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Oro, il rally si prende una pausa. Allerta su un possibile brusco ritracciamento

Alcuni osservatori pensano che non sia da escludere una drastica correzione nel breve periodo, anche se c’è un generale consenso sul fatto che i fondamentali dovrebbero restare positivi a lungo

di Sissi Bellomo

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(Marka)

3' di lettura

Sarà per i segnali di distensione tra Usa e Cina, sarà semplicemente perché ha corso troppo in fretta. Sta di fatto che il rally dell’oro si è preso una pausa. E alcuni osservatori pensano che non sia da escludere una drastica correzione nel breve periodo, anche se c’è un generale consenso sul fatto che i fondamentali dovrebbero restare positivi a lungo.
Le quotazioni del metallo prezioso si sono spinte ai massimi da sei anni, raggiungendo la settimana scorsa un picco di 1.557 dollari l’oncia sul mercato spot londinese, dopo aver guadagnato oltre il 20 % nel giro di tre mesi: un vero e proprio «bull market». Da allora però l’oro ha cominciato a perdere terreno e adesso vacilla anche il supporto (tecnico oltre che psicologico) dei 1.500 dollari.

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È degno di nota – benché  tutt’altro che insolito – che il vento sia cambiato proprio in coincidenza con la pubblicazione del report finora più entusiasta: quello di Citigroup, secondo cui il prezzo del lingotto potrebbe spingersi a 2mila dollari entro due anni, battendo il precedente record storico nominale di 1.921 dollari del 2011.

Venerdì 13 settembre l’oro è sceso a 1.495 dollari l’oncia, dopo i dati positivi sulle vendite retail negli Usa e il ramo d’ulivo offerto dalla Cina, che ha ridotto i dazi anche su soia e carni suine, prodotti di cui un tempo importava grandi quantità dagli Usa. Per il lingotto è il terzo ribasso consecutivo su base settimanale.

A mettere in allerta su un possibile brusco ritracciamento non sono segnali tecnici. E tutto sommato ha un peso relativo anche la tregua – fragile e ancora molto circoscritta – nel braccio di ferro commerciale tra Washington e Pechino. È secondaria persino la (modesta) risalita dei rendimenti, che pure ha giocato un ruolo importante nel determinare la recente discesa dell’oro.

A preoccupare è piuttosto il posizionamento dei fondi speculativi, che al Comex di New York hanno gonfiato l’esposizione rialzista a livelli da primato. Le posizioni nette lunghe sono addirittura ai massimi storici secondo il World Gold Council, se misurate in tonnellate di oro: 1.134,34 tonnellate al 10 settembre in totale (895,32 in mano ai cosiddetti Money manager).

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Come accade su qualsiasi mercato, se troppi operatori vogliono comprare mentre scarseggiano quelli disposti a vendere c’è il rischio che prima o poi arrivi il redde rationem.

Un crollo delle quotazioni potrebbe verificarsi all’improvviso, innescato dal minimo pretesto, anche non cambiasse nulla di sostanziale nello scenario circostante: dalle politiche monetarie – che dovrebbero restare super accomodanti – all'apprensione per una hard Brexit, dai timori di recessione economica alle tentazioni di escalation nelle guerre commerciali e valutarie.

Gli speculatori più accorti forse si stanno già mettendo in salvo, per evitare di rimanere col cerino in mano. Il patrimonio degli Etf, che era cresciuto vertiginosamente insieme al prezzo dell'oro – portandosi anch’esso vicino ai massimi storici a fine agosto, avverte il Wgc – ora sta diminuendo, sia pure con moderazione. Dai 58,455 milioni di once (1.657 tonnellate circa) del 5 settembre a 58,067 milioni di once venerdì, secondo dati Reuters Refinitiv: un calo dello 0,7%, che sembra legato soprattutto ai prodotti più amati dagli investitori istituzionali.

L’entusiasmo per l’SPDR Gold MiniShares – Etf di piccolo taglio, destinato al pubblico retail – non vacilla , fa notare Bloomberg. Il suo “fratello maggiore”, l’SPDR Gold Shares, al contrario ha cominciato a soffrire riscatti.

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