tensione sui mercati

Il rendimento dei BTp non indica il rischio attuale dell’Italia

di Marcello Frisone

Giù la borsa e spread in rialzo: la reazione al deficit al 2,4%

3' di lettura

Se dal punto di vista del termometro del rischio (per eccellenza il rendimento), l’Italia si avvicina oggi alle calde “temperature” greche, dal punto di vista dei principali fondamentali economici attuali siamo per fortuna ben lontani dalla situazione ellenica (e per molti versi più vicini a quella portoghese e spagnola). Insomma, in questa fase così convulsa proviamo ad analizzare la situazione da un’angolazione diversa: non considerando dichiarazioni e comunicazioni fatte a vario titolo e confrontandoci invece sui fondamentali economici rilevanti per determinare la solidità finanziaria di un emittente sovrano (rapporto debito/Pil, rapporto deficit/Pil, crescita economica e saldo di bilancia dei pagamenti).

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I rendimenti dei bond sovrani
Partiamo dal rendimento dei titoli di Stato di Grecia, Italia, Portogallo e Spagna. Se prendiamo in considerazione la scadenza quinquennale, anche dopo i forti recuperi delle ultime sedute, i valori danno la Grecia al 3,40%, l’Italia al 2,42%, il Portogallo allo 0,73% e la Spagna allo 0,54 per cento. Visto che maggiore è il rendimento, maggiore è il rischio associato all’emittente, ne consegue che l’Italia è percepita, in termini di rischio, assai più simile alla Grecia che al Portogallo.

Rapporto debito/Pil
L’indicatore forse più rilevante (in quanto segnala la sostenibilità del debito nel medio-lungo termine) accerta che il rapporto debito/Pil della Grecia era a fine 2017 al 178,60%, quello dell’Italia al 131,80%, Portogallo al 125,70% e Spagna al 98,30%. L’Italia è quindi su questo fondamentale nettamente migliore della Grecia e leggermente peggiore del Portogallo.

Deficit di bilancio
Per quanto riguarda la differenza tra entrate (gettito fiscale) e le uscite (spesa pubblica e interessi) rapportata al Pil (Prodotto interno lordo), i valori danno la Spagna a -2,7%, l’Italia a -2,3%, il Portogallo a -1,3% e la Grecia a +1,1 per cento. Su questo fondamentale, quindi, l’Italia presenta dati simili a quelli della Spagna, leggermente peggiori del Portogallo e assai peggiori della Grecia (che però deve recuperare gli eccessi del passato). Le differenze con il Portogallo, in realtà, non sembrano abissali, tanto più se si considerano i deficit accumulati negli ultimi 10 anni: Italia -31,6% e Portogallo -56,7 per cento.

Crescita e saldo partite correnti
Sulla crescita economica l’Italia è da sempre il fanalino di coda con un dato stimato per il 2018 del +1,2% rispetto al +1,80% di Grecia, +2,30% di Portogallo e +2,50% di Spagna. Situazione invertita, invece, se si prende in considerazione il saldo delle partite correnti (cioè i flussi in entrata di denaro rispetto a quelli in uscita). Grazie a esportazioni in crescita da ormai molti anni, il saldo del nostro Paese è positivo per il 2,80% rispetto al Pil, a fronte del +1,90% di Spagna, +0,50% di Portogallo e -0,80% di Grecia.

Considerazioni
La situazione dell’Italia, quindi, presenta poche luci (il saldo delle partite correnti) e diverse ombre (su tutte il livello di debito e la bassa crescita economica). Nel confronto con gli altri tre Paesi mediterranei, però, non sembrano essere rispettate le proporzioni tra i dati e i diversi livelli di rendimento. «Gli attuali livelli di rendimento di BoT, BTp e CcT soprattutto rispetto ai vicini portoghesi e greci - sottolinea Jacopo Ceccatelli, ad di Marzotto Sim -, ci sembrano compatibili soltanto con uno scenario di ulteriore forte deterioramento dei conti pubblici, ben oltre il livello di deficit del 2,40% dichiarato dal Governo. Se in effetti così dovesse accadere, il rischio di avvitamento, come accadde in Italia nel 2011 o in Grecia nel 2015, sarà purtroppo molto concreto. Se invece - continua Ceccatelli - il Governo dovesse mantenere gli impegni di spesa entro i limiti dichiarati e riuscire (anche attraverso le nuove risorse della Finanziaria 2019) a dare impulso alla crescita economica, sarebbe plausibile che, passato il periodo di “impatto emotivo”, i livelli di rendimento dei titoli di Stato italiani possano prima assestarsi e poi iniziare una marcia di avvicinamento a quelli (assai più bassi) portoghesi».

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