60 anni dall’indipendenza

Il re del Belgio si scusa per le ferite del colonialismo in Congo

La presa di posizione del sovrano è stata successivamente fatta propria dal governo federale che ha preannunciato da parte del Belgio «un percorso di verità» sul suo discusso passato coloniale

dal nostro corrispondente Beda Romano

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(AFP)

La presa di posizione del sovrano è stata successivamente fatta propria dal governo federale che ha preannunciato da parte del Belgio «un percorso di verità» sul suo discusso passato coloniale


2' di lettura

BRUXELLES - Con un gesto che i congolesi aspettavano da decenni, il re del Belgio ha espresso martedì 30 giugno, nel sessantesimo anniversario dell'indipendenza del Congo, «i suoi più sinceri rincrescimenti per le ferite» inflitte al Paese durante la colonizzazione. La clamorosa presa di posizione è stata successivamente fatta propria dal governo federale che ha preannunciato da parte del Belgio «un percorso di verità» sul suo discusso passato coloniale.

L'uscita di re Filippo è particolarmente significativa, poiché appena qualche anno fa, nel 2018, il sovrano aveva preferito non partecipare all'inaugurazione del nuovo Museo reale dell'Africa Centrale, a Tervuren, nei sobborghi di Bruxelles. L'istituzione, nata nel 1897, era stata oggetto di un radicale rinnovamento che aveva rimesso in discussione il ruolo controverso di Leopoldo II (1835-1909), antenato dell'attuale monarca belga e primo colonizzatore del Congo.

Pur divisi sul numero di vittime nel Paese africano e sulle reali responsabilità della monarchia belga, gli storici sono tendenzialmente d'accordo nel considerare che l'esperienza coloniale belga sia stata tra le più discutibili a cavallo tra Ottocento e Novecento. Il Congo diventò proprietà privata di Leopoldo II all'indomani della Conferenza di Berlino del 1885. Solo nel 1908 divenne colonia belga, sfruttata per i suoi giacimenti di materie prime e di caucciù.

Celebrazioni a Bruxelles per il 60esimo anniversario dell’indipendenza del Congo dal Belgio. (Photo by STEPHANIE LECOCQ / POOL / AFP)

Un libro uscito nel 1998 e scritto dallo storico americano Adam Hochschild, King Leopold's Ghost ,aveva ai tempi creato molte polemiche. Aveva accusato Leopoldo II di avere guidato un colonialismo violento che aveva ucciso fino a 10 milioni di persone.

L'esperienza coloniale europea nell'Africa centrale fu una cause célèbre di molti scrittori, da Joseph Conrad ad André Gide, a Mark Twain. Oggi i migliori storici ritengono la cifra citata dallo studioso americano esagerata. Nelle ultime settimane, sulla scia del clima antirazzista negli Stati Uniti, anche il Belgio è stato attraversato da manifestazioni contro le discriminazioni. Statue di Leopoldo II sono state rimosse con la violenza, tra cui una particolarmente nota nel quartiere bruxellese di Auderghem.

Secondo lo storico Matthew Stanard, vi sono in Belgio circa 450 targhe, statue, vie e altri riferimenti al periodo coloniale. Leopoldo II dà il proprio nome a una ventina di vie, piazze e viali in tutto il Paese. Al di là dei molti dubbi sulla persona e sulla sua esperienza, Leopoldo II era figlio della sua epoca. Altre nazioni europee non sono prive di colpa nelle loro politiche coloniali. Più in generale, Guy Vanthemsche, storico della Vrije Universiteit Brussel, ammette oggi che solo negli anni ’50 il Congo riuscì a godere di una certa crescita economica tale da beneficiare anche la popolazione locale. La riflessione sul ruolo del Belgio in Africa sarà ora oggetto dei lavori di una commissione parlamentare.

Tornando alla lettera che Re Filippo ha scritto questa settimana al presidente congolese Félix Tshisekedi, la missiva è ben diversa dal discorso che sessant'anni fa l'allora monarca belga, zio del sovrano attuale, aveva pronunciato in occasione dell'indipendenza del Paese. Ai tempi, Baldovino aveva celebrato la «grande opera» di Leopoldo II, così come «il suo coraggio tenace». «Non si presentò a voi – disse ai congolesi – in quanto conquistatore, ma piuttosto in quanto civilizzatore».

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