Claude Lévi-Strauss (1908-2009)

Il rimorso dell’Occidente

di Mario Andreose

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Claude Lévi-Strauss (Afp)


6' di lettura

«Odio i viaggi e gli esploratori», inizia così Tristi tropici di Claude Lévi-Strauss (1908-2009) che si accinge a raccontare i suoi viaggi e le sue esplorazioni, sublime attestazione del «rimorso dell’Occidente» quale causa della nascita stessa dell’etnografia. Un libro rivoluzionario che, al suo apparire in Francia nel 1955, suscita un’ondata emotiva, orchestrata dagli interventi critici di Raymond Aron, Maurice Blanchot, Georges Bataille, Michel Leiris, tra gli altri, che non esitano a celebrare L.-S. come il «nuovo Chateaubriand» e a evocare, tra i modelli della sua ispirazione, Rousseau, Montaigne e Montesquieu. Nonché l’originalità di pensiero, la competenza filosofica, linguistica, scientifica, artistica e musicale, è la qualità della scrittura, colta, ma fluida, elegante, non priva a tratti di un mood proustiano, a conquistare i lettori. (Lettori, per una volta, sottratti al castigo degli imperanti nouveau roman ed école du regard). Al punto che la giuria del premio Goncourt emette un comunicato di rammarico di non poter assegnare il riconoscimento a Tristi tropici in quanto non romanzo. Il clamore di una tale successo spalanca a L.-S. le porte del mondo accademico, dal quale era stato finora tenuto al di fuori, nonostante ragguardevoli pubblicazioni, come la sua tesi Le strutture elementari della parentela, e consente al suo editore Plon la vendita dei diritti, certamente non preventivata, in 27 Paesi. Dopo la sua pubblicazione negli Usa nel ’62, Susan Sontag firmerà una memorabile recensione nella neonata «New York Review of Books» (’63) con il titolo Un eroe del nostro tempo, a sottolineare il valore di una testimonianza, insieme culturale e civile, nata da esperienze «sul campo». In Italia il libro esce nel ’60 per i tipi del Saggiatore di Alberto Mondadori dopo aver sostato qualche tempo nei cassetti di Einaudi che l’aveva acquistato, destinato probabilmente alla «collana viola», diretta, non sempre in armonia, da Cesare Pavese ed Ernesto De Martino. Scomparso Pavese e dismessa la collana, De Martino stesso era emigrato al Saggiatore, protagonista di rilievo di una nuova, fortunata stagione editoriale che privilegiava le scienze umane, di cui Tristi tropici era la staffetta e la punta di diamante. In Italia fui tra i primi a leggerlo, in quanto correttore di bozze, nella traduzione di Bianca Garufi, un’affascinante junghiana, che contava tra gli amori infelici del povero Cesare, “musa nascosta” dei Dialoghi con Leucò.

L.-S., a 46 anni, sente il bisogno di scriverlo di getto, in sei mesi, e ne esce un testo dall’andamento rapsodico, tra autobiografia, meditazione filosofica e testimonianza etnografica e antropologica, in significativa coincidenza storica con la guerra d’Algeria, il processo di decolonizzazione e l’ingresso dei Paesi del terzo mondo nella scena internazionale in occasione della conferenza di Bandung. Ideologicamente distante dalle istanze della contestazione degli anni ’60 e ’70, vedrà nondimeno il suo libro associato alla letteratura anticolonialista e terzomondista per avere messo in discussione la pretesa superiorità dell’Occidente, per l’attenzione rivolta alle culture senza scrittura, selvagge, primitive, esotiche e avere affermato che «lo scarto tra eccesso di lusso e eccesso di miseria polverizza la dimensione umana» .

Filosofo di formazione, con l’imprinting degli imprescindibili Marx e Freud, a differenza dei coetanei Sartre e Merleau-Ponty, non subisce il fascino delle sirene di Friburgo Husserl e Heidegger («Invece di abolire la metafisica, la fenomenologia e l’esistenzialismo introducono due metodi per crearle degli alibi»). In ambito francofono, al razionale di Bergson preferisce il significante di Saussure, che gli fornirà il detonatore per l’esplosione dello strutturalismo negli anni ’60, travasato dalla linguistica alla filosofia, all’antropologia e alla critica letteraria. Ma una svolta della sua evoluzione culturale è l’approdo alla geologia, una passione coltivata fin dall’infanzia, che accomuna, per affinità di metodo, alla psicanalisi e al marxismo, «ed è qui che l’etnologia trova il suo regno».

L’avventura inizia nell’autunno del ’34 quando L.-S., a 26 anni, professore di filosofia di liceo, annoiato dalla ripetitività del mestiere di insegnante, accetta un incarico di professore di sociologia all’Università di San Paolo, anche se il Brasile e l’America del Sud gli sono totalmente estranei. Il lungo viaggio sul mare, a tratti sulla rotta di Colombo, di cui talvolta evoca certe osservazioni dai Diari di bordo, gli ispira la parte più narrativa: i passeggeri come André Breton, di cui è un ammiratore, e Victore Serge, un rivoluzionario di professione, dai modi effeminati, che non ti aspetteresti da un agente di Stalin; le meraviglie dei fenomeni naturali: albe e tramonti inimmaginabili, l’aria immobile e il cielo fuligginoso della Fossa nera, al passaggio dell’equatore; gli snervanti impicci burocratici alle dogane dei diversi scali; un refolo di seduttività con l’imbarco di alcune gaie signorine... Poi l’approdo al Nuovo mondo che, nella visione di un francese confinante con l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler, è «rimasto fuori dalle agitazioni della storia». Una volta insediato a San Paolo, si improvvisa «etnologo della domenica», nel momento in cui la dilagante urbanizzazione, a seguito dell’immigrazione europea, richiede la costruzione di un edificio al ritmo di ogni ora. Il suo obiettivo sarebbe di incontrare gli indiani, ma per il momento nel primo villaggio primitivo a qualche distanza da San Paolo, gli abitanti, vestiti di stracci, biondi con gli occhi azzurri, rivelano la loro origine germanica. Per incontrare le popolazioni indigene nel cuore dell’Amazzonia, il cui resoconto occupa oltre la metà del libro, L.-S. organizza spedizioni con il classico armamentario: perline di vetro colorate, aghi, refe, ami da pesca, per trasportare i quali si richiedono quattro buoi. Finalmente in contatto, dopo tanto filosofare, con il “buon selvaggio” di Rousseau, è soprattutto in queste pagine di rigorosa analisi della cultura amerindiana che L.-S. segna la differenza con gli antropologi che l’hanno preceduto: per il suo gusto di raccontare, l’acume nel cogliere i modelli culturali, l’interpretazione di un cumulo di dati e indizi. Dalla America amazzonica all’Asia del sud, come in un tappeto volante (è il titolo di un capitolo), dove ugualmente regna la povertà, niente illustra meglio il contrasto radicale fra tropici vuoti e tropici sovraffollati di un confronto delle loro fiere e dei loro mercati. Da una parte il «riflesso fugace di un’età in cui la specie era proporzionata al proprio universo», dall’altra, al di là dei rutilanti colori e del profumo inebriante delle spezie, la densità umana e la sporcizia, visti come un presagio del nostro futuro. Un presagio che L.-S., ecologo della prima ora, ha visto a mano a mano confermarsi nella sua lunga vita quanto all’autolesionistico disprezzo dell’ambiente, al punto di pensare che «il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza di lui».

La sua difesa della diversità culturale segna però un punto d’arresto di fronte all’Islam, oggetto di una analisi comparata con buddismo e cristianesimo in occasione di soggiorni in Afghanistan e in Pakistan, dal quale lo separano la segregazione delle donne, il proselitismo aggressivo, la politica teocratica, l’iconoclastia. (Sessant’anni dopo farà udire la sua voce autorevole in difesa di Houellebecq imputato di islamofobia).

L’essere ebreo non ha avuto alcuna influenza nell’atteggiamento, in questa circostanza, di L.-S., molto laico e critico anche degli eccessi del sionismo tanto da essere considerato dai suoi correligionari un assimilato. Una brusca consapevolezza del suo ebraismo l’ebbe, come ci racconta Amin Malouf, suo successore all’Académie, nel suo Una poltrona sulla Senna, quando, rientrato in Francia nel ’41, vorrebbe riavere il suo posto di professore di liceo. Parigi è in mano ai tedeschi e il governo collaborazionista del maresciallo Pétain è trasferito a Vichy. Qui L.-S., reduce da altri mondi, si reca al ministero dell’istruzione per sbrigare quella che ritiene una formalità e ben per lui che un benemerito funzionario gli fa notare che, con il cognome che porta, gli conviene cambiare aria.

È nell’esilio negli Stati Uniti, dal ’41 al ’44 che vive la «lunga intimità con l’etnologia americana», nata dalla lettura casuale di Primitive Society di Robert H. Lowie e prosegue con l’opera di altri due riconosciuti maestri come Franz Boas e Alfred Kroeber. Ma è l’incontro, all’Ècole libre des hautes études di New York, con il linguista e fonologo di origine russa Roman Jakobson che fornisce a L.-S. gli strumenti per la definizione del metodo strutturale, a integrazione degli apporti dell’antropologia descrittiva e funzionalista degli anglosassoni.

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