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«Il Recovery Fund è imprescindibile per l’Europa: deve essere in funzione già a settembre»

La ministra degli Esteri spagnola, Arancha Gonzalez Laya, preme perché il fondo Ue per la ripresa sia operativo al più presto, mentre sul Mes dice: «Ogni Paese decida senza pregiudizi: può essere utile ma oggi la Spagna non ne ha bisogno». E sul commercio globale: «La Wto deve essere riformata e l’Europa deve avere un ruolo al pari di Usa e Cina»

di Luca Veronese

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(REUTERS)

La ministra degli Esteri spagnola, Arancha Gonzalez Laya, preme perché il fondo Ue per la ripresa sia operativo al più presto, mentre sul Mes dice: «Ogni Paese decida senza pregiudizi: può essere utile ma oggi la Spagna non ne ha bisogno». E sul commercio globale: «La Wto deve essere riformata e l’Europa deve avere un ruolo al pari di Usa e Cina»


5' di lettura

«Il Recovery Fund è fondamentale per la ripresa dell’economia europea. Serve ora, dobbiamo arrivare ad approvarlo il prima possibile». Maria Aranzazu “Arancha” Gonzalez Laya è quel che si può definire la ministra giusta al posto giusto, nel momento giusto: basca di San Sebastian, 51 anni, giurista di formazione, ha lavorato alla Commissione europea, è stata il braccio destro di Pascal Lamy alla Wto, ha diretto l’International trade center e da gennaio è la responsabile degli Affari Esteri nel governo spagnolo, consigliera molto ascoltata dal premier socialista Pedro Sanchez su tutto quello che riguarda l’Unione europea e gli scambi internazionali. «Sul Recovery Fund - dice - potremo farcela per settembre». Si definisce «pragmatica» e nel lungo colloquio telefonico, ripete più volte che «alla base di tutto c’è l’impegno e il lavoro per creare consenso, per arrivare a soluzioni condivise», in Spagna, come in Europa o nel commercio globale.

I mercati finanziari sono in agitazione, c’è il timore di una seconda ondata di contagi da coronavirus. Come se ne esce?
La volatilità dei mercati viene dall’incertezza. I governi devono portare chiarezza per dare tranquillità alle persone e alle attività economiche. Prima di tutto mettendo sotto controllo il Covid-19: e poco alla volta, con enormi sacrifici, ci stiamo riuscendo. Ma siamo già più avanti, devono esserci altri segnali, i cittadini e le imprese devono sapere che tutte le misure e gli strumenti che stiamo introducendo - a Madrid e in Europa - hanno un unico obiettivo: uscire dalla crisi il più rapidamente possibile. Con attenzione e gradualità perché non abbiamo ancora né un vaccino né un farmaco contro il virus.

In Spagna su alcuni temi di base, come il reddito minimo di base, avete trovato anche l’appoggio dell’opposizione, in Europa Paesi virtuosi e Paesi mediterranei possono trovare l’intesa?
Le divisioni tra Nord e Sud causano danni a tutti: non siamo nel 2008, siamo nel 2020 e questa è una crisi che colpisce tutti. È ormai evidente che o si esce assieme rapidamente dalla crisi o - se invece ci mettiamo a giocare con le divisioni tra Paesi - la ripresa sarà molto lenta e soprattutto molto dolorosa, per tutti. L’obiettivo è comune: rafforzare il mercato unico europeo, da lì viene la ripresa.

Eppure sugli strumenti di rilancio dell’economia i cosiddetti Paesi frugali non vogliono cedere.
Ripeto, questa crisi da coronavirus lega i destini delle diverse economie europee. Voglio inoltre ricordare che per un euro investito nell’Europa, Olanda, Austria o Germania hanno un ritorno doppio rispetto a quello di Italia o Spagna. E poi anche sulla solidarietà dobbiamo essere diretti: solidarietà non è carità e nemmeno è irresponsabilità, confido che tutti i governi capiscano qual è la strada da seguire, nel loro stesso interesse.

Come giudica l’insieme degli strumenti che l’Europa ha messo in campo?
L’emergenza era la liquidità delle persone, delle imprese e dei governi e l’Unione ha risposto con il Sure per l’occupazione, con i fondi Bei e con il Mes. Ai quali si è costantemente aggiunta l’azione della Bce. Per sostenere la ripresa saranno poi imprescindibili le risorse del Recovery Fund e del nuovo bilancio comunitario.

Venerdì ci sarà il primo vertice tra i capi di Stato e di governo sul Recovery Fund, si arriverà a qualche risultato?
Dobbiamo darci da fare perché venga approvato e entri in funzione il prima possibile. Con due aggiunte: deve avere una dimensione adeguata; e non deve mettere in difficoltà, con ulteriore debito, i Paesi che vi fanno ricorso. Per la Spagna serve ora, per stimolare la nostra economia: ora. Dobbiamo riportare rapidamente l’occupazione sui livelli pre-crisi.

Che tempi prevede?
Il Recovery Fund serve il prima possibile. Prima dell’inizio dell’autunno spero che sarà stato approvato. Diciamo per settembre.

E invece rispetto al Meccanismo europeo di stabilità, qual è la posizione del suo governo?
Dobbiamo spiegarlo bene anche ai cittadini, il Mes è uno strumento di prevenzione, serve a dare sicurezza in fasi difficili, è una precauzione che può entrare in funzione per dare liquidità nel breve periodo. E già il fatto che esista serve a tutta l’economia continentale, la protegge. Non dobbiamo avere preconcetti: dobbiamo valutare tutti gli strumenti a disposizione e capire quale può essere più utile. Inoltre, per come è strutturato oggi, il Mes non presenta alcuna condizionalità che metta in discussione l’autonomia dei governi nazionali.

Ma la Spagna ha intenzione di ricorrere al Mes, magari in accordo con altri Paesi come Italia e Portogallo?
In questo momento la Spagna non ne ha bisogno: l’azione costante della Bce, prima e durante il lockdown, ha messo liquidità in circolo rendendo meno necessario il ricorso al Mes. La Spagna inoltre continua a finanziarsi sul mercato a condizioni favorevoli. Ma non abbiamo preconcetti, l’utilità del Mes dipende dalla situazione di ciascun Paese.

Spagna e Italia si sono avvicinate o si sono allontanate in questi mesi difficili?
Siamo alleati su molti temi: la stabilità nel Mediterraneo, il commercio internazionale, i migranti. E ci facciamo concorrenza in altri: dalla moda, alla produzione industriale fino al futbol. Ma in questi mesi ci siamo uniti, abbiamo sviluppato (anche assieme a Francia e Germania) un’idea comune di Europa.

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L’Unione Europea come uscirà da questa crisi?
È ancora da capire, dipende da come ci muoveremo nei prossimi vertici. La forza dell’Europa si misurerà certo dalla capacità di sostenere l’economia, di dare cioè una riposta alle imprese e ai lavoratori. Ma anche dalla capacità di avere un ruolo nella geopolitica di un mondo sempre più frammentato. Di stare al tavolo assieme a Cina e Stati Uniti.

Nella battaglia commerciale tra Usa e Cina la Wto serve ancora a qualcosa?
La Wto è oggi più necessaria di ieri ma ha bisogno, oggi più di ieri, di una riforma. Deve dare stabilità ma è nata nel 1995 in un altro mondo: la Cina valeva meno dell’1% del commercio mondiale, la tecnologia digitale e il cambiamento climatico non erano questioni pressanti. La riforma della Wto deve accettare queste sfide.

Si dovrà aspettare che gli Usa cambino presidente o si può avere una Wto anche con Donald Trump?
Il governo spagnolo lavora per creare consenso, anche nelle scelte che riguardano il commercio internazionale: Usa e Cina devono essere pienamente coinvolti nella riforma della Wto, non può essere diversamente.

Le piacerebbe guidare la riforma della Wto? In molti fanno il suo nome come prossimo direttore generale.
Che qualcuno mi ritenga all’altezza di ricoprire un ruolo tanto importante mi riempie di orgoglio ma ho appena iniziato e sono totalmente impegnata nel lavoro del governo del mio Paese.

L’Europa fa bene a insistere per un direttore della Wto europeo?
Anche qui dobbiamo lavorare per soluzioni condivise, per il consenso. E l’Europa deve avere grande lucidità. Il Pil europeo cresce per merito degli scambi con Paesi non Ue, un lavoratore su tre dell’Unione dipende dal commercio con Paesi extra Ue. Dobbiamo tenerlo ben presente. E dobbiamo anche trovare un equilibrio tra la necessaria apertura al mondo della nostra economia europea e la necessità di regole per prevenire il gioco sporco.

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