25 novembre

Il reddito di libertà contro la violenza economica

Il provvedimento ha l'obiettivo di contribuire a sostenere l'autonomia di chi è seguita dai centri antiviolenza con un contributo di 400 euro mensili

di Greta Ubbiali

4' di lettura

È tra le forme di violenza sulle donne più subdole da stanare eppure tra le più diffuse. Svuota le tasche delle vittime, le lascia spesso senza occupazione e diminuisce le loro chance di allontanarsi da un rapporto di sopruso. È la violenza economica, un tipo di abuso che implica rendere la vittima finanziariamente dipendente controllando le sue risorse finanziarie, non coinvolgendola nelle scelte di spesa o investimento, negando l’accesso al denaro o la partecipazione al mondo del lavoro, di fatto limitandone la libertà. “Non è un caso che la Convenzione di Istanbul nel novero della violenza sulle donne abbia espressamente fatto riferimento a quella economica, oltre che agli abusi fisici e psicologici. Non è un caso perché la dipendenza economica è l'architrave del dominio maschile”, ha commentato la sottosegretaria al Mef Maria Cecilia Guerra (Leu).

I numeri del fenomeno

Secondo il rapporto annuale di D.i.Re – Donne in rete, l'associazione che raccoglie oltre 80 centri antiviolenza in tutta Italia, una donna su tre che vi si rivolge è a reddito zero (32,9%) e meno del 40% può contare su un reddito sicuro. Eppure in caso di violenza domestica l'indipendenza economica è fondamentale: molte donne non interrompono relazioni prevaricanti poiché non dispongono di sufficiente autonomia economica per provvedere a sé stesse e ai propri figli e così la loro vulnerabilità si prolunga nel tempo.

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Se la forma più frequente di abusi subìta è di tipo psicologico (77,3%), almeno 1 donna su 3 (33,4%) subisce violenza economica. Inoltre le violenze fisiche o sessuali spesso si accompagnano a quelle psicologiche o di carattere economico, emerge sempre dai dati di D.i.Re. Il numero di vittime di violenza economica potrebbe però anche essere più alto: il fenomeno non è ben conosciuto e le donne spesso si rivolgono a un centro antiviolenza solo quando la forma di violenza che subiscono si fa più eclatante.

L'identikit delle vittime

Lo sportello Mia Economia di Fondazione Pangea ha stilato un identikit delle vittime di violenza economica. Gli abusi si verificano a tutti i livelli socio-economici, sono vissuti da donne di ogni classe e livello di reddito e riguardano principalmente la fascia d'età tra i 40 e i 60 anni. Lo sportello, da ottobre 2018 a settembre 2020, ha preso in carico 94 donne. 6 erano autonome nei redditi mentre 88 erano totalmente dipendenti economicamente dal partner violento. Tutte subivano forme di violenza multiple in ambito domestico.

Esistono molti tipi di violenza economica. Tattiche come impedire alla moglie o compagna di lavorare fuori casa o disturbarla sul posto di lavoro, dominare l’economia familiare prendendo decisioni unilaterali; richiedere una giustificazione per ogni spesa e limitare l’accesso alle informazioni finanziarie di famiglia, sono tutte strategie abusanti utilizzate dagli uomini per mantenere il controllo economico e affermare il proprio dominio nell’ambiente domestico, mettendo le donne in posizioni secondarie. In seguito alla rottura di una relazione, l’abuso economico è perpetrato manipolando i diritti di mantenimento dei figli.

Donne e denari

In Italia c’è una reticenza, soprattutto femminile, ad affrontare il tema del denaro e il pregiudizio che vuole le donne spendaccione e convinte che l'economia sia “roba da uomini” di certo non aiuta. «Le donne vengono cresciute con l’idea che parlare di soldi sia volgare e questo ha implicazioni sulla loro vita di tutti i giorni. Una narrazione che allontana le donne dalla gestione del denaro mira a tenerle in una posizione di subalternità», commenta Azzurra Rinaldi, economista e responsabile della School of Gender Economics di Unitelma Sapienza.

Secondo una ricerca condotta da Episteme, tre donne su dieci non hanno un conto corrente personale ma dipendono da quello del marito o compagno. La percentuale aumenta se ci si sposta al Sud e nelle isole e tra coloro che hanno un basso livello di istruzione. «Questi dati sono in linea con il fenomeno della disoccupazione femminile. Visto che la metà delle donne circa non lavora, senza uno stipendio, cosa potrebbero mettere su un conto corrente?» si chiede Rinaldi.

Le misure di contrasto

Il presidente del Consiglio Mario Draghi, alla vigilia della Giornata mondiale contro la violenza alle donne, ha definito la loro tutela come una «priorità assoluta» per il governo. Questo si tradurrà in nuove risorse per aiutare coloro che «subiscono abusi domestici, per accompagnarle nel percorso di uscita dalla violenza, per favorire l’indipendenza economica», per usare le parole del premier.

Tra le misure a cui fa riferimento Draghi c'è il reddito di libertà, per cui è prevista una dotazione di 3 milioni di euro. Il provvedimento ha l'obiettivo di contribuire a sostenere l'autonomia di chi è seguita dai centri antiviolenza e prevede un contributo economico di 400 euro mensili per 12 mesi. Il sussidio non viene tassato ed è compatibile con altri strumenti di sostegno al reddito, come ad esempio il reddito di cittadinanza.

Da quest'anno nella legge di bilancio è previsto un investimento, che diventa strutturale, da 30 milioni di euro all'anno per i centri antiviolenza, cui si aggiungono ulteriori 5 milioni per l'attuazione del Piano e altrettanti per l'attuazione del Piano strategico parità. «Tutti gli interventi che fanno leva sulla possibilità delle donne di svincolarsi dalla dipendenza economica - ha detto la sottosegretaria Guerra - vanno salutati con favore e sostenuti sempre: dall'educazione finanziaria, agli incentivi per l'imprenditoria femminile, a un mercato del lavoro che non ostacoli la maternità, passando per la lotta agli stereotipi, la grande malattia del linguaggio e del pensiero».

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