Interventi

Il regionalismo alla prova dell'emergenza: un ragionamento a emotività invariata

di *Paolo Colasante e **Andrea Filippetti

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3' di lettura

La diffusione dell'epidemia da Covid-19 costituisce la prima messa alla prova del regionalismo figlio della stagione di riforme del 1999-2001 e le misure di distanziamento sociale non hanno evitato un assembramento ideologico di voci divergenti sul tema, sia di critica sia di elogio del sistema regionalista.

Tutto prende le mosse dalle competenze regionali in materia di sanità, che dovrebbero perciò misurare la reazione del sistema Italia all'emergenza in corso. Anche fra i commentatori maggiormente avveduti la vulgata più diffusa è infatti che, se le Regioni devono occuparsi della salute dei cittadini, il contagio, i conseguenti decessi e, più in generale, i disfunzionamenti del sistema sanitario sono da attribuire alle Regioni stesse. Insomma: piove, Regioni ladre! Da ciò deriva la richiesta di (ri-) centralizzazione allo Stato delle competenze in materia di sanità. Nel suo semplicismo questa affermazione offre come capro espiatorio il sistema regionale.

Infatti, le Regioni non sono “sovrane” nel gestire la sanità pubblica. Questa loro competenza non è “esclusiva”, bensì “concorrente”, ossia le Regioni devono sottostare al rispetto dei principi fondamentali dettati dallo Stato.

Non solo. La materia della tutela della salute è incisa in modo rilevante da una competenza esclusiva del legislatore statale: la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti sociali. È lo Stato che decide il numero minimo di posti letto in terapia intensiva che le Regioni devono sviluppare e – è bene ricordarlo – stabilisce annualmente l'ammontare di finanziamento da devolvere alle Regioni per la sanità (Sole24Ore, 5 aprile).
Se le Regioni sono soggette a queste direttive statali, sorge spontaneo chiedersi quale sia stato l'intervento precluso al Governo nazionale per risolvere l'emergenza epidemiologica: quale ostacolo ha posto l'esistenza delle Regioni? E la risposta onesta di chi si occupa dello studio dei livelli istituzionali e delle decisioni della Corte costituzionale in materia dovrebbe essere: nessuno!

Per giunta, se il Governo avesse avvertito preclusioni in ragione dell'esistenza delle Regioni, avrebbe potuto attivare lo strumento del potere sostitutivo, già previsto in Costituzione (art. 120), che tutto gli consente quando vi è “pericolo grave per l'incolumità e la sicurezza pubblica”.

Diverse considerazioni riguardano un'altra declinazione della salute pubblica, e cioè quel valore supremo in grado di determinare la compressione dei diritti di libertà, quando ciò sia necessario.
Qui si è verificato il vero scontro fra Stato e Regioni: sulle misure per la limitazione dei diritti di libertà personale, di libertà di circolazione, di libertà di iniziativa economica, di libertà religiosa, e di esercizio del diritto di difesa, etc., con una confusa sovrapposizione di atti statali, regionali e locali che ha messo in difficoltà i cittadini nel comprendere quali fossero i comportamenti consentiti e quelli vietati.
Tuttavia, la Costituzione già fornisce al Governo gli strumenti per decidere in via esclusiva e definitiva tutte le limitazioni delle libertà necessarie a combattere l'epidemia e va da sé che il coordinamento tra livelli di governo avrebbe dovuto giocare un ruolo cruciale, ma ciò non avrebbe privato un Governo (politicamente) forte e responsabile della facoltà di essere il vero decisore nella gestione dell'emergenza: un Governo e un Parlamento che avrebbero dovuto prima ascoltare i territori e poi svolgere il proprio ruolo unificante e di coordinamento.

La pandemia in corso ha la caratteristica di avere portata nazionale ma di essere al contempo estremamente differenziata a livello territoriale. È pertanto un tipico fenomeno dove il decentramento può, teoricamente, risultare efficace, laddove il governo centrale stabilisse gli interventi generali e il sistema regionale adattasse tali interventi alle specifiche esigenze del territorio, attraverso un coordinamento tra livelli di governo.
La crisi attuale rappresenta, pertanto, una chance non per una rottamazione, ma per un tagliando al regionalismo. Ma solo quando l'epidemia sarà superata e l'emotività scemata.

*Paolo Colasante e ** Andrea Filippetti, CNR - Istituto di Studi sui Sistemi Regionali, Federali e sulle Autonomie (ISSiRFA)

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