La congiuntura

Il rimbalzo post pandemia dell’economia italiana è figlio anche di Industria 4.0

di Marco Fortis

(Robert Kneschke - stock.adobe.com)

4' di lettura

L’immediato futuro dell’intera economia mondiale è incerto a causa della variante Omicron, dei costi alle stelle di energia e materie prime e delle strozzature nelle catene delle forniture internazionali. Ma in un Paese come l’Italia che sta vivendo un momento magico per capacità di reazione dopo la pandemia, con la crescita del Pil che non cessa di stupire e l’agenzia Fitch che ci rialza il rating dopo vent’anni, le imprese non stanno perdendo l’ottimismo e continuano a credere fermamente nel futuro.

Forse perché l’Italia ha a disposizione tre armi vincenti che sono il nostro vero valore aggiunto in questa complessa fase della globalizzazione sconvolta dal coronavirus. Il primo è Draghi; il secondo è il mai abbastanza lodato pacchetto di misure denominato Industria 4.0; il terzo è il nostro stesso modello industriale manifatturiero, tante volte sottovalutato o ingiustamente denigrato da chi non conosce i numeri e la realtà del Made in Italy.

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Draghi con il suo Governo non solo ha realizzato in poco tempo un efficace piano vaccinale che ha permesso alla nostra economia di tornare a operare a pieno ritmo, senza più rischi di nuovi lockdown. Ma ha spinto la fiducia delle imprese italiane (e dei mercati) ai massimi storici. Dando anche implicitamente, con la sua sola presenza ai vertici delle nostre istituzioni, una assicurazione che l’esecuzione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sarà fatta in modo serio e senza sperpero di risorse, garantendo così continuità tra la ripresa di quest’anno e la crescita del 2022 e degli anni seguenti.

Nonostante le difficoltà esterne, gli indici di fiducia delle imprese manifatturiere italiane continuano ad aumentare. Il clima di fiducia portato da Draghi e la capacità di produrre anche in un contesto difficile come quello attuale stanno facendo correre il Made in Italy.

Mentre le manifatture degli altri Paesi arrancano per la mancanza di semilavorati e componenti, la manifattura italiana, secondo il Purchasing manager index (Pmi) di Markit Economics, è stata ad ottobre e novembre quella con la più forte crescita tra i Paesi del G20. L’indice Pmi manifatturiero dell’Italia ha addirittura toccato a novembre un massimo storico.

Nel terzo trimestre del 2021 il livello del valore aggiunto dell’industria manifatturiera italiana è già risultato del 3,2% superiore a quello del quarto trimestre 2019 antecedente il Covid-19, mentre gli altri maggiori Paesi dell’Eurozona non sono riusciti a fare altrettanto. La Spagna è ancora sotto dell’1,4% ai livelli pre-crisi, la Francia del 4,8% e la Germania del 5,5%.

Chi parla di mero rimbalzo dell’economia italiana dopo la forte caduta del 2020 non ha capito né che cosa fosse realmente accaduto prima della pandemia né che cosa sta accadendo ora. Infatti, anche se pochi se ne erano/sono accorti, è dalla metà dello scorso decennio che la manifattura italiana ha decisamente cambiato passo e ha cominciato a tener testa per tassi di crescita a quella tedesca, nostro tradizionale benchmark. E ora l’Italia sta andando perfino meglio della Germania. Lo stesso è accaduto per la produttività e l’export.

DOPPIO RIMBALZO
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Gran parte di questo cambiamento strutturale è dovuto alle misure denominate Industria/Impresa 4.0 introdotte dai governi Renzi e Gentiloni, che hanno favorito un radicale rinnovamento dei macchinari, delle tecnologie e dei processi produttivi delle nostre imprese, con un boom degli investimenti fissi in macchinari e mezzi di trasporto e una potente iniezione di digitalizzazione negli stessi. Vi è stata nel nostro Paese una straordinaria progressione della formazione di capitale tecnico, con tassi senza eguali rispetto al passato e più forti che in altre economie di riferimento. In particolare, la dinamica degli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto è stata in Italia nettamente superiore a quella tedesca nel quadriennio 2015-2018.

Ma anche dopo la pandemia le nostre imprese sono immediatamente tornate a investire a tassi impetuosi, approfittando delle misure di Industria 4.0 e dimostrando di credere nel futuro dell’Italia molto più di tanti diffidenti osservatori e opinionisti. Mentre gli investimenti tecnici in Germania, in questo momento, sono addirittura in flessione.

Un altro elemento che ci sta permettendo di crescere e di resistere meglio alle carenze globali nelle forniture è il nostro particolare modello industriale, meno caratterizzato di quello di altri Paesi da industrie dominanti con produzioni seriali di massa (come, ad esempio, l’auto in Germania). L’Italia, infatti, è specializzata in innumerevoli nicchie e possiede altresì proprie catene corte interne di fornitura dentro i distretti e le filiere che le hanno finora permesso di non rallentare/fermare le proprie produzioni e le consegne alla clientela.

La stessa struttura del nostro export appare più diversificata e meno esposta alle carenze internazionali di componentistica elettronica rispetto alle altre economie avanzate. La Germania, ad esempio, in base a dati del 2019 ha ben tre settori tra i primi cinque del proprio export che dipendono in misura significativa dalle forniture internazionali attualmente inceppate: autoveicoli, computer ed elettronica, apparecchiature elettriche. Questi tre settori pesano da soli per quasi 1/3 dell’export tedesco. Al contrario, l’Italia ha solo un settore tra i primi cinque del proprio export altamente vulnerabile alle carenze di componentistica globalizzata: l’auto. E peraltro l’auto pesa soltanto per il 7,5% nelle nostre esportazioni totali (mentre pesa addirittura per il 17% nell’export totale della Germania).

Se nel 2021 il boom del nostro Pil è stato trainato, oltre che dalla manifattura, anche dall’edilizia (ai massimi storici per ritmo di crescita a novembre secondo gli indici Pmi Markit) e dalla vigorosa ripresa dei consumi (di cui ha largamente beneficiato il turismo), il 2022 e gli anni seguenti saranno decisivi per l’attuazione del Pnrr. Se i cospicui investimenti pianificati in digitalizzazione, green economy, capitale infrastrutturale e sociale, come tutti speriamo, saranno realizzati con efficienza e rispetto dei cronoprogrammi, l’Italia avrà la possibilità di diventare tutta intera una economia 4.0, riducendo i suoi più acuti divari cronici, che si chiamano Pubblica amministrazione, Giustizia e Mezzogiorno.

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