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Il profeta Sacchi, il Milan degli Immortali e quella Coppa da sogno

Il racconto di un’incredibile stagione calcistica in un libro scritto dallo stesso ex tecnico rossonero, a quattro mani con il giornalista Luigi Garlando

di Giulio Peroni


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4' di lettura

Il Milan di Arrigo Sacchi, quel capitolo epico e pallonaro nella Milano da bere degli anni '80. La squadra delle due coppe campioni consecutive, probabilmente la macchina calcistica più forte di sempre, la più rivoluzionaria, l’Indimenticabile. Quella degli eccessi, del concetto di successo trasportato in quello di vittoria totale, radicale, strabiliante quanto soffocante. Il Milan degli olandesi, di un profeta dell’utopia in panca, del “mai impossibile” di un giovane Silvio Berlusconi che vuole tutto dal calcio, dalla vita, soprattutto da sé stesso. Oggi, trent’anni dopo la conquista di quell’epica Coppa dei Campioni, a trent'anni da quella città di yuppies e congressi socialisti, sorrisi Durban's e visi lampadati, ecco il racconto di quella incredibile stagione in un libro scritto dallo stesso Sacchi, a quattro mani con il giornalista Luigi Garlando . “La coppa degli immortali. Milan 1989. La leggenda della squadra più forte di tutti i tempi raccontata da chi la inventò” (edizione Baldini + Castoldi).

Un testo evocativo, un mix di ricordi ricordati, di ricordi mai detti. La costruzione letteraria di un sogno controcorrente. Dove il calcio, le sue filosofie tecniche e tattiche, si trasformarono in un'idea totalizzante, con un marchio di fabbrica unico, pragmatico, ideale. Dalla nebbia di Belgrado allo straripante 4 a 0 della finale di Barcellona. Dai gol «fantasma» contro Stella Rossa e Werder Brema, al 5 a 0 al mitico Real Madrid, quando il goal di potenza ed egemonia di Carlo Ancelotti aprì l'immaginario all'impensabile, in un San Siro bollente di passione, dolci presagi, orgoglio meneghino. Quando la Scala del Calcio aveva posti in piedi, panini ed arance al sacco, lunghe attese per entrare. E le salette executive erano vezzi inconcepibili, lontani anni luce.

«Ho sempre pensato che il calcio non fosse un fatto solo difensivo o solo offensivo. Il calcio era saper fare tutto». Questo il calcio di Arrigo Sacchi, il suo football romantico ed assoluto. Fatto di pressing alto, continuativo, con la palla sempre tra i piedi, mai agli avversari. Il karma del sempre uno per tutti, quello dell’aggressione verticale degli spazi. Un po' la versione estrema dell'Olanda di Johan Cruijff degli anni 70. Un sistema- calcio, quello del profeta di Fusignano, ossessionato dall'annullamento dell'avversario, dall'idea di perfezione, raggiungibile, difficilmente prorogabile nel tempo, nelle gambe/testa dei suoi attori. Per questo il sacchismo fu un fiore stupefacente che non durò molto (1987-1991), forse il giusto.

Il tempo ideale per una favola, privata e collettiva. In primis quella dell'Arrigo, scommessa berlusconiana che lo prelevò sconosciuto e ancor senza gloria dal Parma. Lui però è chiaro da subito, da sempre: conta lo spettacolo, non il risultato a ogni costo. Anche se ciò comporta rischiare, essere tutti (star comprese) qualcosa di più rispetto a tutto e a se stessi. Con questa filosofia e modo di intendere il football, Sacchi è entrato nella Storia del gioco più bello del mondo e l'ha cambiata. Introducendo princìpi e concetti mai visti prima. Diventati scuola, non solo arte per i più illuminati fra i suoi successori.

L'allenatore più eretico di sempre – di recente nominato dalla prestigiosa rivista «France Football» primo fra gli italiani e fra i tre più grandi in assoluto, con Rinus Michels e Alex Ferguson – è riuscito a creare una squadra formidabile, passata alla Storia come quella degli «Immortali», celebrata ufficialmente dall’Uefa come il migliore club di tutti i tempi. Ma l’eccezionalità di quel Milan tiene però in sospeso un interrogativo: la strada tracciata da Sacchi può essere ancora battuta con efficacia? Il tecnico ipotizza un principio di risposta, quando nell'ultimo capitolo elenca i presupposti necessari “perché possa nascere un altro Milan come il mio”: tradizione, ambizione, bellezza, valori, passione, conoscenze, talento al servizio del collettivo. Linee guide avanzate dal Maestro, applicate da campioni assoluti ed irripetibili come Giovanni Galli, Franco Baresi, Paolo Maldini, Carlo Ancelotti, Roberto Donadoni, Van Basten e gli altri Olandesi, ma la cui genesi è tutta quanta nel credo dell'allora Presidente.

“Al gioco ci pensavo io, ma Berlusconi ci ha aiutati spingendoci verso la bellezza e il sogno, allenandoci a pensare in grande, chiedendoci una goleada quando sarebbe bastato uno 0-0”. Mancano più minuti che ore alla finale di Barcellona, 24 maggio 1989. Racconta l'Arrigo. “Durante la riunione tecnica della vigilia, apro il giornale e leggo ai giocatori qualche riga dell'articolo di Gianni Brera, che dice più o meno: “Il Milan affronterà i maestri del palleggio dell'Est. Dovrà aspettarli e uccellarli in contropiede”. Usa proprio il termine “uccellare”, che gli è caro. Un neologismo recuperato dal Boccaccio e tradotto dal francese “oisleur”, mi hanno spiegato. Io è da due anni che sto insegnando alla squadra a fare esattamente il contrario, però chiedo ai ragazzi: “Questo è il consiglio che ci dà il più autorevole giornalista italiano. Dobbiamo ascoltarlo?”. Si alza in piedi Ruud Gullit e risponde: “Noi domani li attacchiamo dal primo minuto, finché ce la facciamo”. Il giorno dopo impieghiamo quasi un'ora a percorrere il breve tratto che porta dal nostro albergo al Camp Nou. Le Ramblas e tutte le strade di Barcellona sono invase da una marea rossonera: 90 mila tifosi arrivati da ogni parte per sostenerci. Un centinaio di aerei, 700 pullman, 5.000 automobili, una nave. In tutta la sua storia il calcio non ha mai messo in scena un esodo del genere. Il regime di Ceausescu non ha lasciato uscire dalla Romania i sostenitori della Steaua Bucarest, perciò tutti i biglietti sono finiti a noi. Il nostro pullman avanza tra la folla a passo d'uomo, come una rompighiaccio. Silvio Berlusconi ci raggiunge nella zona degli spogliatoi, all'interno del Camp Nou. Gli racconto dell'incredibile viaggio in pullman che abbiamo fatto: “Avrebbe dovuto essere a bordo con noi, presidente…”. Mancano pochi minuti all’inizio della finale. Il peso della responsabilità e della storia cala improvvisamente sulle anime dei giocatori. Passo e tocco la testa di ognuno di loro. Usciamo. Lo spettacolo dello stadio pieno zeppo è meraviglioso. Brividi. Muri di uomini che salgono fino in cielo. Tutto il mondo ci sta guardando. Indossiamo la maglia bianca. Ad Ancelotti ho assegnato il numero 11, così sembra più veloce. L'arbitro, il tedesco Tritschler, fischia l'inizio della finale in una bolgia incredibile. Battono loro. Gli saltiamo addosso subito. Attacchiamo fin dal primo secondo, come ha promesso Ruud. Non aspettiamo, non uccelliamo. Sto giocandomi la Coppa dei Campioni. Quella che sognavo da bambino”.

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