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Il Riarmo tedesco è necessario ma ostacola la Ue

Lunedì e martedì scorsi si è tenuta una riunione del Consiglio europeo, dei capi di governo dell’Unione europea (Ue), per prendere decisioni sulla guerra russa

di Sergio Fabbrini

(Alexey Novikov - stock.adobe.com)

4' di lettura

Lunedì e martedì scorsi si è tenuta una riunione del Consiglio europeo, dei capi di governo dell’Unione europea (Ue), per prendere decisioni sulla guerra russa. Le decisioni prese sono state importanti, ma altrettanto importante è come si è giunti ad esse. L’Ue sta registrando l’esistenza di divisioni sub-regionali al proprio interno, senza disporre degli strumenti per ricomporle. Vediamo.

Il Consiglio europeo ha finalmente trovato un accordo su un sesto pacchetto di sanzioni da imporre alla Russia. Tale pacchetto estende la lista delle «entità ed individui della Russia (banche, esponenti religiosi e militari, agenzie informative) da sanzionare», ma soprattutto «proibisce l'importazione di petrolio dalla Russia con l'eccezione di quello che giunge attraverso oleodotti», così da bloccarne i 2/3. Sono state necessarie ben quattro settimane per giungere all’accordo, non solamente per la guerriglia condotta dal governo ungherese di Viktor Orban, sempre più un “outlier” all’interno dell’Ue.

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La lunga negoziazione è stata infatti dovuta alle divergenze strutturali tra gruppi di Paesi, relativamente alla interpretazione della aggressione russa e alle conseguenze domestiche dell’embargo. Gruppi di Paesi che assomigliano a veri e propri blocchi sub-regionali. Come era emerso durante la negoziazione che condusse a Next Generation EU (NG-EU), anche in questo caso sono emersi tre blocchi sub-regionali. Il blocco dei Paesi dell’Europa dell’Est (guidato dalla Polonia), il più determinato nell’aiuto all’Ucraina e nella risposta militare all’aggressione russa; il blocco dei Paesi dell’Europa del Nord (questa volta guidato dai Paesi baltici), la cui percezione della minaccia russa è così alta da aver condotto al referendum danese del 1 giugno, che ha riportato il Paese all’interno della politica estera e di sicurezza comune, oltre che alla decisione di Svezia e Finlandia di fare domanda per entrare nella Nato; il blocco centrale dei Paesi dell’Eurozona (costituito dal quadrilatero di Germania, Francia, Italia e Spagna), portatore di un approccio meno “avversariale” nei confronti della Russia, anche perché preoccupato delle conseguenze domestiche delle sanzioni adottate. I rapporti tra blocchi sub-regionali cambiano in relazione alla natura delle crisi, ma la loro composizione è abbastanza invariante. La guerra russa, ad esempio, ha avvicinato il gruppo dell’Europa dell’Est a quello dei Paesi del Nord, mentre la crisi pandemica aveva invece accentuato la distanza tra di essi relativamente alla condizionalità per ottenere i fondi di NG-EU. Poiché la risposta alla crisi pandemica oltre che alla guerra russa dipende esclusivamente dal Consiglio europeo, quest’ultimo ha finito per irrigidire le divisioni tra i blocchi sub-regionali. Di qui, la lunga negoziazione per giungere a un risultato condiviso, “anche se fuori il tempo non aspetta”.

La politica di sicurezza e difesa è un buon stress test per capire le difficoltà di un processo decisionale verticalizzato nel Consiglio europeo. Il 18 maggio scorso, la Commissione europea ha reso pubblica una Comunicazione su “Defence Investment Gaps Analysis and Way Forward”, preparata per essere discussa nel Consiglio europeo del 30-31 maggio scorsi. Il documento propone di adottare un approccio europeo e non nazionale alla costruzione di un’industria della difesa, tenendo presente che gli stati membri dell’Ue si sono impegnati (cumulativamente) ad aumentare le spese per la difesa per più di 200 miliardi di euro (100 miliardi da parte della sola Germania). Il documento richiama l’attenzione sulla necessità di evitare frammentazioni e duplicazioni nell’uso di quei fondi, come era avvenuto in passato. Basti pensare che l’Ue ha 55 tipi diversi di aereo da trasporto militare (mentre l’America ne ha 23, la Cina 12, la Russia 14); oppure ha 12 tipi diversi di carri da combattimento (mentre l’America ne ha uno, la Cina 6, la Russia 3); oppure ha 44 tipi diversi di elicotteri militari (mentre l’America ne ha 12, la Cina 20, la Russia 13). Non c’è solo un problema di inefficienza e diseconomia nella spesa militare nazionale, c’è anche (e soprattutto) un problema di asimmetria. Se la difesa europea dipende dal coordinamento delle difese nazionali, il massiccio riarmo della Germania, seppure necessario, è destinato ad ostacolare, e non a rafforzare, la difesa comune. Come è avvenuto sul piano economico durante la crisi finanziaria, una Germania militarmente forte, nel caso di una crisi, è spinta a declinare la politica europea della difesa in funzione dei propri interessi geopolitici e geoeconomici. Un esito inaccettabile per il blocco dei Paesi dell’Est, la cui visione su come garantire la sicurezza non coincide affatto, come stiamo vedendo, con quella tedesca (e dei Paesi centrali dell’Eurozona come il nostro). La militarizzazione separata rischia di essere messa al servizio di interessi geopolitici e geoeconomici divergenti. Naturalmente, c’è la Nato per ricomporli, ma ciò avverrà (se avverrà) sulla base di priorità strategiche non-europee. Può stupire che il Consiglio europeo abbia deciso di rinviare la discussione sul documento della Commissione?

Insomma, la riunione del Consiglio europeo ha raggiunto conclusioni importanti. Il processo per raggiungerle ha però mostrato la progressiva sub-regionalizzazione dell’Ue. In particolare, nella politica della difesa, la logica intergovernativa genera divisioni tra gruppi di Paesi che non è in grado di ricomporre. Quando in gioco c’è la sicurezza, non è consigliabile andare avanti a testa bassa.

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