Opinioni

Il recovery fund non dev’essere come una vincita alla lotteria

di Giovanni Tria

(Polonio Video - stock.adobe.com)

4' di lettura

Uno dei pericoli del Recovery Fund è che finisca per avere l’effetto di una vincita alla lotteria per una famiglia che, perdendo la bussola per le risorse inaspettate, finisce rapidamente sul lastrico. Conviene, quindi, ripartire dai fondamentali economici, come si diceva fino a un recente passato.

L’arrivo dei vaccini anti-covid ha spinto il Fondo monetario ad aggiornare le previsioni economiche con qualche nota positiva, ma un gran numero di allerte per i rischi negativi. Sostanzialmente queste previsioni correggono, in aumento rispetto a quelle dello scorso ottobre, la crescita globale attesa sia del Pil sia del commercio internazionale. In particolare, la crescita sarà sostenuta per la Cina, le aspettative degli Stati Uniti e del Giappone migliorano, mentre peggiorano quelle relative all’Europa. Tra i rischi, il Fondo monetario richiama una riduzione prematura delle misure di sostegno alle economie, ma anche una possibile instabilità finanziaria.

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Nell’ambito europeo colpisce la riduzione della crescita attesa per l’Italia, portata sostanzialmente alla metà dell’obiettivo indicato nello scenario macroeconomico posto a base dell’ultima legge di bilancio. Ciò significa anche un netto peggioramento delle previsioni relative a deficit e debito pubblici.

Vedremo cosa accadrà. Dipenderà da quel che succederà nel mondo, dalle politiche adottate in Italia e, molto, dal successo e dai tempi della campagna di vaccinazione.

Ma non sono questi i fondamentali della nostra economia su cui è necessario riflettere. Mentre il tasso di crescita economica, attuale e prevista, ci vede sempre in coda alle economie avanzate, anche nell’anno terribile appena finito il saldo commerciale italiano ha mostrato un surplus (almeno nel periodo gennaio-ottobre) di quasi il 3% del Pil, determinando un attivo della bilancia corrente di poco inferiore. Si tratta dell’effetto netto di una buona tenuta delle esportazioni e di un contenimento delle importazioni, un risultato non occasionale che conferma una tendenza ormai costante da molti anni. Questo significa che da tempo l’Italia non vive al di sopra dei propri mezzi. Il surplus della parte corrente della bilancia dei pagamenti misura il fatto che abbiamo un eccesso di risparmio rispetto agli investimenti e che quindi produciamo più di quanto utilizziamo all’interno, come beni di consumo o di investimento.

Siamo quindi virtuosi? Non proprio, perché se ogni anno il risparmio in Italia supera di circa 50 miliardi il volume degli investimenti significa che abbiamo risorse per gli investimenti ma che non siamo in grado di utilizzarle a questo fine, sia come settore privato, evidentemente per insufficiente rendimento atteso, sia come settore pubblico, per incapacità di progettarli e realizzarli. Così la nostra capacità produttiva non si espande e lo stock di capitale pubblico e privato si deteriora. Naturalmente non è da condannare il risparmio, ma l’incapacità di utilizzarlo in modo fruttuoso. L’eccesso di risparmio rende debole anche la tesi secondo la quale il suo assorbimento da parte del settore pubblico sarebbe la vera causa dello spiazzamento degli investimenti privati.

Anche perché è difficile dire che il vizio italiano sia la finanza pubblica allegra, almeno non lo è stato negli ultimi decenni. Nel 2019, il deficit pubblico italiano è stato circa la metà di quello francese e spagnolo. Nell’anno in corso ci siamo riallineati sui livelli più elevati, ma si tratta di un anno anomalo, sia per la necessità di fronteggiare l’emergenza sia, forse, perché si è finito per perdere la percezione di cosa sia l’indebitamento. Per gli anni prossimi si tratta di stime con ancora troppi margini di incertezza. Ma se guardiamo al saldo primario, cioè al deficit al netto degli interessi sul debito, abbiamo, fino a prima della pandemia, una delle finanze più austere d’Europa. Al netto degli interessi sul debito, lo Stato italiano ha speso meno di quanto incassava da moltissimi anni. Quindi la questione è il debito, che cresce in rapporto al Pil perché è troppo bassa la crescita per pagare gli interessi sul debito senza accrescerlo.

La pandemia ci ha portato lutti, crisi economica, fallimenti e disoccupazione nei molti settori colpiti. E ci porta ancora molto più debito. Ma i fondamentali rimangono, nel bene e nel male. Dopo la crisi partiremo da un debito più alto, ma soprattutto, ci troveremo forse di fronte allo stesso problema. Al fatto che abbiamo un risparmio superiore agli investimenti, per una cifra che già oggi supera le risorse che annualmente ci saranno date dall’Europa per finanziare investimenti e, di conseguenza, una crescita troppo bassa per sostenerlo. Grazie alla Bce il debito ci costa sempre meno. E poiché l’Italia è importante per l’economia complessiva europea, abbiamo anche gli aiuti del Next Generation Eu, che sono diretti ad aiutare la crescita del Pil italiano, anche per evitare guai finanziari che si sa dove iniziano ma non dove finiscono, per evitare cioè una crisi europea sistemica. Ma l’aiuto sta nelle riforme che ci vengono chieste, più che nelle risorse finanziarie offerte. Perché è lì il nostro problema, un problema descritto appunto dal nostro surplus commerciale, da un risparmio che non trova la strada per gli investimenti. E non la troverà fino a quando esisterà in Italia, in assenza di una riforma della giustizia, il rischio legale denunciato da tutti gli investitori; fino a quando non si affronterà una riforma fiscale; fino a quando la Pubblica amministrazione verrà regolata e organizzata non in base alla fisiologia necessaria, cioè a un funzionamento finalizzato agli obiettivi, ma in base alla paura di una sua possibile patologia, cioè al pericolo di corruzione.

Se guardiamo ai nostri fondamentali, capiamo quindi quello che ci serve. Un governo non strutturalmente contrario a riforme che rivitalizzino il mercato e che consentano di spendere bene le risorse pubbliche, quelle che abbiamo e quelle che otterremo. La garanzia deve venire dai nomi di coloro che saranno chiamati a stendere il Recovery Plan e a proporlo autorevolmente alla discussione di tutte le forze politiche. Serve anche una forte spending review che sposti risorse pubbliche verso gli usi più importanti guardando al complesso del bilancio pubblico. Rivedendo anche quella parte di bilancio che nell’ultimo anno è stata alimentata, un poco confusamente, con debito addizionale. Serve anche continuare a operare sullo stock del debito per accelerare la riduzione del suo costo medio e avvicinarlo al tasso di crescita del Pil in modo da rafforzarne la sostenibilità. Un’azione molto tecnica, ma dalle forti implicazioni politiche.

Fino a oggi non abbiamo visto nulla, neppure la consapevolezza. Forse la crisi di governo non nasce per caso.

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