analisi

Il rischio debito resta ma dalla Ue nessun ultimatum

Se si guarda al rispetto formale e puntuale delle regole europee, il rischio di “deviazione significativa” paventato dalla Commissione europea nella lettera inviata al ministro dell'Economia Roberto Gualtieri è tutt'altro che scongiurato

di Dino Pesole


Di Maio: "Senza nostre proposte non esiste la manovra"

4' di lettura

Se si guarda al rispetto formale e puntuale delle regole europee, il rischio di “deviazione significativa” paventato dalla Commissione europea nella lettera inviata al ministro dell'Economia Roberto Gualtieri è tutt'altro che scongiurato. Nel documento programmatico di Bilancio appena trasmesso a Bruxelles si certifica un peggioramento del deficit strutturale dello 0,1% nel 2020. Si tratta del parametro chiave cui guarda la disciplina di bilancio europea, calcolato al netto delle variazioni del ciclo economico e delle una tantum.

Le regole da rispettare
Regole che imporrebbero al nostro paese di ridurre il deficit strutturale dello 0,5% del Pil l'anno, fino al raggiungimento di un sostanziale pareggio (è il percorso di avvicinamento all'”obiettivo di medio termine”). Lo scostamento è dunque pari allo 0,6% del Pil, che sulla carta equivarrebbe a una correzione di circa 10/11 miliardi. Il tono della lettera è del tutto diverso dalle missive che si sono alternate nei mesi scorsi tra Bruxelles e il precedente governo giallo/verde. Si parla di “rischio”, laddove lo scorso anno la “deviazione significativa” veniva enunciata senza mezzi termini, aprendo con ciò la strada all'apertura di una procedura di infrazione per violazione della regola del debito. Si riuscì a evitarla in extremis grazie alla retromarcia sul deficit decisa dal governo (2% rispetto al precedente 2,4%). Copione che andò in scena anche la scorsa primavera, e in quel caso fu la decisione del governo Conte1 di correre ai ripari con una sostanziale manovra correttiva da circa 7,6 miliardi (inserita nell'assestamento di bilancio di fine giugno) a evitare la procedura di infrazione.

Clima mutato tra Roma e Bruxelles
È mutato il clima tra Roma e Bruxelles, come si evince chiaramente dal tono della lettera in cui peraltro si apre sostanzialmente la strada alla flessibilità chiesta dal governo (oltre 14 miliardi) a beneficio della manovra da 30 miliardi definita per il 2020. Si chiedono dettagli sulla “precisa composizione delle variazioni del saldo strutturale e sugli sviluppi della spesa pubblica”. Un atto formale, che rientra nella prassi e va circoscritta nell'ambito delle procedure in base alle quali spetta alla Commissione chiedere ai paesi membri chiarimenti preliminari sui contenuti dei documenti programmatici di bilancio, qualora appunto si ravvisi il rischio di “deviazione significativa” dalle regole europee.

Dossier in mano alla commissione uscente
A istruire il dossier sarà la Commissione tuttora in carica, e non a caso la lettera è firmata dal vice presidente Valdis Dombrovskis e dal commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, in procinto quest'ultimo di passare il testimone a Paolo Gentiloni. La nuova commissione presieduta da Ursula von der Leyen non riuscirà a insediarsi il prossimo 1 novembre (si è ancora in attesa che la Francia indichi il suo candidato dopo la clamorosa bocciatura di Sylvie Goulard da parte del Parlamento europeo). Il timing al momento prevedere che una volta pubblicate il prossimo 7 novembre le nuove stime macroeconomiche, la Commissione renda noti i suoi pareri e le sue raccomandazioni entro fine novembre. Poi la palla passerà alla nuova Commissione.

Probabile rinvio a primavera per il giudizio definitivo
Tutto fa presumere che non vi saranno (almeno in questa fase) richieste di manovre correttive, né bocciature preventive con annesso il rischio della procedura di infrazione. È probabile che il giudizio definitivo venga rinviato alla prossima primavera. Resta il problema di fondo, che riguarda il debito. In linea con le sollecitazioni giunte nel corso degli ultimi anni da Bruxelles, anche in questo caso si osserva come il percorso di riduzione del nostro ingente passivo non sia in linea con quanto prevedono le regole europee. Nei programmi del governo si passerà dal 135,7% del 2019 al 135,2% del 2020, quando la regola del debito imporrebbe di ridurre il rapporto tra debito e Pil di oltre 3 punti percentuali l'anno.

L’andamento dello spread
A rassicurare la Commissione e i partner europei vi è senza dubbio il dato relativo all'andamento dello spread (in calo di 100 punti dal momento della formazione del nuovo governo), che consentirà consistenti risparmi sul fronte della spesa per interessi. E tuttavia il rischio di vulnerabilità dell'economia italiana rispetto a possibili nuove tensioni sui mercati finanziari è tutt'altro che scongiurato. Se dunque non si può che accogliere con favore il primo evidente segnale del mutato clima nei rapporti tra Roma e Bruxelles, al tempo stesso occorre ribadire che il rientro dal debito deve essere posto in cima alle priorità di questo come di ogni altro governo. Con la necessaria gradualità, certamente, spingendo il più possibile il pedale sul “denominatore” (vale a dire la crescita), aumentando produttività e competitività del sistema economico con una riduzione mirata del carico fiscale e una attenta politica dell'offerta (le liberalizzazioni di cui pare si sia persa traccia). E poi il capitolo delle riforme strutturali, a partire dalla pubblica amministrazione e dalla giustizia civile. Obiettivi da perseguire non perché “ce lo chiede Bruxelles”, ma perché è la strada maestra per far ripartire l'economia, e dunque l'occupazione con lo sguardo rivolto all'interesse generale del paese (non a lucrare consensi nell'immediato).

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