ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùA tavola con Lorenzo Giannuzzi

Il ragazzo del Sud che scommise sul turismo e oggi è pronto ad esportarlo

Esperienza, irrequietezza e determinazione: imprenditore dopo essere stato manager, guida Forte Village in Sardegna e rilancia con altre sfide, dalle Alpi a Fiuggi

di Paolo Bricco

Il turismo di lusso vale 60 miliardi, ma potrebbe raddoppiare

6' di lettura

«Quando, tanti anni fa, decisi che volevo dedicarmi al turismo, nella nostra casa di Aiello Calabro si tenne un consiglio di famiglia. A presiederlo, era mio zio Raffaele, che aveva l’autorevolezza del magistrato: era presidente del Tribunale di Cosenza. Lui e mio padre Angelo, medico condotto del paese, cercarono di farmi desistere da quella idea. Mi dicevano: “Puoi andare a lavorare in banca. Hai il diploma di ragioniere”. Quando capirono che ero convinto, smisero di insistere. Avevo trascorso diversi mesi al Banff Spring Hotel, sulle Montagne Rocciose del Canada fra Edmonton e Calgary, lavorando come busboy, il ragazzo che porta i grandi vassoi ricolmi di cibo dalla cucina alla sala da pranzo. Ero partito con l’idea di imparare l’inglese. Ma, là, avevo compreso che quella era la mia vocazione. Mi trasferii in Svizzera a studiare all’Ecole hôtelière di Losanna».

L’affaccio sul mare della Sardegna lascia senza fiato. Alle due del pomeriggio al Forte Village di Santa Margherita di Pula, nel ristorante «Beachcomber» affidato al cuoco stellato Heinz Beck, la luce è accecante, un vento sottile rinfresca e i profumi della cucina si mescolano nell’aria agli odori delle piante selvatiche.

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Il “modello” Giannuzzi

Lorenzo Giannuzzi, classe 1950, è il manager fattosi imprenditore che ha trasformato il Forte Village in un organismo aziendale sofisticato e articolato, l’esempio di che cosa significa – con una politica di segmentazione dell’offerta e una finanza di impresa mirata agli investimenti – spostare il più in alto possibile l’asticella del turismo, che spesso è l’epicentro della retorica italiana, noiosamente disperante e ambiguamente contradditoria, su quello che il nostro Paese dovrebbe essere e invece non è: Giannuzzi ha elaborato una strategia economica e identitaria che ha attirato capitali italiani e stranieri su progetti specifici di sviluppo, non ha mai avuto il senso di possesso che sovente arpiona e limita le possibilità di crescita delle aziende italiane in qualunque settore esse operino, ha favorito l’afflusso in Sardegna di denaro sia sotto forma di investimenti sia nella composizione azionaria e ha unito la proposta medio-alta e alta destinata ai ceti benestanti a quella del lusso più pregiato, contro la mentalità nazionale per cui – non si capisce bene per quale ragione morale o estetica – è bene che i grandi ricchi non vengano in Italia, ma è meglio che vadano nei resort dei Caraibi e delle Filippine, della Grecia e della Spagna.

L’impronta di Heinz Beck

Nell’estate italiana che prova a risollevarsi da un anno e mezzo di pandemia e che in questa isola – nelle zone del nord e dell’interno – sperimenta anche il danno e il dolore degli incendi dolosi, intorno a noi famiglie italiane e straniere (in particolare tedesche, inglesi e russe) mangiano e chiacchierano, si riposano e sorridono. I camerieri hanno volti e tratti, educazione e nobiltà nei modi propri della “sarditudine” che assume, nei ragazzi e nelle ragazze che si muovono fra un tavolo e l’altro, una dimensione orgogliosamente efficiente.

L’impronta e l’impostazione sono quelle di Heinz Beck. La cucina è affollata dai collaboratori e dagli allievi del cuoco tedesco (tre stelle Michelin) della Pergola di Roma. Rispetto alla cena, a mezzogiorno i piatti sono più elementari, ma la cultura del gusto ricalca la sua. La rosa di chef che questa estate portano qui il loro stile, la loro tradizione e le loro sperimentazioni per periodi prolungati è formata da Massimiliano Mascia del San Domenico di Imola (due stelle Michelin) e Andrea Berton (una stella) e, per periodi più brevi, da Franck Reynaud (una stella Michelin), Giuseppe Mancino (due stelle) e Theodor Falser (una stella).

Le origini meridionali e gli studi universitari

Tutti e due prendiamo, come antipasto, una semplice insalata: verde per lui e composta da pomodori ripieni con il tonno, olive taggiasche e frutti del cappero per me. Racconta Lorenzo: «Sono sempre stato un irrequieto. Già da ragazzo desideravo lavorare. La mia famiglia aveva un’idea molto tradizionale del mondo. Erano, appunto, dottori e magistrati. Il mio nonno paterno Alfonso era stato il pretore di Cetraro. Mio padre, oltre a fare il medico, era sindaco democristiano di Aiello Calabro. Mia madre Nerina, casalinga, apparteneva a una famiglia di proprietari terrieri della provincia di Catanzaro. Io, come molti adolescenti di buona famiglia del Sud, avevo la strada tracciata. Soltanto che scelsi, da subito, di non assecondarla. Alle superiori, come accadeva sempre allora negli ambienti come il mio, non potevo che iscrivermi al liceo classico di Cosenza. Ma, dopo la quinta ginnasio, preferii passare a ragioneria. Lo stesso è capitato con l’università. Entrai alla facoltà di medicina e chirurgia di Ferrara. Però in ospedale, di fronte ai corpi da curare, alle barelle e alle autopsie, mi sentivo male. Per questo cambiai dopo due anni. Mi trasferii a Siena a frequentare scienze politiche. È allora che, per imparare l’inglese, andai in Canada, scoprendo il mondo degli alberghi».

L’ascesa professionale in una grande realtà internazionale

Corre il vermentino freddo. Arriva in tavola il piatto principale: la cacio e pepe di Heinz Beck, che ormai è un classico della alta cucina italiana. La vicenda di Giannuzzi parte dalle ambizioni riservate – quasi fossero un destino naturale – a un ragazzo della borghesia meridionale negli anni Sessanta, attraversa l’ascesa professionale in un gruppo storico ultra-internazionalizzato quale era quello di una personalità carismatica e influente della City di Londra come Sir Charles Forte e arriva ai vertici del turismo internazionale. E, in questa traiettoria e nel posizionamento strategico assegnato al Forte Village (del gruppo fanno parte anche Palazzo Doglio a Cagliari e l’appena rilevato e riportato a nuova vita Palazzo Fiuggi, luogo centrale della cultura e del turismo novecentesco frequentato da Eleonora Duse, Pablo Picasso e Ingrid Bergman), si profila una ipotesi di futuro che spesso – fin dagli anni Cinquanta – è stata rinnegata dalle classi dirigenti della società italiana, le quali per una sorta di male intesa democraticità e per uno speciale moralismo hanno sempre guardato con sospetto e con fastidio a un canone di sviluppo del turismo dedicato alla clientela più facoltosa e più disponibile a riconoscere prezzi elevati per quelli che i tecnici chiamano “servizi ad alto valore aggiunto”, ma che in realtà sono esperienze di relax e di divertimento di carattere esclusivo e raro.

Il master negli Usa prima dell’approdo al Forte Village

Spiega Giannuzzi, che oggi detiene il 5% del capitale della società (il resto è di Musa Bazhaev, imprenditore russo del settore minerario): «Dal 2016, abbiamo investito nella parte alta dell’offerta, con strutture residenziali e con servizi di gamma molto raffinata, 42 milioni di euro. Sono qui dal 1995. Sir Charles mi chiese di rientrare in Italia dai Caraibi per occuparmi del Forte Village. Un anno e mezzo prima il suo gruppo mi aveva mandato negli Stati Uniti a frequentare per sei mesi il master per executive alla Wharton School, la business school della University of Pennsylvania: una bellissima esperienza, nonostante all’inizio fossi intimidito da tutti i banchieri e i dirigenti di grandi gruppi industriali miei compagni di corso, ma davvero nessuna lezione di management a Philadelphia è stata così divertente, lucida e lungimirante come erano le riunioni con Sir Charles. Quando arrivai qui, avevamo uno standard di 500 dipendenti con un Ebitda, il margine operativo lordo, equivalente a 3,5 milioni di euro di oggi. Ora abbiamo 1.200 dipendenti che si prendono cura di 1.500 ospiti disseminati negli otto alberghi del resort con un Ebitda di 38 milioni di euro, a fronte di un fatturato di 130 milioni di euro».

Un caso anomalo nel capitalismo italiano

Passano le ore. Il caldo del pomeriggio non è soffocante. Santa Margherita di Pula ha un microclima che beneficia dell’“abbraccio” delle colline che circondano il Forte Village, rendendo l’aria più fresca. La storia di Giannuzzi, che negli ultimi 25 anni si identifica con quella del Forte Village, esprime una miscela di vicenda biografica antica e di modello di business moderno. La vicenda biografica antica è appunto quella di un ragazzo del Sud che – senza alcuna forma di retorica o di ribellismo – identifica una vocazione originale, entra in un circuito internazionale, ne assorbe la cultura aziendale, modella la sua vita privata secondo la geografia esistenziale della professione (la moglie Jennifer è della Guyana Britannica, la loro primogenita Chiara è nata a Parigi nel 1985, mentre i loro figli Angelo e Alfonso sono nati a Roma nel 1988 e nel 1990) e riesce a compiere il salto evolutivo da manager a imprenditore. E, da imprenditore, elabora una logica di gestione strategica secondo cui la parte più consistente dei flussi di cassa viene garantita dalla maggioranza dei clienti di segmento medio-alto e alto, mentre i margini sono ottenuti con la minoranza di clienti ultra-facoltosi e dalla disponibilità di spesa amplissima. In questo, Forte Village rappresenta un caso anomalo nel capitalismo italiano, che è storicamente segnato da una finanza di impresa poco articolata, non ben gestita e limitata agli autofinanziamenti, spesso orientata a produrre soltanto dividendi per gli azionisti, invece che a sostenere gli investimenti aziendali strutturali e di lungo periodo.

Con il caffè, io mangio un tortino di crema e frutta e lui prende un sorbetto al limone. Spiega Giannuzzi: «Nei prossimi tre anni investiremo in una destinazione sciistica sulle Alpi e in un resort con una stagionalità invertita rispetto a quella del Forte Village, per esempio nell’Oceano Indiano o ai Caraibi. Abbiamo già identificato una lista ristretta di strutture per l’uno e l’altro obiettivo. La cifra che abbiamo ipotizzato non è inferiore ai 150 milioni di euro».

I profumi dei cibi si affievoliscono. E torna prepotente a sentirsi l’odore della vegetazione mediterranea che, come in un sogno, prevale su tutto e tutti stordisce, in questa Sardegna.

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