Societa

Il reddito del M5S merita più (micro) credito

di Mario La Torre


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(ANSA)

2' di lettura

Le norme di attuazione del reddito di cittadinanza (Rdc) denotano una volontà politica di rendere lo strumento funzionale a politiche di job creation.

In questo scenario, suona strano che il legislatore non stia considerando alcune soluzioni che ben si sposerebbero con la filosofia del governo. Si presenta, ad esempio, su un piatto d’argento, l’occasione di collegare il reddito di cittadinanza al microcredito, potente strumento di job creation rispetto al quale l’Italia vanta un quadro normativo tra i più avanzati in Europa.

Il microcredito è un prestito di piccolo importo - fino a un massimo di 35mila euro - che viene erogato a persone in difficoltà, a tassi ridotti e senza richieste di garanzie reali. I beneficiari del prestito sono, per legge, accompagnati da un tutor che li sostiene nel percorso di costituzione di una attività microimprenditorale. Secondo i dati dell’Ente nazionale per il microcredito, ogni microcredito genera, in media, 2,43 posti di lavoro. Applicando questo moltiplicatore anche solo a un terzo dei 900mila beneficiari del reddito di cittadinanza che, secondo le stime Istat, dovranno sottoscrivere un patto per il lavoro, si potrebbero generare più di 700mila posti di lavoro.

Al di là delle proiezioni, è evidente che canalizzare parte dei beneficiari del reddito di cittadinanza verso il microcredito, non solo assicurerebbe incisività all’impatto sociale, ma soprattutto, consentirebbe di orientare il reddito di cittadinanza verso politiche di job creation proattive, già sperimentate e basate su network di istituzioni e di persone “addestrate al mestiere”.

In tale ottica, il canale aperto per l’assunzione dei 6mila navigator potrebbe essere utilizzato, in quota parte, per incrementare la rete dei tutor del microcredito. Un fil rouge tra reddito di cittadinanza e microcredito avrebbe anche il vantaggio di alleggerire i compiti assegnati ai Centri per l’impiego, che potrebbero, così, concentrarsi su quei beneficiari che non esprimono potenzialità microimprenditoriali.

Il reddito di cittadinanza trarrebbe nuovo e ulteriore slancio anche strizzando un occhio alle nuove politiche di welfare targate “impact finance”. Il 17 gennaio scorso l’Ocse ha pubblicato il suo 2° Rapporto sulla finanza d’impatto all’interno del quale si sollecitano i governi a cogliere le opportunità offerte dai meccanismi di sostegno della spesa pubblica secondo schemi tipici dell’impact investing. In un’ottica di reddito di cittadinanza, l’impact finance sarebbe utile sia per sostenere la misura con coperture non penalizzanti rispetto ai vincoli del fiscal compact, sia in un’ottica di coinvolgimento delle imprese del terzo settore, che a fianco dei navigator under construction potrebbero, sin da subito, svolgere quel ruolo di collante sul territorio tra beneficiari e Centri per l’impiego.

Il legislatore ha sempre una seconda occasione che, però, non può essere sciupata. Il rischio più alto che corriamo non sarà tanto la recessione economica, ma piuttosto una strisciante e rapida mutazione che vede l’attuale modello di “società dello spettacolo” disegnato da Guy Debord - basato su un’induzione mediatica dei bisogni - migrare verso un modello di “società al di là del principio del piacere”, in cui cittadini sovvenzionati nelle spese di base “etero-confezionate” annulleranno i propri bisogni, sacrificando il piacere sull’altare di un “vivacchiare” senza passioni.

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