L’intervento

Il riformismo di Nilde Iotti

di Livia Turco


Nilde Iotti, la combattente che diventò prima donna presidente della Camera

6' di lettura

Una riformista con il Vangelo della Costituzione sempre in mano: così vedo Nilde Iotti quarant'anni dopo la sua elezione a presidente della Camera. Nel suo costante impegno per riformare le istituzioni, per costruire un rapporto positivo tra politica e istituzioni risiede la modernità di Nilde Iotti.

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Dall'inizio del suo mandato da presidente, il 20 giugno 1979, fino a quando lasciò l'Aula di Montecitorio nel 1993, il suo cimento è stato quello di fare vivere i valori della Costituzione attraverso la messa in campo di un azione riformatrice per rendere Il Parlamento e le istituzioni capaci di svolgere quella funzione centrale di rappresentanza, di guida, di indirizzo e di governo necessari al Paese.


Lo aveva anticipato nel discorso pronunciato il giorno della sua elezione a presidente : «Affrontare quelle parti della Costituzione che il tempo e l'esperienza hanno dimostrato inadeguate…tutelare in primo luogo i diritti delle minoranze ma anche il diritto dovere della maggioranza di governare». La democrazia deve rinnovarsi se vuole essere democrazia. La democrazia ha in sé la forza per rinnovarsi: questa era la sua idea guida.

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Lei autorevole Costituente non esitò a dire fin dall'inizio che «vi sono nella Costituzione stessa parti che già al momento della sua approvazione erano per così dire vecchie, in quanto rispecchiavano il passato (penso ad esempio al sistema dei controlli).Ed altre che il trascorrere degli anni ha inevitabilmente logorato». (Camera 11 ottobre 1979, sessione dedicata al bilancio interno).

Proprio perché voleva far vivere il principio costituzionale della centralità del Parlamento era essenziale che il parlamento funzionasse. La funzionalità del Parlamento, ecco il suo primo assillo. Bisognava altresì che il governo potesse esercitare in tempi certi la sua funzione per rispondere ai problemi del paese. Bisognava inoltre che i partiti si rinnovassero e fossero i primi soggetti capaci di far vivere nel Parlamento le fondamentali scelte politiche e costruire nel Parlamento il necessario dialogo, confronto e anche scontro. «La sovranità popolare vive attraverso il Parlamento, voglio ribadirlo. Ed è il Parlamento che deve investire il Governo della responsabilità della direzione politica del paese, di cui delinea e verifica gli indirizzi fondamentali. Questa non è un’idea vecchia della democrazia ma il modo di far convergere le varie forme di pluralismo che la società esprime, il tentativo - esso si moderno - di ”governare in molti”».

Centralità del parlamento, funzionalità del medesimo, governabilità, efficace sistema delle autonomie locali sono stati i suoi punti fermi derivanti dai principi dello Stato fondato nella Costituzione: la sovranità popolare, il sistema delle libertà, il sistema delle autonomie.

Il suo pensiero si tradusse in azioni, lotte, proposte di riforme istituzionali. Questo avveniva nei difficili anni Ottanta segnati da grandi mutamenti nella società, nel modo di essere dei partiti, anni appena successivi alla ferocia del terrorismo e che si misurarono con la ferocia dell'attacco mafioso, con l'aprirsi di una crisi dei partiti che sfociò nella vicenda di Tangentopoli e che vedeva le istituzioni troppe volte arretrate rispetto ai processi reali.

Il suo impegno prioritario fu la riforma dei regolamenti parlamentari. Nel gennaio del 1980 durante la discussione alla Camera sul Decreto Cossiga in materia di Antiterrorismo, Nilde Iotti decide di separare la discussione degli emendamenti dal voto di fiducia, in modo da impedire l'ostruzionismo. Il cosiddetto Lodo Iotti poi rimasto come importante precedente della prassi parlamentare.

Nel novembre del 1981 viene varato il primo pacchetto di riforma dei Regolamenti definito da Nilde Iotti “Difensivo” perché volto a evitare pratiche ostruzionistiche. Proprio sull'approvazione della modifica la Iotti viene duramente contestata dalle minoranze e in particolare dal gruppo radicale che propone oltre 50mila emendamenti. Per evitare la manovra Nilde Iotti stabilisce che gli emendamenti possono essere assunti sotto forma di principi riassuntivi e sottoposti a un solo voto.

Nel 1982 in ottobre inizia la sperimentazione della “sessione di bilancio” che prevede un contingentamento dei tempi di parola al fine di approvare il bilancio dello Stato senza ricorrere al bilancio provvisorio. Nel 1988 viene votata la riforma dell'articolo 49 della Costituzione al fine di generalizzare il sistema del voto palese e di limitare quello segreto. Nel 1992 Nilde Iotti entra a far parte della Commissione Bicamerale per le riforme istituzionali presieduta da Ciriaco De Mita che sarà chiamata a presiedere il 10 marzo del 1993. La Commissione porta a termine i lavori nel gennaio del 1994 ma il clima politico non consente di passare dalla fase dello studio a quello della discussione ed approvazione della riforma. Il suo ultimo intervento sulle riforme istituzionali fu svolto il 28 gennaio 1998 a sostegno delle proposte emerse nel corso della Commissione Bicamerale presieduta da Massimo D'Alema.

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Le sue idee riformatrici erano: centralità del parlamento, il superamento del bicameralismo per costituire il Senato delle autonomie locali, la riduzione del numero dei parlamentari, maggiori poteri all'esecutivo con l'introduzione dell'istituto della sfiducia costruttiva, ampliamento dei poteri d'inchiesta e di controllo da parte del Parlamento . Era consapevole e lo sottolineò in molte occasioni che per far vivere la democrazia della nostra Costituzione non fosse sufficiente la riforma delle istituzioni ma fosse necessario un rinnovamento profondo della politica a partire dal sistema politico e dai partiti. Come ebbe ad affermare in modo mirabile in un suo discorso nel 1992 ( La tecnica della libertà): «La strada è quella del rinnovamento dei partiti, radicale e profondo, fatto a viso scoperto, in modo trasparente, sotto il controllo dell’opinione pubblica, che deve veder cambiare non tanto e solo le facce ma i metodi di azione, i comportamenti nelle responsabilità pubbliche, le scelte, le selezioni dei nuovi gruppi dirigenti che devono essere democratiche e cristalline, in modo che non si possa dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio».

Parole e pensieri che suonano molto attuali. Europeista convinta fu una delle costruttrici dell'Unione europea, impegnandosi nella discussione interna al Pci affinchè abbracciasse questa visone e compisse in modo convinto questa scelta strategica. Nel 1969 viene eletta membro della Assemblea parlamentare europea che aveva il compito di definire le istituzioni europee, carica che ricopre fino al 1979 quando viene eletto per la prima volta a suffragio universale il Parlamento europeo.

Durante la sua presidenza intensificò le relazioni tra i parlamenti degli stati europei e si dedicò con passione a coltivare le relazioni internazionali. Sostenne in modo convinto la candidatura di Altiero Spinelli nelle liste del Pci al Parlamento europeo. Continuerà a dedicarsi all’Europa impegnandosi dal 1996 al 1999 alla assemblea del Consiglio d'Europa.

Nilde Iotti fu una donna delle istituzioni ma aveva ben presente nel cuore e nella testa che il nutrimento fondamentale delle istituzioni è la partecipazione popolare. Essere rappresentanti nelle Istituzioni e delle istituzioni significa far vivere nelle istituzioni medesime la vita del popolo italiano. Il legame tra vita e politica tra persone e politica: questo è il cuore e l'anima della democrazia.

Lei coltivò sempre e fino all'ultimo il rapporto con le persone, con quelle che appartenevano ai ceti più deboli per sostenere la loro battaglia della giustizia sociale, con le donne con cui costruì un legame speciale anticipato in modo mirabile nel suo discorso di insediamento alla Presidenza della Camera: «Comprenderete la mia emozione per essere la prima donna nella storia d'Italia a ricoprire una delle più alte cariche dello Stato. Io stessa - non ve lo nascondo -vivo in modo quasi emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione. Essere stata una di loro e aver speso tanta parte del mio lavoro per il loro riscatto, per l'affermazione di una loro pari responsabilità sociale e umana, costituisce e costituirà sempre un motivo di orgoglio nella mia vita».

«Sono una donna che lavora». «Sono una di voi»: queste erano sue espressioni ricorrenti proprio per significare il legame di prossimità che aveva con le donne italiane.Ed era ricambiata tanto che come raccontano indagini e sondaggi del tempo (Indagine Doxa del 1981) era la donna più popolare, veniva prima persino a Sofia Loren e a Monica Vitti.

Fu sempre dalla parte delle donne anche se non amava definirsi femminista e io credo che lei non capì il femminismo. La mia collaborazione con lei fu più intensa a partire dal 1986 quando fui nominata responsabile nazionale delle donne del Pci. Fu una madre autorevole ma anche complice e materna. La sentii accanto nelle battaglie più audaci come la Carta delle donne comuniste, la politica dei tempi di vita e di lavoro, le norme antidiscriminatorie nella politica, le cosiddette quote rosa, la legge contro la violenza sessuale ecc.

Le ho voluto molto bene e la porto costantemente nel mio cuore e nei miei pensieri.

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