Interventi

Il riformismo dei governi misurato sul lavoro

di Annamaria Furlan

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(dpa Picture-Alliance/AFP)


4' di lettura

È emblematico che sia stata in questi giorni la Presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, nel suo intervento all’Europarlamento di Strasburgo, a richiamare i governi a intervenire sulla bassa crescita con politiche strutturali, investimenti capaci di stimolare l’economia, la produttività, l’aumento dell’occupazione e dei salari. Questo è il vero tema urgente da affrontare, anche in vista delle ripercussioni preoccupanti dell’allarme Coronavirus su un’economia oggi sempre più globalizzata e sottoposta a continue fasi di stress e di guerre commerciali senza soluzione di continuità.

Il nostro Paese continua a essere uno degli anelli più deboli della Ue, con un livello di debito pubblico sempre più pesante e una situazione produttiva sempre più negativa. Negli ultimi mesi tutti i parametri della nostra economia portano il segno meno, con un peggioramento della lunga fase di stagnazione. Indicativo è il dato congiunturale del Prodotto interno lordo del quarto trimestre del 2019: -0,3%, il peggiore degli ultimi 7 anni; cui si somma il crollo della produzione industriale: -1,3% nel 2019 rispetto all’anno prima, la discesa più forte dal 2013. Un quadro preoccupante, alla luce anche di un tasso di disoccupazione fermo al 9,8% (a dicembre -75mila occupati, il calo più forte dal 2016), con una flessione della domanda e dei consumi interni, l’insufficienza più che evidente di investimenti pubblici e privati e, soprattutto, la gran parte dei cantieri per le opere infrastrutturali tuttora fermi. Così come immobili rimangono purtroppo al Mise centinaia di crisi aziendali, di cui Ilva e Alitalia rappresentano solo la punta di un iceberg ogni giorno più grande, come dimostra anche il fallimento di Air Italy.

Di queste cose dovrebbe occuparsi la politica che invece discute e si divide su temi che non sono certo una priorità né per il Paese, né per gli italiani. Finora non abbiamo visto quella discontinuità necessaria non solo in economia, ma anche sui gravi problemi della scuola dove ci sono enormi buchi di organico (ci sono 170mila cattedre scoperte) e migliaia di insegnanti precari, sulle risorse tuttora insufficienti per i contratti pubblici, la carenza di personale in tutta la pubblica amministrazione, le modifiche da introdurre ai decreti sicurezza, fermare la proliferazione pericolosa dei sub-appalti in edilizia.

Ben altra dovrebbe essere, dunque, la capacità programmatica e decisionale del Governo, che oltre a superare le sue divisioni interne evidenti, dovrebbe selezionare insieme alle parti sociali i veri obiettivi da raggiungere, valutare insieme dove reperire le risorse da stanziare, scegliere gli strumenti da adottare per favorire la crescita, senza far scappare le aziende con provvedimenti affrettati come la plastic e sugar tax.

Ecco perché non basta solo aprire i tavoli di confronto con il sindacato. Discutere fa bene ma occorre avere anche una visione strategica precisa. La concertazione non è un rito astratto. È una politica. Non va confusa né con il consociativismo, né tantomeno con una condivisione a prescindere. L’autonomia negoziale e contrattuale del sindacato rimane per noi una garanzia per la democrazia e per i lavoratori, come predicava Giulio Pastore 70 anni fa quando fondò la Cisl. Per questo non saremo mai d’accordo sulle scelte calate dall’alto come un salario minimo per legge o una regolazione della rappresentanza sindacale.

Le priorità del Paese rimangono per noi quelle più volte richiamate dal nostro Presidente della Repubblica: affrontare la questione di un Mezzogiorno sempre più depresso e distante, dove le infrastrutture e i servizi pubblici sono quelli di un secolo fa. Far rispettare a tutte le aziende le norme sulla sicurezza. Contrastare il crollo della natalità con una maggiore crescita e più investimenti in innovazione, ricerca, formazione, in particolare nelle regioni del Sud, dove invece continua l’esodo dei giovani verso altre regioni. Il vero problema sociale ed economico del nostro Paese è oggi rappresentato dall’emigrazione interna e non dall’immigrazione, come viene invece alimentato da una cattiva propaganda che negli ultimi mesi sta degenerando negli insulti razzisti, nelle campagne di odio, di antisemitismo, di intolleranza. Una pericolosa “incultura“ strisciante e subdola che rischia di espandersi pericolosamente nel mondo giovanile e persino nelle scuole, come è accaduto a Pomezia in queste giornate.

Tuttavia non basta ricevere le Sardine per dimostrare la giusta e necessaria attenzione alla richiesta di partecipazione di migliaia di giovani e di persone preoccupate da una deriva populista nel Paese. Non basta difendere il reddito di cittadinanza se poi le politiche attive del lavoro non sono mai decollate. Ed è una vergogna usare i pensionati come un bancomat e poi ignorare la richiesta legittima di rivalutare le pensioni. Ecco perché occorre una vera svolta. Non rinunceremo alla mobilitazione su questi temi.

Il riformismo dei Governi si misura sui temi del lavoro, nella capacità di ideare una riforma fiscale finalmente nel segno dell’equità di cui il Paese ha urgentemente bisogno. Occorre una politica industriale rispettosa dell’ambiente, ma nello stesso tempo a favore dell’insediamento delle imprese e dello sviluppo in tutte le aree del Paese. Per questo servono scelte eque, sostenibili finanziariamente, ricercando con pragmatismo la necessaria coesione sociale, con meno slogan e più decisioni concrete.

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