INVESTIMENTI

Il private equity brilla nel 2019 e prova a resistere all’emergenza

L’undicesimo report annuale Global Private Equity di Bain & Company conferma la crescita del settore

di Carlo Festa

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(EPA)

L’undicesimo report annuale Global Private Equity di Bain & Company conferma la crescita del settore


5' di lettura


Il private equity resiste all’emergenza coronavirus e continua, almeno per ora, ad essere uno dei player più attivi nel mercato delle fusioni e acquisizioni.

A confermarlo è un’analisi dell'undicesimo report annuale Global Private Equity di Bain & Company, società leader a livello globale nel settore della consulenza per gli investitori in private equity.

Nonostante le crescenti preoccupazioni per il peggioramento delle condizioni macroeconomiche e la minaccia di una recessione incombente, lo scorso anno il mercato globale dei fondi private equity ha dato prova di grande resilienza. Gli ultimi sei anni del mercato sono stati il miglior periodo nell'intera storia del settore, con un controvalore totale delle operazioni di buyout pari a 3.200 miliardi di dollari. I fondi di private equity hanno continuato a concludere accordi, registrando buone attività di exit e raccogliendo la somma di capitali più elevata di sempre, alimentati dall'entusiasmo dei Limited Partner (LP).

Questi dati evidenziano che anche in Italia – in linea con il trend globale – il settore nel 2019 si è dimostrato resiliente. I fondi, infatti, hanno continuato ad attrarre nuovi capitali dagli investitori e chiuso un numero record di operazioni, con livelli di raccolta ancora molto elevati. Il dry powder complessivo continua ad accumularsi, con operazioni di buyout e un numero delle transazioni mai così alto. In termini di valore, inoltre, si è registrata una distribuzione equilibrata tra i vari settori e ticket size.

All'allungo sui 5 anni del 2019 hanno contribuito in modo significativo le exit, la maggior parte delle quali effettuate con buyout e grazie all'impatto molto rilevante della quotazione di Nexi. “Gli investitori di private equity hanno vissuto un altro anno positivo, pur avendo dovuto lavorare più duramente che mai per chiudere con successo le proprie operazioni”, ha commentato Hugh MacArthur, responsabile a livello globale dell'attività di private equity di Bain & Company.

“Il nostro report evidenzia un notevole sviluppo nel mercato buyout degli Stati Uniti. Per la prima volta, i rendimenti dei public markets e del private equity si sono allineati su una finestra temporale di 10 anni. Ciò solleva interrogativi su come il private equity possa rimanere un terreno appetibile per gli investitori in futuro”.

In dettaglio, le sole operazioni di buyout hanno attratto volumi record di capitale, con una raccolta pari a 361 miliardi di dollari - la cifra più alta mai registrata - e hanno incrementato al 40% il loro peso sul capitale privato totale, il dato più elevato mai registrato dal 2006. Il settore ha continuato a raccogliere capitale, stabilendo un nuovo record di 2.500 miliardi di dollari per il capitale privato e 830 miliardi destinati ai soli buyout.

L'affollamento del mercato ha spinto la valutazione degli asset a nuovi livelli. Tuttavia, sono aumentate le sfide per i General Partner (GP) che, cercando di ampliare il proprio terreno di caccia, guardano sempre più ai mercati pubblici o ai co-investimenti. Mentre gli investimenti e le uscite si sono stabilizzati, la raccolta per le operazioni di buyout ha raggiunto il proprio apice nel 2019, anche se attraverso un numero inferiore di fondi.

Gli investitori hanno versato 894 miliardi di dollari nel mercato dei capitali privati, che include private equity, immobili, infrastrutture e risorse naturali. Gli operatori di buyout grazie a solidi track record, una chiara strategia di settore e una storia di creazione di valore distintiva, si sono dimostrati un'alternativa interessante per gli investitori.

I fondi migliori stanno alzando la posta su diversi fronti, evitando i settori più gettonati e concentrandosi su aree di crescita sostenibile, in cui i fondamentali sono ancora robusti. Altri si stanno muovendo sul fronte ESG e stanno così trovando il modo di offrire buoni rendimenti e al contempo generare un impatto positive sulla società. Dal momento che le questioni sociali e ambientali hanno un peso sempre maggiore sul comportamento dei consumatori - e quindi sul business - un numero cresente di investitori si impegna a rispettare i principi ESG, in particolare alla luce del fatto che questi criteri possono effettivamente incidere positivamente sui rendimenti e limitare i rischi dell'investimento. Inoltre, gli operatori che hanno più successo stanno cercando di assicurarsi di individuare tempestivamente le innovazioni più promettenti, integrando la propria due diligence con nuovi strumenti di analisi.

Secondo lo studio di Bain & Company, lo scorso anno il valore degli accordi si è rivelato in linea con gli standard storici, attestandosi a 551 miliardi di dollari, nonostante le valutazioni record e la forte concorrenza, che ha limitato il numero di mega deal che i GP potevano chiudere con successo. Anche in termini numerici, le transazioni – che sono state circa 3.600 - non hanno riservato grandi sorprese.

L'anno scorso, le operazioni public-to-private (P2P) sono state il motore dell'attività di deal-making, che ha toccato il livello più alto dal 2007: nel 2019, infatti, otto delle dieci maggiori operazioni di buyout hanno riguardato l'acquisizione di operatori pubblici da parte dei privati. Le operazioni co-sponsorizzate con i LP hanno raggiunto un valore record, sull'onda dell'interesse degli investitori istituzionali per il private equity, e hanno permesso ai GP di rafforzare le loro relazioni.

Gli stessi fattori che l'anno scorso hanno ostacolato il raggiungimento di alcuni accordi, quest'anno sono stati protagonisti di un 2019 positivo per le vendite. Nel 2019 le uscite erano favorevoli, proseguendo il trend di sei anni di distribuzioni molto rilevanti per gli investitori. Il valore di uscita è sceso solo leggermente a 405 miliardi di dollari, ma il loro conteggio è diminuito a 1.078, il livello più basso dal 2012. La durata dei portafogli - scesa a 4,3 anni nel 2019 - è tornata anche ad avere orizzonti temporali più normali rispetto a quelli registrati dopo la recessione, cioè i 6 anni del 2014. Chiunque avesse un buon asset lo ha infatti probabilmente venduto, in parte per via dei premi significativi che offriva e in parte in previsione di una recessione che ne avrebbe potuto pregiudicare la vendita. Un numero crescente di aziende, in questa fase avanzata del ciclo, analizza le prospettive derivanti dalle tecnologie, guardando a realtà affermate che abbiano un track record di margini elevati e guadagni costanti o alla nuova generazione di società di software e servizi born-on-the-cloud. Tuttavia, gli operatori di private equity, nella loro analisi, rimangono cauti, chiedendosi se il tech sia una bolla destinata a scoppiare o meno e cercando di evitare i segmenti più sopravvalutati, investendo invece in aziende di software enterprise in grado di essere più resilienti in un periodo di crisi.

Queste aziende registrano una forte crescita dei ricavi e solidi fondamentali, perchè per i loro clienti orientarsi verso il digitale rappresenta un element imprescindibile per rimanere competitivi. Il settore vanta inoltre bassi livelli di svalutazione del capitale e, soprattutto, il numero di opportunità in questo campo è in crescita. Un'ondata di innovazioni sul fronte della tecnologia cloud e mobile ha ampliato la disponibilità di società target interessanti per il mondo dei private equity.

Per quanto infine riguarda il dibattitito fra i rendimenti public contro private, bisogna chiedersi se il settore private equity stia perdendo terreno. Nell'ultimo decennio gli investitori hanno investito più di 2.000 miliardi di dollari in fondi buyout per un semplice motivo: le loro performance. Tuttavia, dal 2009, quando l'economia globale è uscita da una delle peggiori recessioni mai verificatesi, i rendimenti delle public equity statunitensi hanno sostanzialmente eguagliato i rendimenti dei buyout USA con un 15% circa, restituendo un quadro che la maggior parte degli investitori di private equity non si aspettava. La concorrenza dei public markets è probabile che persista, ma questo non significa che il private equity debba ridimensionarsi.

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