il dopo-crisi

Il ricorso al Mes è facile, ma non offre garanzie di crescita sul lungo periodo

Quella guidata da Klaus Regling è di fatto una banca. Non opera per essere solidale e nel concedere un credito si attiene a norme precise

di Floriana Cerniglia e Francesco Saraceno

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(REUTERS)

Quella guidata da Klaus Regling è di fatto una banca. Non opera per essere solidale e nel concedere un credito si attiene a norme precise


3' di lettura

La crisi del Covid ci lascerà in eredità un aumento sostanzioso del debito pubblico. I Paesi europei hanno già impegnato ingenti risorse per far fronte alla crisi, coadiuvati dalla sospensione del Patto di Stabilità e dal nuovo programma di acquisto di titoli pubblici della Bce. Ci sono Paesi (tra cui il nostro) con livelli di debito talmente elevati da mettere in dubbio la possibilità di finanziarsi sul mercato. Molti propongono quindi il ricorso alle linee di credito del Mes (Meccanismo europeo di stabilità) istituito nel 2012, un veicolo finanziario a tutti gli effetti simile a una banca sovrana i cui azionisti sono gli Stati firmatari del trattato. Ma è veramente una strada percorribile? Noi pensiamo di no.

Andiamo con ordine. Il ricorso al Mes da un lato può aprire linee di credito a tassi preferenziali (quindi al riparo dello spread); dall’altro, è precondizione per accedere al programma Omt (Outright Monetary Transactions) introdotto in seguito al celebre «whatever it takes» di Draghi. Il programma Omt consente il ricorso a finanziamenti potenzialmente illimitati da parte della Bce, aggirando in maniera funambolesca il divieto di finanziamento dei debiti pubblici (artt. 123-125 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea, Tfue). Per raccordare il Mes (che è un trattato intergovernativo) con l’ordinamento dell’Unione si decise di inserire un comma all’art. 136 del Tfue secondo il quale: «La concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità» che passa per la sottoscrizione di un Memorandum of Understanding (MoU), in pratica un programma di rientro.

Lo statuto del Mes tace su cosa dovrebbe essere scritto nel MoU; per questo si è fatta strada la proposta di una condizionalità “leggera”. Secondo molti, tra cui lo stesso direttore esecutivo del Mes Klaus Regling, il MoU potrebbe contenere il semplice impegno a usare i fondi per combattere la crisi, e una generica adesione al programma di sorveglianza multilaterale dell’Ue (che i Paesi europei devono seguire in ogni caso).

Tutto bene quindi? Purtroppo, no. Gli economisti sono familiari con il concetto di incoerenza temporale, situazione in cui due parti impegnate in una relazione ripetuta vedono i loro incentivi cambiare nel tempo, e quindi si comportano in modo incoerente. L’esempio tipico è un governo che si impegna a essere disciplinato salvo poi, quando i mercati hanno incorporato l’informazione nei loro comportamenti, trovare conveniente lasciar aumentare il disavanzo. Questa è una delle giustificazioni per le regole di bilancio, che “legando le mani” ai governi li forzano a rispettare gli impegni.

L’incoerenza temporale aiuta a spiegare perché la condizionalità leggera, per quanto attraente, non è praticabile. Il Mes è di fatto una banca, e non opera per essere solidale. Nel concedere un credito si ingaggia in un rapporto con il debitore rigorosamente inquadrato dal Reg. 472/2013, parte del cosiddetto Two Pack, dove all’art. 7 co. 5 si dice che «La Commissione, d’intesa con la Bce e, se del caso, con l’Fmi, esamina insieme allo Stato membro interessato le eventuali modifiche e gli aggiornamenti da apportare al programma di aggiustamento macroeconomico […] Il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata su proposta della Commissione, decide in merito alle modifiche da apportare a tale programma».

Insomma, qualunque sia la condizionalità convenuta al momento del prestito, i creditori possono in ogni momento imporre condizioni più restrittive. E lo fanno avendo il coltello dalla parte del manico; basta riandare con la memoria agli estenuanti negoziati tra la trojka e la Grecia che si sono sempre conclusi con la capitolazione di quest’ultima. Si può prevedere che, non appena la tempesta sarà passata, il Mes (il cui Consiglio dei governatori è composto dai ministri dell’Economia dei Paesi membri) pretenderà dai debitori condizioni ben diverse, e si tornerà a parlare di piani di rientro, avanzi primari e così via.

Quindi, c’è ben poco di ideologico nel rifiuto dell’opzione Mes da parte di alcuni governi. Essi riconoscono l’incoerenza dinamica della relazione contrattuale in cui dovrebbero impegnarsi, e ne concludono che la condizionalità leggera non è credibile.

Ora, la condizionalità rigorosa, data la natura di questo shock, è impraticabile per ogni Paese (non solo quelli con la reputazione di poca disciplina) che non voglia vedere predeterminato il proprio destino per i prossimi decenni. Nella storia recente, il debito accumulato in circostanze eccezionali è stato stabilizzato e poi riassorbito con combinazioni di inflazione, crescita e repressione finanziaria, e mai “ripagato” con surplus che avrebbero dovuto essere ripetuti per decenni.

Insomma, invece di insistere sull’opzione del Mes, chi ha a cuore il futuro europeo dovrebbe concentrarsi su altre strategie, forse politicamente ardue, ma più compatibili con la coesione e la crescita di lungo periodo.

@florianacernig1
@fsaraceno

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