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Il prezzo del rame vola. Ma Doctor Copper forse è troppo ottimista

Le quotazioni del metallo sono risalite di quasi il 30% dai minimi di marzo. Al di là delle apparenze, tuttavia, i fondi restano cauti

di Sissi Bellomo

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(REUTERS)

Le quotazioni del metallo sono risalite di quasi il 30% dai minimi di marzo. Al di là delle apparenze, tuttavia, i fondi restano cauti


2' di lettura

Se Doctor Copper non si sbaglia, l’economia sta un po’ meglio dopo il coronavirus. Il rame è tornato a correre al London Metal Exchange (Lme), tanto da essere entrato in una vigorosa fase di bull market: il rialzo delle quotazioni rispetto ai minimi di marzo è ben superiore al 20% sufficiente a evocare il Toro e addirittura sfiora ormai il 30 per cento.

Cina in evidenza

Al termine di una settimana che segna la migliore performance da settembre 2018, il metallo rosso si è spinto sopra 5.670 dollari per tonnellata (base tre mesi), accelerando il rialzo dopo i dati sull’occupazione Usa, migliori del previsto. Ma è soprattutto la Cina - che consuma metà del rame mondiale - a incoraggiare gli investitori, benché in modo tuttora cauto.

Gli hedge funds per il momento non sono infatti tornati a scommettere su un rialzo del rame, ma si sono limitati a chiudere posizioni ribassiste: il rally, per quanto potente, è stato innescato dalle ricoperture e si è alimentato grazie al superamento di significative soglie tecniche, come la media mobile degli ultimi 100 giorni.

Gli speculatori peraltro non hanno ancora ribaltato l’orientamento: l’esposizione netta del gruppo rimane “corta”, ossia in vendita, anche se si è fortemente ridotta nelle ultime settimane ed è ora pari al 5,5% delle posizioni aperte secondo Marex Spectron.

In calo l’offerta di concentrati

A sostenere il rame, ora che il Covid fa meno paura, contribuisce anche il calo dell’offerta di concentrati: molte miniere in America Latina hanno sospeso o rallentato le estrazioni durante la pandemia. Il Perù ha perso addirittura un terzo dell’output ad aprile (a 1,5 milioni di tonnellate).

Ma in fin dei conti la diagnosi sullo stato di salute dell’economia non è così rosea come Doctor Copper sembra segnalare. Nemmeno se lo sguardo si concentra solo sulla Cina, che per il rame è di gran lunga la bussola principale.

L’attività industriale del gigante asiatico si è ripresa dopo il coronavirus, ma è tuttora frenata della debolezza dell’export. E il piano di stimoli messo in campo da Pechino per superare la crisi stavolta prevede investimenti più mirati rispetto al 2008-09 e non una distribuzione di fondi indiscriminata: concludendo i lavori del Congresso del popolo il premier Li Keqiang ha detto chiaramente che il governo non intende «aprire le cataratte». E non ha fissato alcun obiettivo di crescita del Pil.

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