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Il ricamo come atto politico: dalle Suffragette al craftivism, l’impegno passa da ago e filo

Da attività chiusa fra le mura domestiche a forma di protesta e impegno che corre su social e piattaforme digitali: il ricamare non è mai stato così sovversivo

di Chiara Beghelli

Un ricamo anti-Trump di Tiny Pricks Project (via Instagram)

4' di lettura

C’era una volta il quadretto che con fili di rassicuranti colori e cornici di fiori e farfalle accoglieva gli ospiti recitando “casa dolce casa”. Un messaggio che non può essere più lontano dalla sovversione. Eppure, fra gli intrecci e i disegni dei ricami si celano storie di ribellione, contrasto, opposizione, lotta politica. La prima ad aver rivelato questa anima alternativa del ricamo è stata Rozsika Parker, che nel 1984 ha pubblicato “The Subversive Stitch: embroidery and the making of the feminine”, pagine che esploravano come il ricamo fosse declinato da alta forma d’arte nel Medioevo, praticata parimenti da uomini e donne, a unica attività artistica concessa alle donne, a partire al 19esimo secolo, con respiro meramente domestico e funzionale. Eppure, proprio per questo, con il ricamo si potevano esprimere idee, identità, preferenze.

Il Victoria and Albert Museum di Londra ne custodisce un interessante esempio nella sua ricchissima sezione dedicata al ricamo: si tratta di un “sampler” - una tela di esercizio che tutte le signorine e signore d’epoca vittoriana possedevano - creato verso il 1830 da Elizabeth Parker, dove lei raccontò la sua storia: «Visto che non posso scriverlo, lo metto qui in modo semplice e libero come se parlassi con una persona di cui possono avere totale fiducia e che so potrà sostenere tutta la mia debolezza.. Sono nata nella contea del Sussex nel 1813...» e via continuando.

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Con gli stendardi delle Suffragette il ricamo cambia anima

Elizabeth non poteva immaginare che 80 anni più tardi proprio il ricamo sarebbe diventato un mezzo di comunicazione e impegno politico. Il movimento delle Suffragette si appropriò di uno dei simboli di marginalizzazione femminile nella società per esprimere il desiderio di esserne coinvolte: fra il 1908 e il 1913, in Inghilterra, la Lega delle Artiste Suffragette ricamò oltre 150 fra stendardi e striscioni di protesta per supportare il movimento, usati nelle manifestazioni.

Lo stendardo dedicato all’astronoma Caroline Herschel

La fondatrice della Lega era Mary Lowndes, e il suo libro di ricami, con motivi, campioni di tessuto e annotazioni, è oggi conservato nella Women's Library alla London School of Economics: sugli stendardi erano riportati i nomi delle leader del movimento, di protagoniste della scienza (come quello verde e oro dedicato a Elizabeth Blackwell, prima donna a laurearsi in medicina in Gran Bretagna e a esercitare negli Stati Uniti), dell’accademia, della letteratura, così come gli slogan “Votes for women” e “Justice not Favour”.

Natalie Portman agli Oscar 2020

Un’eco di tutto ciò riecheggia nella cappa di Dior che Natalie Portman ha indossato sul red carpet degli Oscar nel 2020, dove erano ricamati i nomi delle otto registe che secondo lei dovevano essere candidate al premio (l’abito, comunque, era ricamato di spighe d’oro, altro simbolo dell’empowerment femminile, dagli Ateliers Vermont, celebri per i loro ricami e rilevati da Dior nel 2012).

Nascita e crescita del “cratfivism”

I ricami delle Suffragette anticipavano quello che nel 2003 sarebbe stato codificato come “craftivism” dalla scrittrice Betsy Greer, cioè un attivismo politico fatto anche attraverso occupazioni di tipo domestico come il cucito, la maglieria e appunto il ricamo. Su piattaforme come Etsy, negli ultimi anni gli esempi di craftivism si sono moltiplicati esponenzialmente, soprattutto dopo il lockdown che ha generato una potente riscoperta di attività manuali, anche come via al benessere psichico: Rebel Embroidery Italy propone kit per ricami di ispirazione femminista, come The Feminist Stich o Hook Needle and Soul, solo per citare tre di centinaia di casi.

Ricami anti Trump anche sui centrini della nonna

Ma la dimensione del ricamo politico non resta un affare privato: “Tiny Pricks Project” era il nome del progetto dell’artista tessile Diana Weymar, che durante la campagna per le elezioni presidenziali statunitensi del 2020 ha pubblicato sul suo profilo Instagram i suoi lavori, le frasi più incredibili di Donald Trump (per esempio, “I am a very stable genius”) ricamate su fazzoletti di lino, cuscini o centrini della nonna.

Centrino ricamato di Badasscrossstitch

La stessa forma di protesta contro Trump era stata condivisa da Hannah Hill e Shannon Downey, artista molto nota e seguita su Instagram con il suo profilo @Badasscrossstitch, in cui propone i suoi lavori di ricamo di protesta politica. Lei, d’altra parte, si autodescrive così: «Sono queer, anti-razzista. femminista, anticapitalista, impegnata politicamente. La mia arte generalmente si staglia contro supremazia bianca, patriarcato e capitalismo». Era lei che nel 2017 divenne virale nei social con il suo ricamo “Boys Will Be Boys”, creato per il movimento #MeToo e indossato poi da celebrità varie come Emily Ratajkowski, Willow Smith e Zoë Kravitz. Sempre negli Stati Uniti, a Philadelphia, Stacey Lee Webber ricama da oltre dieci anni le banconote dei dollari e il suo più recente progetto si intitola “Insurrection Bills”, dove reti protettive, mattoni e fiamme davanti alla Casa Bianca, ma anche passamontagna cuciti sui volti dei presidenti, raccontano il dramma dell’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021.

Dollaro ricamato da Stacey Lee Webber

Progetti artistici e collettivi in tutto il mondo

Ricami che sono arte, come quelli dell’irlandese Ursula Burke, che nel 2017 ha presentato il suo lavoro “Embroidery Frieze (The Politicians)”, dove su pannelli ispirati a ricami d’epoca barocca erano rappresentati momenti di protesta contro politici, presi da tutto il mondo.

Ursula Burke

C’è poi l’interessante lavoro di ricerca di Rachel Dedman sulle implicazioni e significati politici dei ricami delle donne palestinesi pre e post 1948, l’anno della nascita dello stato di Israele, intitolato “At the Seams: A Political History of Palestinian Embroidery”, che è stata anche una mostra a Beirut, mentre Rufina Bazlova, artista bielorussa, racconta con i ricami in bianco e rosso, colori tipici del Paese, la resistenza alla repressione del governo. Fili che catturano e insieme liberano, come quelli dei ricami e delle opere tessili raccolte nella piattaforma Stitched Voices, che negli anni scorsi ha raccolto progetti di protesta tessile in Paesi e aree di conflitto come il Nord Irlanda, il Cile, il Messico, ma anche il Galles. Gli aghi hanno finalmente smesso di pungere solo le dita: il loro obiettivo oggi sono menti, cuori e coscienze.

Stitched Voices

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