la crisi dei migranti

Il regolamento di Dublino, cos’è e perché la riforma non piace a Salvini

di Alberto Magnani


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4' di lettura

È uno dei chiodi fissi di Matteo Salvini, almeno a parole: dire no alla «riforma del regolamento di Dublino», il sistema europeo che disciplina l’assegnazione dei richiedenti asilo ai paesi membri della Ue . Salvini sarà impegnato domani con la fiducia al governo Conte e non parteciperà alla riunione del Consiglio affari interni dell'Ue a Lussemburgo, l’appuntamento dove i ministri della giustizia e degli affari interni discuteranno - forse in maniera definitiva - i dettagli della riforma. Ma facciamo un passo indietro. Perché il leader leghista, in sintonia con Luigi Di Maio, ha attaccato così di frequente «l’Europa di Dublino»?

Partiamo dalle basi. Cos’è il regolamento di Dublino?
I regolamenti sono atti giuridici dell’Unione europea con portata generale (valgono per tutti), applicazione diretta (non hanno bisogno di essere recepiti) e obbligatorietà in tutti i propri elementi. L’attuale regolamento di Dublino (604/2013) è il regolamento Ue che «stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l'esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide». In altre parole, la legge che definisce quale paese debba prendere in carico la protezione di un richiedente asilo. Il testo, noto anche come Dublino III, ha sostituito il precedente regolamento (343/2003), a sua volta erede della Convenzione di Dublino, un trattato internazionale siglato nel 1990 ed entrato in vigore nel 1997.

Perché lo si vuole riformare?
Le riforme del vecchio regolamento si sono rese necessarie con l’aumento massiccio dei flussi migratori degli ultimi anni, capaci di creare più di uno squilibrio all’Europa di Schengen e al sistema di asilo disegnato dalla vecchia convenzione di Dublino. Al centro delle controversie ci sono i passaggi del regolamento che impongono di inoltrare la richiesta di asilo nel paese di prima accoglienza: un principio che scarica il peso dei flussi sulle spalle dei paesi esposti alle rotte del Mediterraneo, come la stessa Italia e la Grecia. Non a caso, due tra i paesi che hanno registrato l’espansione maggiore di forze della destra populista e di un pesante clima di xenofobia, con buona pace del calo degli sbarchi (vedi i paragrafi successivi). «Il difetto di origine del regolamento di Dublino - spiega Giuseppe Nesi, preside della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento - è quello di addossare allo Stato di prima accoglienza tutti gli oneri che riguardano i migranti. Cosa che va a svantaggio di paesi come Grecia e Italia».

Da qui, prosegue Nesi, l’urgenza di una riforma che consentisse di «rinnovare l’esistente, per far sì che la gestione dei richiedenti asilo avvenisse su scala europea». La proposta iniziale della riforma, risalente al 2016, sembra andare in questa direzione, fissando un meccanismo automatico di ripartizione a favore dei paesi più esposti. I principi di fondo sono quelli della «condivisione equa» di responsabilità (quanti richiedenti asilo vanno accolti, paese per paese) e solidarietà (l’aiuto da fornire ai paesi più esposti e le sanzioni da infliggere a chi si defila). Secondo il primo testo elaborato dalla Commissione, la quota di richiedenti asilo accettabili da un singolo paese deve essere proporzionata a un doppio criterio (Pil e popolazione, con incidenza del 50% ciascuno). Se un paese supera del 150% la sua “capienza”, ogni nuova richiesta deve essere reindirizzata in automatico ad altri paesi. Se questi ultimi rifiutano, scatta una penale di 250mila euro per ogni richiedente asilo che viene respinto.

Ma allora... Non dovrebbe essere favorevole all’Italia?
Dovrebbe, appunto. Gli atti giuridici dell’Unione europa sono sempre il frutto di un lungo lavoro di negoziazione tra i paesi membri. I regolamenti, nel dettaglio, devono passare in genere per il via libera di Parlamento e del Consiglio della Ue. L’Eurocamera ha già dato il suo ok, ma ora la battaglia è passata nelle mani del Consiglio. A marzo la Bulgaria, presidente di turno del consiglio Ue, ha tentato di accelerare l’adozione del regolamento proponendo un testo di compromesso che rinforza la responsabilità e riduce la solidarietà. Tradotto nel caso dell’Italia, significa che un paese come il nostro deve garantire di più servizi e ottenere, nel frattempo, meno sostegno dal resto del Vecchio Continente. Il meccanismo di ridistribuzione scatterebbe su base volontaria solo quando un certo paese si “sovraccarica” del 160% rispetto all’anno precedente, diventando obbligatorio solo quando si arriva al 180%.

Ma c’è dell’altro. La proposta bulgara diminuisce la penale per il rifiuto di un richiedente da 250mila a 30mila euro, oltre a introdurre il principio di «responsabilità stabile»: quando un migrante entra in un certo paese, lo Stato in questione deve garantirne la presa a carica per 10 anni. I cinque paesi che si ritengono più penalizzati (Cipro, Grecia, Italia, Malta, Spagna) hanno pubblicato a fine aprile un paper dove si elencano 13 proposte per riequilibrare la proposta bulgara, chiedendo di accorciare il periodo di responsabilità da 10 a due anni ed evidenziando le vulnerabilità di un procedimento rigido in tempi di picchi migratori.

E Salvini cosa vuol fare?
Non è chiaro. È probabile, sottolinea ancora Nesi, che quello del neoministro dell’Interno sia più che altro un «discorso politico» per ribadire la contrarietà italiana al sistema di asilo che uscirebbe da Dublino IV. Più difficile ridiscutere in toto le politiche migratorie dell’Unione europea o «rinegoziare i trattati», come ha già dichiarato di voler fare in diverse occasioni. La Lega ha costruito parte del suo consenso elettorale sulla percezione di insicurezza derivante dalle «invasione» di migranti, anche se i primi mesi del 2018 mostrano segnali in direzione opposta. I migranti sbarcati in Italia nei primi sei mesi del 2018 , secondo dati del ministero dell’Interno, sono 13.430: -77,2% rispetto al 2017 e -71,4% sul 2016.

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