diritto e cinema al bifest di bari

Dalle sentenze al cinema il dramma della tortura

di Patrizia Maciocchi


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4' di lettura

«Sulla mia pelle», «Zero dark thirty», «Garage Olimpo» e «Strangers in paradise». Sono i quattro film scelti per la rassegna «Diritto, cinema e tortura», inserita nell’ambito del Bifest in programma a Bari fino a domani, 3 maggio. Partendo da fatti di cronaca, si vuole attirare l’attenzione dei giovani sul tema del rispetto dei diritti umani fuori e dentro “casa” nostra. L’invito a non abbassare la guardia sul rispetto dei diritti fondamentali arriva dall’ex procuratore capo di Torino Armando Spataro, per anni impegnato nella lotta al terrorismo.

«Guido Galli è stato ucciso dai terroristi di Prima linea ed è caduto con il codice in mano – dice Spataro –. È così che si deve combattere per contrastare il terrorismo come la criminalità. E la tortura non è solo inumana ma inutile per lo scopo che si vuole raggiungere. Chi viene torturato non dice la verità ma ciò che il torturatore vuol sentirsi dire».

Una tesi dimostrata con il rapporto Feinstein, voluto dalla presidente della commissione sull’intelligence del Senato americano e pubblicato nel 2014, nel quale si ammette che l’uso di quelle tecniche di “interrogatorio”, sdoganate in nome della guerra al terrore, e usate dalla Cia per stanare Osama Bin Laden sono state una vergogna per lo stato americano e fallimentari dal punto di vista del risultato.

Spataro ha partecipato all’evento barese, organizzato dal dipartimento di giurisprudenza dell’Università Aldo Moro, diretto da Roberto Voza, e frutto dell’idea dei docenti Marina Castellaneta e Ivan Ingravallo. L’ex magistrato ricorda: «Noi abbiamo sconfitto il terrorismo in Italia rispettando anche i diritti dei criminali. Lo abbiamo battuto nelle aule di giustizia e non negli stadi come disse il presidente Pertini, perché le risposte efficaci vanno cercate sempre nelle maglie del diritto».

Immigrati e tortura
Quando si parla di diritti è facile oggi pensare all’immigrazione. E Spataro, a margine dell’incontro, ricorda la sentenza del 26 aprile scorso con la quale la Corte di cassazione si è espressa sulla protezione internazionale nei confronti dei richiedenti stranieri, escludendo che il giudice possa “sbrigativamente” richiamare generiche fonti internazionali per negare i rischi in caso di rimpatrio dello straniero.

«Mi sembra - dice Spataro - una sentenza corretta ed equilibrata, mi sono occupato a lungo di immigrazione formando gruppi specializzati sia a Milano sia a Torino e le mie direttive andavano proprio nella direzione indicata dalla Cassazione: chi chiede asilo può non essere in grado di spiegare quali sono le condizioni che legittimano la sua domanda. Spetta dunque al giudice usare tutte le fonti, compreso il web, per valutare il singolo caso, ma sempre con motivazione pertinente».

La tortura «leggera»
Ad insistere sulla necessità di sgombrare il campo dall’equivoco che esista un tipo di tortura meno grave a seconda del fine e dell’intensità, è chiara Chiara Vitucci, docente di diritto internazionale nell’Università della Campania Luigi Vanvitelli: «Molti giuristi hanno tentato di allargare le maglie del concetto di tortura, parlando di “interrogatorio robusto”. In America, sono stati messi a punto dei memo nei quali è stato fissato un grado di dolore al di sotto del quale non si può parlare di tortura. La verità è che la tortura è vietata, una certa guerra al terrore è vietata. Sempre».

Il caso Cucchi
Ancora di tortura e diritto si è parlato dopo la proiezione del film «Sulla mia pelle», che racconta la storia di Stefano Cucchi. Una vicenda in cui, secondo il cronista Carlo Bonini che l’ha seguita dall’inizio, ha pesato anche lo status sociale di Stefano, indicato come «il geometra»: una realtà piccolo borghese, una vita vissuta in periferia e la condizione di tossicodipendente. «Forse qualcuno avrebbe visto gli effetti del pestaggio sul corpo di Stefano – dice Bonini - se il suo indirizzo di residenza fosse stato diverso o il suo cognome noto».

A Stefano Cucchi non era stata garantita neppure una difesa effettiva. «Credo che nella vicenda di Stefano come in molte altre storie in cui vengono violati dei diritti – sia fondamentale il ruolo svolto dagli avvocati – afferma il vice presidente dell’Ordine degli avvocati Bari Serena Triggiani – un diritto ad essere rappresentato che lui stesso ha, inutilmente invocato, rifiutando anche le cure pur di ottenerlo».

Del film di Cremonini dedicato al giovane romano parla anche Pasquale De Sena, ordinario di diritto internazionale all’Università cattolica di Milano. «Nella vicenda di Stefano Cucchi, come rappresentata nel film – sostiene De Sena – si manifestano gli effetti tragici della disumanizzazione delle azioni individuali, dovuta ai processi di burocratizzazione . Così può inquadrarsi l’incredibile serie di accadimenti che inesorabilmente conducono alla sua morte di certo evitabile. Cucchi, come uomo, scompare ben prima della sua morte fisica massacrato dalla macchina infernale in cui incappa».

I casi Regeni e Manduria
Una prova che l’attenzione sulla tortura e sul rispetto dei diritti umani nel nostro Paese non sia altissima è stata fornita di recente dalle presenze in aula, anzi dalle assenze, in occasione della prima seduta della Commissione di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni alla quale hanno partecipato solo 19 deputati.

E del reato di tortura, introdotto nel nostro codice nel 2017, sono accusati otto giovani di Manduria, sei dei quali minorenni. Dal 2012 per “noia” hanno perseguitato e picchiato un 66enne, con problemi psichici. Una storia orribile iniziata e proseguita nell’indifferenza, o quasi, dei più. Perché la violazione dei diritti, quando si è più deboli, fa meno notizia.

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