio Oriente non infiammano il petrolio

L’incidente alla petroliera iraniana ha un effetto limitato sulle quotazioni. Il Brent dopo la fiammata di oltre 2 punti percentuali seguita alla notizia di una petroliera iraniana in fiamme nel Mar Rosso, ha ridimensionato la sua corsa. Restano ancora dubbi, però, su quanto accaduto oggi nelle prime ore dell’albaalla nave Suezmax.

di Sissi Bellomo


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(Afp)

2' di lettura

Ancora una volta il petrolio è stato obiettivo di un misterioso attacco in Medio Oriente e ancora una volta il mercato ha reagito in modo tiepido. La notizia di una petroliera iraniana in fiamme nel Mar Rosso al largo dell’Arabia Saudita e le prime illazioni su un possibile attacco missilistico avevano fatto salire le quotazioni del Brent di oltre il 2%.

Ma la spinta iniziale si è esaurita in fretta: nel giro di poche ore il premio per il rischio geopolitico si è di nuovo ridimensionato, riportando il greggio sotto la soglia psicologica dei 60 dollari al barile, ancora in rialzo nel primo pomeriggio ma di meno dell'1%.

Restano d’altra parte molti aspetti oscuri sull’«incidente» della Sabiti, la petroliera iraniana Suezmax (da 1 milione di barili) colpita alle prime ore dell’alba. Col passare delle ore le dichiarazioni da Teheran si sono fatte via via più caute. Ma nell’immediato si era parlato di attacco terroristico: due missili, arrivati «probabilmente dalla direzione dell’Arabia Saudita». La nave si trovava al centro del Mar Rosso, a un centinaio di chilometri da Jeddah (e ad altrettanti dal Sudan).

Si tratta della terza petroliera iraniana vittima di un “incidente” nella stessa area negli ultimi sei mesi. Navi cisterna di altri Paesi erano stati sabotate a maggio di fronte al terminal di Fujairah, negli Emirati arabi uniti. E lo scorso 14 settembre c'era stato l'attacco più grave, quello in Arabia Saudita contro gli impianti di Abqaiq e Khurais.

Nel frattempo nuovi focolai di tensione si sono accesi in Medio Oriente, con l’offensiva della Turchia nel nord della Siria e i disordini, con oltre cento vittime, in Iraq, Paese che è il secondo produttore di greggio dell’Opec, con 5 milioni di barili al giorno. In America Latina, accanto alla tragica crisi del Venezuela, oggi anche l’Ecuador è scosso da violente proteste, che hanno ridotto la produzione petrolifera.

Il mercato finora non si è lasciato impressionare, distratto dagli alti e bassi delle trattative commerciali Usa-Cina e da segnali di indebolimento della domanda petrolifera.

Anche l'Agenzia internazionale dell'energia (Aie) oggi ha ridotto le stime sul suo incremento, benché rimanga più ottimista dell'Opec e della statunitense Eia.

Quanto all'andamento dei prezzi, l’Agenzia dell’Ocse afferma che «intuitivamente gli attacchi di precisione contro l’Arabia Saudita e la possibilità che si possano ripetere dovvrebbero tenere il mercato in apprensione». Tuttavia «sui timori relativi alla sicurezza stanno avendo il sopravvento la debole crescita della domanda e l’avvio di nuova produzione di greggio».

In particolare l’Aie ricorda la recente entrata in funzione del mega giacimento norvegese Johan Sverdrup, le cui forniture a metà 2020 raggiungeranno 440mila barili al giorno

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