analisiLO SCENARIO

Il primo effetto dell’addio di Londra alla Ue

di Alessandro Merli

(AFP)

3' di lettura

La skyline di Francoforte, che i locali amano chiamare Mainhattan, sognando New York sul Meno, pullula di gru. La costruzione di immobili per uffici prosegue senza soste da mesi. L’aspettativa nella capitale finanziaria della Germania è di catturare buona parte dei flussi di società finanziarie e dei servizi che lasceranno la City di Londra. Il tempo dirà se è un’aspettativa ben riposta o il prologo a una bolla immobiliare.

Per ora, persino Frankfurt Main Finance, l’ente chiamato a promuovere la piazza finanziaria francofortese, e che prevede l’arrivo di 10mila persone nel post-Brexit, è cauto: ancor prima che di attrarre nuovo business, si preoccupa che la priorità del negoziato fra l'Unione europea e Londra sia il mantenimento della stabilità del sistema finanziario.

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Ieri, in una singolare coincidenza con l’invio della lettera del Governo britannico che apre la procedura per l’uscita di Londra dalla Ue, la Commissione europea ha messo la parola fine sulla fusione fra la Deutsche Boerse e il London Stock Exchange, sostenendo che avrebbe creato una situazione di monopolio. I suoi sostenitori, a Mainhattan e nella City, erano convinti invece che avrebbe creato la Borsa più importante del mondo, un pilastro indispensabile per l’Europa, ma di fatto avevano già dichiarato la morte del tentativo (il terzo in una quindicina di anni) il mese scorso. La causa occasionale era stata la richiesta improvvisa di Bruxelles che Lse vendesse l’Mts, il mercato italiano dei titoli di Stato. Ma, in pratica, la sopravvivenza della proposta fusione si era fatta precaria fin dal voto britannico nel referendum dello scorso giugno. I mesi successivi non hanno fatto che aggiungere ostacoli, ma se c’è una causa di morte dell’operazione Lse-Deutsche Boerse, va individuata nella Brexit. Ieri, è arrivato solo il certificato ufficiale.

Ora, nel breve periodo i politici locali potranno gloriarsi del fatto che la sede della Borsa resta a Francoforte, invece di spostarsi a Londra, come previsto dal progetto di fusione, ma nel lungo periodo c’è un danno per tutti. Anche l’unione dei mercati dei capitali, di cui l’Europa ha bisogno per colmare le distanze dal mercato americano, nasce monca senza la City.

Quanto alla Gran Bretagna, il calcolo dei danni è lungi dall’essere chiaro. Ieri, a un incontro organizzato a Francoforte da Dz Bank e da Omfif, presente oltre un centinaio di investitori, a sentire i relatori britannici sembrava che il Regno Unito sia destinato a passare indenne dal distacco dal continente e che sarà l’Europa a soffrirne le conseguenze peggiori. Un’opinione tutta da verificare anche per quanto riguarda il settore finanziario. Non basta ricordare che la stessa Deutsche Bank si è impegnata a occupare un nuovo quartier generale a Londra dal 2023, un voto di fiducia nella City. L’erosione della posizione di Londra è già iniziata (non necessariamente a vantaggio della sola Francoforte) e alla fine dipenderà soprattutto dalle decisioni delle grandi banche americane, che, dal 1987, ne hanno fatto quello che è oggi e che da tempo stanno facendo i loro piani post-Brexit.

Ma sarebbe sbagliato guardare il problema nell’ottica ristretta del «miglio quadrato» londinese, per quanto predominante nell'economia britannica, e di Mainhattan. I veri problemi possono venire invece dall’economia reale, come ha messo in luce l’allarme di Business Europe, il gruppo delle associazioni imprenditoriali europee. Ricorda un rapporto dei cinque «saggi», i consiglieri economici del cancelliere Angela Merkel, che l’export britannico verso l’Ue è il 46% del totale e l'import più del 50%. Le percentuali non arrivano al 10% né per l’Unione europea, né per la Germania. Le battute di Boris Johnson sul prosecco e sulle Bmw lasciano il tempo che trovano, anche se non c’è dubbio che le imprese europee si debbano attrezzare a fare i conti con l’apporto depotenziato di un mercato importante. C’è di più: un’indagine delle Camere di commercio di Germania mostra che un decimo delle imprese tedesche che hanno realizzato investimenti diretti in Gran Bretagna è pronto a spostarsi in altri Paesi europei, e questo ancora prima che il negoziato cominci. Gli stessi segnali arrivano dal Giappone. Theresa May non potrà fare a tutti le promesse di ponti d'oro che ha fatto alla Nissan.

Votare la Brexit, firmare l’articolo 50, è stato la parte facile. La sepoltura definitiva della fusione delle due Borse mostra che il difficile inizia ora.

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