A portobello

Il Record Store Day a Londra, sabato al Rough Trade s’improvvisano i live

di Simone Filippetti


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Londra, l’interno di Rough Trade, negozio di dischi legato alla storia degli ultimi 40 anni di musica britannica

3' di lettura

Il sabato mattina a Portobello Road è il miglior giorno della settimana, ma anche il più incasinato. La storica via di Londra, paradiso di bancarelle e musicisti di strada, a metà tra Porta Portese e Street Food, è un pezzo della Londra Hippie-Funk-Alternativa incastonata tra le raffinatissime villette e gli immacolati parchi recintati del lussuoso quartiere di Notting Hill. Il sabato è il giorno del mercato di Portobello, al cui nome si ispirò Enzo Tortora per il programma più celebre della tv italiana degli anni Settanta e Ottanta, ma arrivano anche frotte di chiassosi turisti.

La macchina del tempo all’incrocio don Talbot Road
All’angolo con Talbot Road, c’è Rough Trade: una vetrina un po’ malconcia che espone vinili e cd è la macchina del tempo. Come nel negozio di Safarà in Dylan Dog o nel romanzo 22/11/’63 di Stephen King si torna indietro di decenni. Tutto dentro a questo negozio cult, meta di pellegrinaggio di patiti delle sette note. Sa di vecchio, di quando la musica era solida e si toccava con mano: lo spazio - due piccole stanzette - ospita un’immensa raccolta di dischi che arrivano da un’altra epoca. Mancano solo le musicassette, quelle sì davvero reperto archeologico da museo. Il sabato, da queste parti, è un giorno ancora più speciale di quanto sia il sabato di Portobello per i turisti: Rough Trade fa la folla per concerti improvvisati, rigorosamente unplugged, eventi dal vivo che il piccolo locale ospita regolarmente. Anche così si sopravvive all’avvento di Spotify, Apple Music e Amazon Prime, alle canzoni sul telefonino.

L’ingresso di Rough Trade

L’Inghilterra dai Sex Pistols ad Aphex Twin
Rough Trade è nato come negozio di etichette indie e ancora oggi sugli scaffali difficilmente troverete la discografia di Madonna, ma in compenso potrete rifarvi con una rassegna di garage band della periferia di Birmingham o qualche folk-singer di cui in Italia magari nessuno ha mai sentito parlare. L’atmosfera che accoglie chi entra è ultra vintage, da grigia Inghilterra industriale Anni Settanta, quando alla crisi economica della working class si contrapponevano la ribellione del punk, la rabbia giovane fatta di chiodi di pelle e creste colorate, lo spirito anarchico di Sid Vicious e Joe Strummer che poi sarebbe sfociato in una vena nostalgica agli inizi degli anni Ottanta, con la new wave di Cure, Joy Division e Soft Cells. Una storia che ritrovi appesa alle pareti, in forma di poster che mettono in fila i Sex Pistols e la mostruosa copertina di Windowlicker di Aphex Twin, quella con il viso del dj montato sopra il corpo di una bombastica modella in costume, album simbolo della ondata elettronica di metà anni Novanta, quella dei Prodigy dello scomparso Keith Flint e dei Chemical Brothers.

Le pareti di Rough Trade

Consigli per gli acquisti (e avvisi per le band)
Ai pilastri trovi ancora appesi avvisi scritti a penna di band in cerca di musicisti. Questo è un posto per collezionisti: chi entra qui ama ancora possedere i dischi, toccarli con mano, averli uno accanto all’altro in scaffale, spendere anche 100 sterline per un’edizione limitata di un album flop di una band semi-sconosciuta. Al piano di sotto, una specie di santone dai capelli lunghi che sembra uscito direttamente dal set di I Love Radio Rock è il sacerdote che custodisce la zona dedicata esclusivamente ai pezzi d’epoca. Un reduce dell’età dell’oro del rock: di 30 anni più vecchio della media dei commessi del negozio, capelli (i pochi rimasti) lunghi e aria da fricchettone nonostante gli «anta» ormai abbondanti. Nell’era della musica digitale e liquida, a Rough Trade si vive di analogica e venerazione sacra per l’oggetto disco. Ogni pezzo è accuratamente sigillato in una busta e ha una etichetta adesiva con il logo del negozio, dove trovi una specie di recensione che riassume la storia di quello che stai per comprare. L’amore che in questo piccolo negozio nutrono per un mondo in via di estinzione si vede anche, e soprattutto, da questi piccoli dettagli. D’altronde il detto «Devil’s in the Details» è nato nel mondo anglosassone. I dinosauri si estinsero perché troppo grandi e inadatti a sopravvivere in un mondo più competitivo dove arrivarono rettili più piccoli, aggressivi e agili. I dinosauri non sono proprio morti: sono diventati lucertole e coccodrilli. Chissà che Darwin non salvi anche questo piccolo mondo antico in mezzo ai paperoni di Notting Hill.

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