europa alle urne

Il riformismo è la risposta al malessere sociale

di Sergio Fabbrini


default onloading pic
Parlamento europeo in sessione a Strasburgo (Afp)

4' di lettura

È una esagerazione sostenere che le prossime elezioni del Parlamento europeo saranno “un referendum tra la vita e la morte” (come ha sostenuto qualche giorno fa Matteo Salvini). L’Unione europea (Ue) è un sistema complesso il cui potere decisionale è collocato in varie istituzioni, non solamente nel Parlamento europeo. Tuttavia, non è esagerato sostenere che quelle elezioni istituzionalizzeranno, all’interno dell’Ue, una logica politica diversa da quella del passato. Una logica che contrapporrà visioni diverse sul futuro dell’Europa. In realtà, esaminando i voti (roll-call) dei parlamentari europei nel periodo 2004-2019, due giovani ricercatori, Anatole Cheysson e Nicolò Fraccaroli, hanno mostrato come quella logica si sia già affermata (a partire dalla crisi del 2010).

Istituzionalizzandosi nel Parlamento europeo, essa quindi condizionerà la sequenza di scelte che definiranno il potere europeo. Dopo le elezioni si dovrà scegliere il presidente del Parlamento europeo. Poi, il 21-22 giugno, il Consiglio europeo dei capi di governo discuterà la candidatura da proporre a presidente della Commissione, candidatura che verrà messa ai voti del Parlamento europeo a metà luglio. Da metà luglio a metà settembre verranno proposti (dai governi nazionali) i (27) commissari (uno per stato membro), ognuno dei quali verrà quindi esaminato dal Parlamento europeo. A ottobre, quest’ultimo dovrà votare la nuova Commissione (27 commissari più il presidente). Il 17-18 ottobre, il Consiglio europeo dovrà scegliere chi sarà il suo nuovo presidente. Subito dopo dovrà indicare il nuovo presidente della Banca centrale europea. Dunque, a partire dalle elezioni europee, tra giugno e ottobre si dovrà scegliere chi presiederà il Parlamento europeo, la Commissione europea, il Consiglio europeo e la Banca centrale europea. In gioco non ci sarà la vita o la morte, ma scelte di non poco conto. Scelte che dipenderanno dai rapporti di forza tra sovranisti ed europeisti. Vediamo.

Cominciamo dai sovranisti. Ieri a Milano si sono riunite le forze politiche che si richiamano ad un’Europa delle nazioni, ognuna di essa “libera e sovrana”. Si tratta di forze politiche collocate sulla destra radicale, il cui messaggio incontra però simpatie anche nella sinistra radicale. Quelle forze vedono l’integrazione sovranazionale come un’intrusione ingiustificabile nelle prerogative degli stati nazionali, ovvero considerano i vincoli da essa istituiti come un’invadenza tecnocratica che ha lo scopo di espropriare il popolo della sua naturale sovranità. Matteo Salvini, che si candida ad essere il leader di quest’area, ha espresso con l’usuale finezza (in un'intervista al Corriere della Sera di mercoledì scorso) il tratto culturalmente dominante del populismo sovranista: «Tra il dire “me ne frego” dei vincoli e il dire “non faccio niente”, perché è questa l’alternativa, io sceglierò di fregarmene».

Tale posizione potrà scaldare il cuore di qualche militante, ma difficilmente potrà generare soluzioni accettabili dall’insieme delle stesse forze sovraniste. I sovranisti austriaci o tedeschi non hanno intenzione di farsi carico delle conseguenze dell’incremento del debito pubblico indotto dai sovranisti italiani, i sovranisti ungheresi o polacchi non hanno intenzione di farsi carico della gestione dei flussi migratori che impattano principalmente le coste (e le finanze) italiane. È probabile che i sovranisti, se riusciranno a creare un nuovo raggruppamento, rappresenteranno 1/3 dei seggi parlamentari, ma difficilmente potranno avanzare proposte e candidati comuni. Di conseguenza, se il maggiore partito italiano (la Lega) sarà il capofila di questo raggruppamento, l’Italia non potrà ottenere un commissario importante, visto che dovrà essere votato dalla maggioranza del Parlamento europeo di cui la Lega non farà parte. Niente male come problema.

Consideriamo ora gli europeisti. Seppure di natura diversa, anch’essi hanno le loro debolezze. Lo testimonia l’intervista che la cancelliera tedesca Angela Merkel ha rilasciato tre giorni fa alla Sueddeutsche Zeitung (e riportata in Italia dalla Stampa). Angela Merkel è una donna politica equilibrata e ragionevole. Come tale, non poteva che affermare l’incompatibilità tra il sovranismo della Lega e l’europeismo del Partito popolare europeo. Incompatibilità che sfugge invece a Forza Italia, che addirittura propone di integrare il “menefreghismo” di Salvini nel “degasperismo” del popolarismo europeo.

Tuttavia, in quella intervista, Angela Merkel non elabora alcuna riflessione sull’attuale governance europea e sui suoi limiti. L’ascesa dei sovranisti nei Paesi del sud dell’Europa è derubricata a «sviluppi economici negativi che erano e sono da correggere». Riconosce che «dipendiamo tutti gli uni dagli altri. Lo abbiamo visto nella crisi dell’euro: nessuno nella zona euro agisce in modo autarchico o isolato». Riconosce pure che «questo vale anche per la Germania». Però non spende una parola per dire come quest’ultima potrebbe contribuire al riequilibrio degli effetti sociali asimmetrici delle scelte dell’Eurozona. Non parla di riformare quest’ultima né di dotarla di strumenti anticiclici, sottraendosi di nuovo al confronto con le proposte avanzate dal presidente francese Emmanuel Macron. Certamente, tra la ineducazione salviniana e la sobrietà merkelliana, ben venga la seconda. Tuttavia, quest’ultima non basta.

Insomma, la difesa dello statu quo non è sufficiente per contrastare la sfida sovranista. Se quest’ultima si pone obiettivi contradditori e soprattutto disintegrativi, essa è motivata da un malessere sociale per come l’Ue e l’Eurozona hanno gestito (o meglio, non-gestito) le crisi. Malessere che Angela Merkel sembra non vedere. Per questa ragione, tra l’iconoclastia sovranista e il difensivismo europeista occorre che si affermi, nelle prossime elezioni, un riformismo europeo che aggreghi forze diverse eppure impegnate a dotare l’Eurozona di una capacità di governo. Vale per un’unione di stati ciò che vale per i singoli stati. In entrambi i casi, il declino è sempre dovuto alla debolezza delle loro istituzioni, alla loro incapacità di rispondere alle richieste dei cittadini, all'assenza di una loro legittimazione democratica.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...