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Il riordino del Mes e i limiti alla Bce

Il dibattito sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (MES) costituisce un passo in avanti verso la stabilizzazione finanziaria dell’Eurozona, oppure si tratta di una discussione viziata da una mancanza di sguardo più ampio

di Sergio Fabbrini


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4' di lettura

C’è chi pensa che la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (MES) costituisca un passo in avanti verso la stabilizzazione finanziaria dell’Eurozona. C’è chi pensa invece il contrario. Si tratta di una discussione importante che manifesta, però, un limite altrettanto importante. Si discute di alberi senza avere un’idea della foresta. È possibile alzare lo sguardo e allargare la vista?

Cominciamo dall’inizio. L’Eurozona è un regime di politiche pubbliche che coinvolge i 19 Paesi che condividono oggi la stessa moneta (l’euro). Essa è costituita da due pilastri istituzionali. Una Banca centrale europea per la gestione della politica monetaria (pilastro sovranazionale) e 19 governi nazionali per la gestione delle politiche economiche, fiscali e di bilancio (pilastro intergovernativo).

Questo fu il compromesso raggiunto a Maastricht nel 1991. Come tutti i compromessi, anch’esso avrebbe potuto evolvere in una direzione (sovranazionale) o in un’altra (intergovernativa). Il Patto di stabilità e crescita (PSC), introdotto subito dopo Maastricht, ha rafforzato la logica intergovernativa, senza però ridimensionare quella sovranazionale.

La Commissione (organo sovranazionale) si è vista assegnare importanti compiti di sorveglianza macroeconomica dei bilanci nazionali, anche se tale attività avrebbe dovuto svolgersi entro i parametri stabiliti dai governi nazionali (che si coordinano nel Consiglio dei ministri e nel Consiglio europeo).

La crisi post-2008 ha fatto saltare quel compromesso, rafforzando la logica intergovernativa a danno di quella sovranazionale. Durante e dopo la crisi dell’euro sono state approvate misure legislative e introdotti trattati intergovernativi che hanno condotto verso una maggiore integrazione dell’Eurozona, ma non (come avrebbe sperato Jean Monnet) ad una sua sovra-nazionalizzazione.

Il MES (istituito tramite trattato nel febbraio 2012 ed entrato in vigore nell’ottobre successivo) è un esempio della logica intergovernativa.

Tale logica è destinata ad essere irrobustita dalla sua riforma, concordata nel luglio scorso. Quella riforma rafforza l’autonomia operativa del Managing Director del MES che, sotto il mandato del Board of Governors e attraverso accordi con la Commissione, può intervenire nella sorveglianza macroeconomica dei Paesi dell’Eurozona in difficoltà.

Il Board of Governors è costituito dai ministri finanziari dei governi che fanno parte del MES (Art. 5.1). La Commissione partecipa ai suoi lavori con il commissario per gli Affari economici che, però, è un observer e non già un suo membro (Art. 5.3). La riforma non ha modificato l’Art. 4 del MES relativo alle regole di voto all’interno del Board. Generalmente è richiesta l’unanimità (Art. 4.3), ma in condizioni di emergenza ci vuole la maggioranza dell’85 per cento delle quote di voto (Art. 4.4).

Poiché (Annex I) la Germania ha quasi il 27 per cento di esse, nessuna decisione potrà essere presa contro la sua volontà. Infine, il Managing Director dovrà avere «un dialogo» con il Parlamento europeo e il Board dovrà rendere accessibili i suoi Rapporti annuali «ai parlamenti nazionali…e al Parlamento europeo» (Art. 30.5). Un po' pochino, per poter parlare di accountability del Mes.

La logica intergovernativa ha potuto imporsi anche per il metodo utilizzato per definire le strutture di governance dell’Eurozona. Dall’inizio del decennio in corso, si è andati avanti decidendo un pezzo alla volta di quella governance, senza mai discutere la sua struttura complessiva. Fu introdotto il MES, poi il Fiscal Compact, quindi le misure legislative del Six Pack, infine quelle del Two Packs. Così avviene anche oggi.

Ora si decide la riforma del MES, poi si affronterà il completamento dell’Unione bancaria, quindi si aprirà una discussione sul bilancio dell’Eurozona. Spezzettando le misure oggetto di discussione si è certamente favorita la loro decisione. In alcuni casi, quest’ultima è stata presa in condizioni di emergenza finanziaria, poco conciliabili con la deliberazione ragionata.

Tuttavia, è chiaro che tale metodo è tutt’altro che neutrale. Non è un caso che sia tenacemente sostenuto dai Paesi del nord, i sostenitori della visione intergovernativa dell’Eurozona. Con quel metodo, infatti, quei Paesi hanno potuto istituzionalizzare la loro predominanza, basata sull’idea che il loro modello di political economy sia quello “naturale” per l’Eurozona.

Ma così non è, né può essere. Come conferma l’appena pubblicato (7 novembre) Economic Forecast della Commissione europea, dove emerge che la Francia, la Spagna e (naturalmente) l’Italia non riescono a perseguire una politica di bilancio coerente con i criteri della governance dell’Eurozona.

Ad esempio, in Italia, nel 2021, il debito pubblico è previsto salire al 137,4 (dall’attuale 136,2) per cento del Pil, in Francia al 99,2 (dall’attuale 98,9) per cento. Non è necessario leggere Max Weber per capire che attraverso la definizione delle regole (della politica di bilancio) si precostituiscono gli esiti di un contrasto (tra i Paesi dell’Eurozona).

Intendiamoci. Ciò non significa che i Paesi del sud non abbiano le loro responsabilità per la condizione dei loro conti pubblici. Né significa che occorre mettere in discussione l’Eurozona per ribilanciare i rapporti di forza tra i suoi Paesi membri.

Ciò significa, però, che le differenze tra quei Paesi hanno basi strutturali, non già contingenti. Tali differenze possono essere governate solamente riconoscendo che vi è un interesse condiviso dell’Eurozona (che non corrisponde alla somma degli interessi nazionali).

Fino ad ora, quell’interesse condiviso è stato difeso esclusivamente dalla Banca centrale europea guidata da Mario Draghi, che non a caso ha ricevuto attacchi interessati (e sconsiderati) dai Paesi del nord.

Con la riforma del MES, l’accerchiamento intergovernativo della Banca centrale europea è destinato a proseguire. Eppure, di tutto ciò, non vi è traccia nel nostro dibattito politico. Non ci si rende conto che in gioco vi è una visione dell’integrazione economica e monetaria, non solo la decisione relativa alla riforma di specifiche clausole di un Trattato.

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