Le sfide del Paese / 1

Il rebus Aspi va risolto con un governo vigile e dei soci istituzionali

di Vito Gamberale

(Adobe Stock)

4' di lettura

L’invasione di campo di Abertis nella vicenda di Aspi dovrebbe suggerire delle riflessioni sulla natura delle concessionarie, sul loro ruolo nel rilancio del Paese, sulla loro strategicità; quindi, su come uscire dal rebus Aspi.

Una concessionaria è un’azienda in affitto. Il naturale proprietario dell’asset (lo Stato o le istituzioni di governo decentrato), dopo averlo societarizzato, affitta l’impresa a un gestore: il concessionario. Quest’ultimo può essere di natura pubblica o privata, ma sempre affittuario rimane. Ogni contratto di affitto prevede, di norma, la clausola del sub-affitto; nel senso che l’affittuario non è libero di trasferire la gestione del bene ad altri, se non col previo consenso della proprietà. Lo stesso concetto dovrebbe essere tenuto presente nel caso delle concessionarie. Questo implica che un governo (centrale o locale) deve sempre vigilare sulla corretta e trasparente gestione delle concessionarie, sia come obblighi di sana gestione in capo al gestore, sia nel caso che il gestore intenda trasferirne la gestione a terzi.

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In Italia esistono e operano importantissime concessionarie. Limitandosi solo ai maggiori soggetti italiani (tra reti di distribuzione, multi-utility, autostrade e aeroporti), si arriva ad aggregati di fatturato (pre-covid) per circa 110 miliardi di euro e di Ebitda di circa 30 miliardi.

Quest’ultimo dato ben rappresenta un indicatore di valore (come ordine di grandezza) degli investimenti annui che solo questo sub-insieme può realizzare. Tolti oneri finanziari, tasse e dividendi, rimarrebbe disponibile qualcosa come 20 miliardi l’anno. Una cifra che, se gestita in ottica Paese, può (e deve) rappresentare una potente leva per la nostra economia, specie in questo periodo di crisi, di debito pubblico pericolosissimo, di necessario riassetto del Paese.

Quindi, siamo in presenza di asset strategici per l’Italia, come lo sono per i nostri partner europei. Da qui, la premessa: necessario controllo pubblico (centrale o locale) sulla titolarità (e/o sul trasferimento) della gestione delle concessionarie; loro imprescindibile ruolo nel rilancio del Paese; loro strategicità. Insomma, sono asset da golden power.

Stupisce, pertanto, l’indifferenza dei precedenti, vari governi, a seguito del riemergere di un intreccio societario tra Abertis e Atlantia/Aspi. Già nel 2006, il maldestro tentativo di Edizione Holding (ossia di quei manager, non della proprietà, che ha sempre avuto un ruolo di puro investitore nella finanziaria) di far passare per merger of equals un’effettiva vendita di Aspi ad Abertis, fu bloccato dal governo Prodi. L’aspetto irrituale della vicenda fu che Abertis aveva coinvolto le massime autorità spagnole (dal re, al primo ministro, al ministro dei Trasporti). Edizione Holding sembrò voler approfittare del vuoto connesso al cambio di governo in corso, in quelle settimane, in Italia.

Quella operazione avrebbe portato il controllo di Aspi sotto Abertis; la confluenza dell’Ebitda di Aspi (sopra i 2,5 miliardi all’anno) nella holding spagnola; il presumibile utilizzo di quell’importante cash flow per fronteggiare la gravissima crisi che di lì a poco ebbe il sistema bancario spagnolo, specie nelle Casse di Risparmio, la maggiore delle quali era socio di riferimento di Abertis. Ruolo che è tornato a esercitare dopo il riassetto di quel sistema finanziario.

Sicché, quando nel maggio 2017 e, nell’ottobre 2018 (all’indomani del Ponte Morandi), fu annunciata e conclusa una nuova operazione tra Atlantia e Abertis, il governo dell’epoca, ma anche il successivo, avrebbe dovuto chiedersi e vigilare sui patti para-sociali sottostanti quel nuovo accordo. L’operazione, questa volta, fu presentata come la presa del controllo di Atlantia su Abertis con l’acquisto, a debito, del 50% delle azioni, più una sola altra azione. Cioè una sola azione avrebbe permesso il controllo della holding italiana sul complesso ispano-sudamericano di Abertis. L’aspetto che stupiva era che a capo di Abertis c’erano prima, e son rimasti sempre, personaggi spagnoli: dal presidente, all’amministratore delegato, persino al segretario del consiglio. Abertis faceva shopping in Italia (tratte autostradali lombardo/venete) senza il minimo coinvolgimento di Atlantia; faceva operazioni all’estero, e Atlantia è sembrata non toccare mai palla. Insomma una maggioranza senza alcun controllo: un ossimoro. Molti hanno pensato che, in effetti, quella operazione potesse rappresentare la riedizione, sotto diversa vestizione, del tentativo fallito nel 2006. E sembra strano che a nessun governo, prima di tutto i vari ministri delle Infrastrutture, non sia venuto in mente di chiedere i patti parasociali dell’accordo, tenuto conto dell’impegno finanziario assunto da Atlantia, garantito, nei fatti, dai flussi di cassa Aspi. Forse, gli avvenimenti degli ultimi giorni richiederebbero una disclosure dei patti parasociali, degli effettivi accordi sulla governance.

Certo, il day after del terribile disastro di Genova (14 agosto 2018) è stato gestito da un governo inadeguato. La vicenda, con l’andare del tempo, si è complicata sempre di più: una assurda criminalizzazione di un solo azionista, sia pur distante tre livelli dall’azionista di riferimento e mai indagato; la pretesa di una vendita forzata; l’imposizione del ritorno dello Stato; il blocco del piano economico-finanziario. E tutto ciò, senza che il ministero competente si fosse organizzato al proprio interno per vigilare sia sugli adempimenti gestionali che sui vincoli contrattuali e di governance. Assente prima, assente sempre. Tocca ora a questo governo – basato su competenze e su visioni, su autorevolezza e coraggio – districare il grave problema creatosi: organizzare un reale controllo; far valere la golden power; scegliere la combinazione giusta come trasferimento della gestione. Forse un insieme di investitori istituzionali italiani (fondi pensione, fondi previdenziali, fondazioni, assicurazioni, fondi infrastrutturali nazionali) potrebbe garantire la presenza di un azionariato responsabile e paziente; in grado di conciliare la necessaria attenzione gestionale con l’equa remunerazione del capitale. Tutto ciò, dando per scontata la volontà degli azionisti, diretti e indiretti, di Atlantia di uscire. Significherebbe eliminare le residue zone d’ombra, patti con Abertis compresi. Ma significherebbe anche evitare l’invadenza del sistema delle imprese di costruzione spagnole, che ha in Acs un soggetto non estraneo ad Abertis. Qui, con fatica, è stata messa in piedi WeBuild che, per quanto grande non è tra i giganti europei. Il Paese ha bisogno di investimenti infrastrutturali e di imprese in grado di mobilitare la sua economia.

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