MATERA 2019

Il Rinascimento vien dal mare

di Marco Carminati


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Benedetto da Maiano, «Incoronazione di Alfonso II d’Aragona» (1494 circa), Firenze, Museo del Bargello

5' di lettura

Tra le mostre programmate da «Matera Capitale Europea per la Cultura», la palma del primato spetta senza dubbio alla spettacolare rassegna dal titolo Rinascimento visto da sud. Matera, l’Italia meridionale e il Mediterraneo tra ’400 e ’500, allestita a Palazzo Lanfranchi fino al 19 agosto a cura di Mara Ragozzino, Dora Catalano, Matteo Ceriana e Pier Luigi Leone de Castris.

Venire a Matera per chiudersi in un museo può apparire una stravaganza. Eppure, le sorprendenti e inattese meraviglie che i curatori sono riusciti a far confluire a Palazzo Lanfranchi sono perfettamente in grado di competere con la bellezza travolgente dei Sassi e dei cieli di Matera. Con una sostanziale differenza: che i Sassi e i cieli sono sempre disponibili, mentre la mostra - letteralmente - ha i giorni contati. Insomma, il consiglio è di non perderla.

Il rinascimento nell’Italia meridionale non fu, per così dire, un rinascimento sorgivo e autoctono, quanto piuttosto un rinascimento d’importazione. Queste “importazioni” vennero facilitate innanzitutto dalle caratteristiche geografiche del territorio, proteso nel Mediterraneo, ricco di porti e approdi, e solcato, da Roma a Brindisi, dalla Via Appia e dalla Via Traiana. Poi, bisogna considerato il fatto che alla guida del Mezzogiorno si succedettero ben tre dinastie straniere, gli Angioini, gli Aragonesi e gli Spagnoli, che mantennero sempre stretti rapporti anche culturali con le terre d’origine. Più in generale, il Sud dimostrò una costante propensione all’apertura e all’accoglienza di artisti e manufatti “forastieri”, in particolare quelli provenienti dalle grandi capitali del rinascimento italiano: Venezia e Roma innazitutto, ma anche Firenze, Milano, Ferrara o Mantova.

La mostra di Matera offre uno spettacolare spaccato di questa varietà di linguaggi e di influenze, e lo fa proponendo più di duecento tra dipinti, sculture, miniature, reperti, medaglie, oreficerie, tessuti, maioliche, libri e stampe (ma anche carte geografiche, portolani, strumenti di navigazione e carte d’archivio), tutti capaci di documentare con eloquenza la mirabile fioritura artistica e culturale avvenuta al Sud tra il 1438 e il 1535.

Questa fioritura passò, innanzitutto, attraverso il mare e i porti, e la rassegna inizia proprio mostrando mappe, portolani, strumenti di navigazione e vedute di città portuali. Sul mare si giocarono anche i conflitti tra la dinastia francese degli Angioini e quella spagnola degli Aragonesi, che nel ’400 si avvicendarono nel governo del Sud: busti, statue, dipinti, miniature, stemmi e medaglie aiutano il visitatore a familiarizzare con alcuni esponenti delle due dinastie.

Poi si entra nel vivo della materia artistica. Al principio del Quattrocento l’Italia meridionale appariva avvolta nel dorato manto dell’ultima stagione gotica: in rassegna lo documentano i polittici, i crocifissi lignei (o in tela pesta), le oreficerie, i codici miniati e i bassorilievi recuperati sul territorio. Ma a un certo punto l’autunno del Medioevo tramontò e sorse, anche al Sud, l’alba di un rinascimento con connotati molto caratteristici. Morta Giovanna II d’Angiò-Durazzo nel 1435, a Napoli si insediò prima Renato d’Angiò (1438) e poi Alfonso d’Aragona (1442). Con loro giunse a Napoli innanzitutto l’arte fiamminga, e i modelli di riferimento divennero Barthélemy d’Eyck e Jan van Eyck. A Napoli approdarono artisti valenzani, catalani e maiorchini, il pittore Jacomart e lo scultore-architetto Sagrera, e forse il pittore francese Jean Fouquet. Le carte d’archivio documentano inoltre l’arrivo al Sud di opere di van Eyck, Petrus Christus o Roger van der Weyden, che influenzarono profondamente il contesto napoletano, spingendo i pittori locali più dotati, come il grande Colantonio (presente in rassegna con opere bellissime) e il suo più promettente allievo, ovvero Antonello da Messina (presente con ben tre opere), ad adottare il linguaggio analitico, descrittivo e attento alla resa degli effetti della luce, tipico della pittura fiamminga.

Alfonso d’Aragona non si limitò a puntare sulle Fiandre ma si lasciò attrarre anche dal potente fascino dell’antico: nel Sud affioravano un po’ ovunque imponenti reperti del passato greco-romano e Alfonso li prese a modello per far erigere, a esempio, l’arco di Castelnuovo o per far coniare a Pisanello medaglie bronzee con i suoi profili, a imitazione di quelli degli imperatori romani. Gli Aragonesi allargarono lo sguardo a Firenze, e commissionarono a Donatello una colossale statua equestre di cui ci resta solo la prova della testa del cavallo, che giganteggia - davvero superbamente - all’interno di Palazzo Lanfranchi. Ma a Napoli approdarono anche opere dei Della Robbia e financo di Andrea Mantegna, in mostra rappresentato dalla Santa Eufemia già conservata a Irsina.

La caduta di Costantinopoli nelle mani di Maometto II nel 1453 provocò una massiccia migrazione di artisti e di opere dal basso Adriatico verso le coste della Puglia. Icone e polittici “bizantini” vennero accolti nelle chiese cattoliche delle città meridionali e portarono un contribuito nuovo e diverso al già ricco panorama artistico locale. Sul fronte tirrenico, invece, i regni di Ferrante (1458-94) e Alfonso II d’Aragona (1494-95) accentuarono il rapporto tra Napoli, la Spagna e le Fiandre. Artisti iberici come Bermejo, Osona e Berruguete raggiunsero la capitale meridionale o mandarono le loro opere al Sud. Ma la corte aragonese continuò ad esprimere preferenze anche per opere provenienti dal centro e dal nord Italia, nel quadro di alleanze politiche coi Medici a Firenze, i Montefeltro a Urbino, gli Sforza a Milano e gli Este a Ferrara.

La cultura prospettica e l’idealizzazione della forma tipicamente italiane penetrarono a Sud grazie all’invio delle opere di Antoniazzo Romano, ma anche grazie al tirocinio di artisti meridionali nella Roma di Melozzo, Perugino e Pinturicchio, e grazie alla svolta in chiave fiorentina dello scultore siciliano Antonello Gagini e all’attività meridionale dell’emiliano Antonio Rimpatta o del veronese Cristoforo Scacco. I commerci tra Venezia e la Puglia fecero il resto: le maggiori botteghe artistiche veneziane, dai Vivarini ai Bellini, da Cima da Conegliano a Paris Bordon, da Pordenone a Lorenzo Lotto, fornirono dipinti sacri per chiese e confraternite del Mezzogiorno.

L’annessione del Regno di Napoli alla corona di Spagna (1503) produsse cambiamenti significativi anche sotto il profilo culturale: la “maniera moderna”, impersonata da Raffaello e Michelangelo, divenne il modello dominante. Opere di Raffaello giunsero direttamente a Napoli (Madonna del pesce) e a Palermo (Spasimo di Sicilia). Da Roma scesero al Sud pittori come il leonardesco-raffaellesco Cesare da Sesto o il manierista Polidoro da Caravaggio. E a tali presenze si aggiunsero pittori e scultori spagnoli come Pedro de Aponte, Pedro Fernández, Pedro Machuca, Diego de Siloe e Bartolomé Ordóñez. Di contro, artisti locali come i pittori Andrea da Salerno e Marco Cardisco o gli scultori Giovanni da Nola e Girolamo Santacroce vennero sollecitati a visitare Roma e qui elaborarono, a loro volta, un linguaggio ormai spiccatamente “moderno”.

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