ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùMind the economy

Il Primo Maggio diventi la festa del Lavoro degno

Il problema non è “solo” la quantità di lavoro, ma la sua qualità. La civiltà di un Paese si misura anche da questo

di Vittorio Pelligra

(Ansa)

6' di lettura

La pandemia ha causato milioni di morti in tutto il mondo ed è stata combattuta con uno sforzo collettivo internazionale. Un simile sforzo, paradossalmente, oggi ci impegna in una guerra il cui esito, in termini di vite umane, speriamo non si avvicini neanche lontanamente a quel tragico bilancio. Questo è lo scenario in cui ci trova immersi l'arrivo di questo primo maggio, Festa del Lavoro, Festa dei Lavoratori. Le cure sanitarie e la produzione del vaccino volti a salvare vite, da una parte, e la produzione di armi e il mestiere della guerra volti a distruggere e a uccidere, dall'altra. In mezzo a questi due estremi una enorme varietà di attività, i nostri lavori, non tutti uguali.

C'è chi produce ed usa bombe a grappolo, chi ha progettato i «pappagalli verdi» pensati per mutilare i bambini, le bombe al fosforo o quelle termobariche che producono nuvole esplosive che si incendiano per togliere letteralmente il respiro alle vittime. Ecco, davvero possiamo dire che questi siano lavori degni? Che tutti i lavori sono ugualmente degni? In questo primo maggio, Festa dei Lavoratori, occorrerebbe affermarlo con chiarezza e coraggio che non tutti i lavori sono ugualmente degni, sono ugualmente necessari, che non tutti i lavori hanno lo stesso valore.

Loading...

Un lavoro degno, misura di civiltà

La civiltà di una nazione, allora, di una cultura, della nostra cultura europea ed Occidentale, non può non misurarsi, oggi, con la sua capacità di immaginare, generare e offrire un lavoro degno a tutti. Non un lavoro e basta, perché un lavoro non basta. Servono lavori degni. È davvero paradossale che mentre Keynes negli anni '30 prevedeva, entro la fine del secolo, la possibilità di lavorare tutti per non più di quindici ore a settimana, oggi, il lavoro sembra non avere più un orario e soprattutto sembra aver perso, in molti casi, il suo stesso significato. Una questione sulla quale nessuno sembra essere disposto confrontarsi.

Scriveva qualche tempo David Graeber: «Che cosa si può immaginare di più demoralizzante del doversi svegliare ogni mattina per portare a termine un compito che in cuor nostro crediamo non andrebbe svolto perché è solo uno spreco di tempo o di risorse, oppure perché addirittura rende peggiore il mondo? Non rappresenterebbe una terribile ferita psichica per la nostra società? Probabilmente sì, ma è uno di quei problemi di cui nessuno sembra intenzionato a parlare» («Bullshit Jobs». Garzanti, 2018). Ci sono lavori che rendono peggiore il mondo e l'aver intrappolato moltitudini di lavoratori, così come ci dicono i dati di recenti studi, in queste occupazioni, produce moltitudini di ferite psichiche che, per il semplice fatto di non sanguinare, non infliggono certamente meno dolore delle ferite fisiche.

Abbiamo bisogno di lavoro, è vero, ma soprattutto abbiamo bisogno di lavoro degno. I giovani che danno corpo alla great resignation, le «grandi dimissioni» ci dicono questo, così come le tragiche «morti per disperazione» che affliggono gli Stati Uniti dall'inizio del secolo. Il lavoro è indispensabile ma ancora di più lo è «sentirsi utili e perfino indispensabili», come scriveva Simon Weil, questo è un vero «bisogno vitale dell'anima» di cui è deprivato non solo il disoccupato, ma anche ci si trova intrappolato in un lavoro socialmente inutile o perfino dannoso.

La ricerca di un senso (anche) nel lavoro

Siamo una civiltà alla ricerca di senso, anche nel lavoro, forse soprattutto nel lavoro. In «Memorie da una casa di morti», Dostoevskij scrive: «Una volta mi venne il pensiero che se si volesse schiacciare del tutto un uomo, annientarlo, punirlo con il castigo più terribile (…) basterebbe soltanto conferire al lavoro un carattere di autentica, totale inutilità e assurdità. Se l'attuale lavoro forzato è noioso e privo d'interesse per il forzato, di per sé, però, in quanto lavoro, è assennato: il detenuto fa mattoni, zappa la terra, mette lo stucco, costruisce: in questo lavoro c'è un senso e uno scopo. Il lavoratore forzato a volte persino s'appassiona, vuole farlo con maggiore abilità, efficacia, renderlo migliore.

Ma se, per esempio, lo si costringesse a travasare dell'acqua da una bigoncia all'altra, e da questa riportarla nella prima, a triturare la sabbia, a trascinare un mucchio di terra da un posto all'altro, e viceversa, io credo che il detenuto s'impiccherebbe nel giro di pochi giorni, o commetterebbe un migliaio di delitti per morire, piuttosto, ma tirarsi fuori da una simile umiliazione, vergogna e tormento».

Nonostante la condizione di prigionia e la privazione della libertà e il lavoro durissimo che lui, come migliaia di altri suoi compagni, sono costretti a fare con la forza, il tormento vero, ci dice Dostoevskij, non sta nella durezza del lavoro, neanche in quello forzato, ma, piuttosto, nella percezione della sua inutilità. Senso e scopo, ecco cosa rende un lavoro, anche durissimo come quello forzato, nel paradosso, tollerabile e perfino «appassionante».

Una situazione simile, per durezza delle condizioni e incongruenza dell'atteggiamento di impegno e dedizione, è quella che descrive Primo Levi in una intervista a Philip Roth: «Ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del ‘lavoro ben fatto' è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale».

Nel sua interpretazione del mito di Sisifo, condannato da Zeus a far rotolare un macigno, dalla base fin sulla cima di una montagna, per poi, una volta raggiunta la cima, vedere la pietra precipitare nuovamente giù, pronta per essere issata nuovamente verso la vetta, Albert Camus fa notare che la pena vera non è tanto legata alla fatica e allo sforzo a cui Sisifo è costretto, neanche alla ripetitività del gesto, ma piuttosto all'assurdità del compito cui Sisifo è condannato, alla sua totale inutilità, alla sua mancanza di senso.

È vero che le precondizioni materiali per il benessere dei lavoratori sono ancora di là dall'essere soddisfatte - la sicurezza, un giusto compenso, la piena rappresentanza, la stabilità, la previdenza, etc. - ma sono dell'avviso che le rivendicazioni rispetto a questi temi possano acquistare ancora più forza e ragione se inserite nell'ambito di una lotta collettiva volta alla rivendicazione di un lavoro degno, significativo, utile e sensato. C'è qualcosa di malato in un sistema economico e sociale che non riconosce questo punto.

Se il lavoro diventa una «espropriazione» dell’esistenza

Non ha senso il lavoro per il lavoro, dunque, quando questo ci fa ammalare ed è strumento di una vera «espropriazione esistenziale». Vale la pena lottare per il lavoro degno e sensato, per un lavoro che non è primariamente merce di scambio in un mercato come un altro, ma una via di umanizzazione, di realizzazione, di crescita individuale e collettiva. Questo non può più essere un lusso per pochi. Nel prossimo futuro che è, in molti casi, già presente, la disoccupazione non sarà legata, paradossalmente, alla carenza di posti di lavoro, ma al fatto che la crescita della domanda di competenze non va di pari passo alla crescita nella formazione di tali competenze.

Domanda e offerta vanno a velocità differenti e maggiore è tale differenza, maggiore sarà la quota di inoccupabili negli anni a venire. Non è tollerabile davanti ad uno scenario di questo tipo che ci siano ancora regioni in Italia dove più di un quarto degli studenti non riescono a concludere il loro percorso formativo e abbandonano precocemente la scuola. Che futuro stiamo preparando per questi giovani? Lavori degni o trappole esistenziali? È un problema che riguarda tutti, la politica spesso miope ed incapace di visioni lunghe, le associazioni di categoria, datoriali e dei lavoratori impegnate prevalentemente ancora su altri fronti, le famiglie fragili e disorientate davanti a cambiamenti così repentini.

Ci auguriamo che la Festa dei Lavoratori possa diventare, quanto prima, la Festa del Lavoro degno. Una festa che non si svolga solo all'insegna della sacrosanta giustizia retributiva – giuste opportunità, sicurezza, lotta alle disuguaglianze, reddito dignitoso – ma che faccia sue le istanze dell'altrettanto giusta giustizia contributiva: la tutela e la promozione delle condizioni grazie alle quali i cittadini e i lavoratori possono contribuire significativamente, appunto, al benessere delle loro comunità ed ottenere in questo modo, per dirla con il Michael Sandel «Il riconoscimento e la stima sociale, che va di pari passo con la produzione di ciò di cui gli altri necessitano e che apprezzano». Attenzione, dunque, a che la retorica che spesso circonda la Festa dei Lavoratori non porti ad accontentarsi della richiesta del lavoro per il lavoro, sempre e comunque. Perché il lavoro è travail, è travaglio e fatica e anche per questo, ha ragione d'essere quando è degno e buono, utile e umanizzante. È questo il lavoro che dovremmo generare e vorremmo festeggiare.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti