energia

Il rally della CO2 minaccia i conti di migliaia di imprese europee

di Sissi Bellomo


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(wladimir1804 - stock.adobe.com)

3' di lettura

È ormai una folle corsa al rialzo quella della CO2, che se da un lato promette di fare del bene all’ambiente – scoraggiando l’impiego di combustibili inquinanti – dall’altro minaccia di pesare sui conti di migliaia di imprese manifatturiere europee, che in molti casi sono rimaste spiazzate dai rincari.
Nel giro di un anno il prezzo dei permessi per l’emissione di anidride carbonica è quadruplicato sul mercato Eu-Ets, spingendosi ai massimi dal 2008. E il rally sta addirittura accelerando: ieri c’è stato un balzo di oltre l’8%, che l’ha portato sopra 23 euro per tonnellata. E molti analisti sono convinti che non sia ancora arrivato il momento di tirare il fiato.

Al timone c’è la speculazione – banche ed hedge funds, che hanno intuito in anticipo la tendenza – e un numero circoscritto di soggetti commerciali: perlopiù grandi utilities e compagnie aeree, abituate ad effettuare operazioni finanziarie per coprirsi dal rischio di variazioni dei prezzi energetici. Chi non è stato altrettanto previdente è rimasto con il cerino acceso in mano.
Il rischio riguarda tutti i soggetti obbligati per legge a partecipare al mercato delle emissioni: una platea che comprende quasi 12mila imprese nell’Unione europea, attive nel settore dell’energia e dell’aviazione commerciale, ma anche in molte produzioni energivore, come carta, cemento, vetro, ceramica, metalli.

Negli ultimi 7-8 anni il prezzo della CO2 è rimasto quasi sempre tra 5 e 7 €/tonnellata e le oscillazioni, quando ci sono state, sono sempre state di stampo ribassista: l’eccesso di permessi accumulato con la recessione economica l’aveva fatta crollare a meno di 3 € nel 2013.
In una situazione del genere, le imprese industriali spesso preferivano tenersi lontane dal mercato, per operarvi solo occasionalmente, di solito nei primi mesi dell’anno, in quanto la scadenza per adeguarsi agli obblighi è il 30 aprile. La fiammata con cui si è aperto il 2018 è stata per molti un’amara sorpresa, che ha costretto a spendere milioni di euro in più rispetto all’anno scorso: nel primo trimestre la CO2 è rincarata del 60%.

Il punto è che il rally non era imprevedibile, anche se forse in pochi si aspettavano che sarebbe stato così impetuoso. A febbraio l’Europarlamento ha infatti approvato la riforma del mercato Eu-Ets, di cui si discuteva da mesi. Ed era ben noto che la misura principale sarebbe stata la creazione della Market Stability Reserve (Msr), un meccanismo per ritirare dalla circolazione il surplus di permessi. L’obiettivo delle istituzioni europee, insomma, era proprio quello di risvegliare i prezzi della CO2, che se sono troppo bassi non servono a stimolare investimenti in energie pulite.

«L’Unione europea è l’unico fornitore di crediti per l’anidride carbonica – fa notare Mark Lewis, della società di ricerca Carbon Tracker – Il segnale sull’offerta che ha mandato è molto più potente di qualsiasi messaggio l’Opec potrà mai mandare ai mercati petroliferi».

Chi si è posizionato per tempo sul mercato ha fatto affari d’oro. Tra questi c’è l’utility tedesca Rwe, molto sbilanciata verso il carbone, che ha rivelato di aver coperto il proprio fabbisogno di permessi fino al 2023. Ma ci sono anche – come stupirsi – soggetti finanziari, comprese grandi banche, tra cui Morgan Stanley e probabilmente Goldman Sachs e JpMorgan secondo il Financial Times. E soprattutto c’è una pattuglia di hedge funds, molti dei quali sono arrivati sul mercato attratti proprio dalle opportunità offerte dalla riforma.

Impossibile compilare un elenco esaustivo. Tra i fondi registrati all’Ice, dove si scambiano futures sui permessi per la CO2, figurano Citadel, Five Rings Capital, Squarepoint. I veri protagonisti del rally tuttavia sono stata alcuni veterani del settore, che hanno intuito la svolta prima di altri. «Appena abbiamo capito la potenza del meccanismo Msr ci siamo resi conto che il prezzo della CO2 doveva salire», racconta all’Ft lo svedese Ulf Ek, fondatore di Northlander Advisors, il cui hedge fund specializzato in energia guadagnava a fine agosto il 35,8% al netto delle fees. «Era una scommessa a senso unico – gli fa eco Per Lekander, ex analista di Ubs, riconvertitosi gestore nel 2014, con Lansdowne Partners – Ma a capirlo subito è stato solo un piccolo gruppo di persone che negli ultimi dieci anni non avevano rinunciato a quel mercato ».

Lekander aveva anche scoperto le carte a settembre dell’anno scorso, rivelando durante un convegno di aver assunto una posizione lunga per 10 milioni di tonnellate di CO2. «L’afflusso di nuovo denaro è iniziato allora», afferma Trevor Sikorski, analista di Energy Aspects.

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